Il Dark Web non è scuro abbastanza

Hacker’s Dictionary. Diverse agenzie statunitensi con il supporto di Europol hanno condotto l’operazione SaboTor contro il traffico di droga nel Dark Web arrestando 61 persone e sequestrando quasi 5 milioni di dollari in cryptovalute

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 28 Marzo 2018

Il Dark Web, il Web oscuro, non è scuro abbastanza. Lo hanno scoperto a proprie spese venditori e acquirenti di droghe illegali finiti in manette nei giorni scorsi nell’ambito di un’operazione di polizia internazionale.

Durante l’operazione SaboTor il team di agenti di J-CODE, con il supporto di Europol, ha infatti arrestato 61 persone e chiuso 50 account nel Dark Web utilizzati per attività illegali. Gli agenti di questo gruppo speciale hanno anche eseguito 65 mandati di perquisizione, sequestrando 299 kg di droghe, 51 armi da fuoco e 7 milioni di dollari: due terzi in criptovaluta, gli altri in contanti e una piccola parte in oro. L’operazione SaboTor, che fa il verso alla parola «saboteur» per riferirsi al sabotaggio del Tor browser, lo strumento che permette di navigare in maniera anonima il Dark Web, è cominciata a luglio scorso e ha raggiunto il suo apice a marzo.
Un duro colpo per la credibilità dei gestori dei blackmarket nel Dark Web e per i loro clienti che adesso sanno di non essere abbastanza protetti dall’oscurità del web. In quel mondo, al confine tra il legale e l’illegale, dove l’anonimato è tutto, equivale a chiudere.

L’operazione è stata condotta attraverso un vasta indagine volta a penetrare le reti online anonime che i trafficanti di droga usano per vendere narcotici e oppioidi sintetici sia ai malati che ne hanno bisogno che a spacciatori e tossicomani che possono ordinare e ricevere i farmaci senza mai uscire di casa.

I sospettati durante gli interrogatori si sono difesi dicendo che si trattava di «business», di un modo come un altro per fare soldi. Non si tratta però di una normale transazione di e-commerce: la vendita di oppioidi sul web è al centro dell’epidemia di overdose che si sta registrando sia negli Stati Uniti che in altri paesi. Il team di J-Code voluto dal Dipartimento della Giustizia Usa è nato nel 2018 proprio per combatterla.
Nonostante conducano operazioni online nei meandri della rete gli investigatori spesso cominciano dalla superficie. L’Fbi ad esempio ottiene informazioni dalla polizia dopo un overdose o un arresto, lavora con postini e doganieri e spesso riesce a risalire ai mittenti delle droghe mortali. È così che si è arrivati pochi giorni fa all’arresto di cinque sospetti nella zona di Los Angeles, presunti gestori di due siti online di droga capaci di spedire a destinazione circa 1.500 confezioni di oppiacei ogni mese.

Come già accaduto con le retate condotte nei confronti dei blackmarket Alphabay e Hansa, gli investigatori usano anche altre tecniche: una è il «rumor chasing», quando si inseguono i pettegolezzi nei forum di hacker, l’altra è il «garbage scavenging», per rovistare tra l’immondizia di siti e chat, un’altra ancora è diventare «seeder», per diffondere software spia nascosti nei file torrent, oppure infiltrano propri agenti tra i compratori illegali.

Tor consente ai suoi utenti di nascondere meglio chi sono, dove sono e cosa stanno facendo online. È nato proprio per questo, come progetto di anonimizzazione in rete ed è usato da chi rischia la vita all’interno di paesi autoritari: scienziati, dissidenti politici, giornalisti scomodi o cooperanti in zone di guerra. Ma offre protezione anche a chi vende beni, merci e servizi illegali che vanno dalle carte di credito clonate alle armi. Eppure, come è diventato più facile raggiungere i black market per gli acquirenti, è diventato altrettanto facile per gli investigatori rintracciarli: «Tutto ciò di cui hai bisogno è uno smartphone o un computer.», ha detto Chris Oksala della Dea.