Antonia Pozzi, Mi sento in un destino. Diari e altri scritti, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Áncora, Milano 2018, pp. 158, € 18,00, ISBN: 978-88-514-2031-4

 

Il vivacissimo e crescente interesse per le opere di Antonia Pozzi invoca un suo continuo ritorno in libreria. Da alcuni anni la casa editrice Áncora ha intrapreso la ripubblicazione integrale, corretta e riveduta, dell’intero corpus: l’epistolario (2014), tutte le poesie (2015) e ora i Diari e altri scritti.

Un lavoro di attenta cura filologica sugli originali, condotto da Graziella Bernabò (a cui si deve la più completa e fondamentale biografia della poetessa, anch’essa pubblicata da Áncora nel 2012)

e da Onorina Dino, per oltre quarant’anni conservatrice dell’Archivio (ora affidato all’Università dell’Insubria) e curatrice anche in precedenza di tutti gli scritti pozziani.

Una fatica meritoria che ci dà ora la certezza filologica dei testi nella loro completezza. Così è anche per questa edizione dei Diari, la quarta ad apparire. La prima fu pubblicata da Schiewiller (1988), la seconda per la casa editrice Viennepierre (2008). A seguito della chiusura di tale casa editrice, parecchi testi vennero riproposti nella (quasi) opera omnia pubblicata da So

ssella nel 2010, con il titolo Poesia che mi guardi. Ora, nel 2018, la quarta edizione; casuale ma curioso che le edizioni siano scandite nei decennali della morte della poetessa (1938).

L’accuratezza filologica del testo (con qualche breve inedito) – insieme all’opportunità di avere nuovamente in commercio questo importante testo – non è l’unico merito della nuova edizione. Negli ultimi quindici anni gli studi storico-critici intorno alla figura e all’opera di Antonia Pozzi sono stati davvero molti (la bibliografia, in continuo aggiornamento, è reperibile facilmente sul sito ufficiale dedicato alla poetessa: www.antoniapozzi.it) e gli apporti, le connessioni, le interpretazioni hanno parecchio arricchito la conoscenza sua e delle sue opere. Per questo i due saggi introduttivi sono molto ben circostanziati e con spunti di novità. Il primo – “Impara a vivere sola – dentro di te”. Antonia Pozzi: una vita d’amore e di poesia, pp. 7-33 – è scritto da Onorina Dino; il secondo – “Quando la tempesta sarà solo un ricordo”. Antonia Pozzi: vita e scrittura nel Diario 1935-1938 e nei saggi critici, pp. 35-60 – è invece di Graziella Bernabò e si sofferma soprattutto sugli influssi della frequentazione della “scuola di Milano” costituita dai discepoli del filosofo Antonio Banfi (con cui Antonia si laureò in Estetica appunto nel 1935).

Il materiale raccolto nel libro è variegato ma in Antonia c’è sempre una grande coerenza interiore che dà una sorprendente coerenza al tutto. I primi testi presentati sono estrapolati da esercitazioni scolastiche del 1925 e 1926. Potrebbe sembrare che, a parte le informazioni biografiche, gli scritti di una tredicenne non possano dire molto. Lascia invece sbalorditi non solo la capacità stilistica e narrativa della ragazza, ma anche la sua precoce maturità. Ci sono poi i nervosi appunti di viaggio dell’aprile 1933, in un momento di grande sofferenza (la conclusione forzata del rapporto d’amore con Antonio Maria Cervi). E, infine, il diario degli ultimi anni di vita (1935-1938). Le curatrici, nella descrizione della materialità del diario, documentano i numerosissi tagli operati dal padre (pagine e pagine strappate e distrutte). Nonostante ciò, il diario è intenso e toccante: una vera e coraggiosa confessione, con pagine di una bellezza straziante. Da far sorgere un senso di intima ribellione per le pagine che abbiamo perso, ma anche da farci ringraziare per quelle che ci sono giunte.

Ad arricchire il volume, sono poi presentati alcuni esperimenti di narrazione e di traduzione (poi abbandonati dalla poetessa), due saggi su Aldous Huxley (il primo dei quali fu l’unico testo pubblicato in vita da Antonia, sulla rivista “Vita Giovanile”) e una breve antologia della testi di laurea in Estetica su “Flaubert negli anni della formazione letteraria (1830-1856)”. Un lavoro che fu molto ammirato, che ottenne alla Pozzi il massimo dei voti e che venne pubblicato postumo (1940) da Garzanti. Si tratta di un lavoro oggi molto rivalutato (la tesi è stata ripubblicata nel 2012 Scheiwiller e nel 2013, in edizione critica, da Ananke), a cui si riconosce una straordinaria documentazione, un’ottima ricostruzione del contesto letterario e culturale di Flaubert e, soprattutto, l’originalissima capacità di sintesi critica della Pozzi. I passi qui riportati (pp. 119-130) testimoniano le «interessanti e originali considerazioni di Antonia Pozzi rispetto a quel rapporto tra arte e vita che stavano particolarmente a cuore a lei e ad altri giovani di ambiente banfiano» (p. 121).