Tra le novità introdotte nella manovra finanziaria che ha chiuso lo sciagurato anno appena concluso, c’è l’innalzamento a 150.000€ del tetto di spesa con cui i sindaci potranno affidare lavori in modo diretto, senza gare d’appalto. Provvedimento fortemente voluto dalla Lega, emblema di quel “pragmatismo” di cui da sempre il Carroccio si vanta. Peccato che, in un Paese come l’Italia, una misura del genere rischia di spalancare (ulteriormente) le porte a scenari di voti di scambio, favori e mazzette tra costruttori senza scrupoli e amministratori ansiosi di affidare ad aziende amiche lavori pubblici (sulla cui utilità è spesso lecito avanzare almeno dubbi). Situaizoni talmente comuni e diffuse che difficilmente la neonata legge “spazzacorrotti” potrà fare miracoli.

D’altro canto, è pur vero che la lungaggine delle procedure burocratiche nell’assegnazione dei lavori pubblici in Italia è un dato di fatto. Tuttavia ci sono almeno due buone ragioni che sconsiglierebbero di affrontare il problema aggirando le gare d’appalto

La prima è che, come spiega Luigi Olivieri in questo articolo, l’affidamento diretto non semplifica poi così tanto, visto che ci sono da tenere in considerazione anche le direttive dell’Anac

La seconda è che -almeno a modesto avviso di chi scrive- la via maestra per la velocizzazione, la semplificazione e la trasparenza è anche in questo campo la digitalizzazione delle procedure. Ed è infatti in questa direzione che hanno spinto sia la famigerata UE sia gli altrettanto famigerati “governi precedenti” a quello giallo-verde.

Le direttive UE nn° 23, 24 e 25 del 2014 (recepite dall’Italia con il Decreto Legislativo18 aprile 2016, n. 50) impongono l’esclusivo formato elettronico per le comunicazioni e gli scambi di informazioni inerenti le procedure di affidamento di appalti pubblici. Lo scorso 18 ottobre tutto ciò è entrato in vigore. E non è certo l’unica novità in questo campo.

Dal 2015 era entrato in vigore l’obbligo di fatturazione elettronica verso tutte le amministrazioni pubbliche -esteso come noto anche ai privati da gennaio di quest’anno); il numero e la tipologia delle stazioni appaltanti era stato oggetto di un provvedimento del governo Renzi, così come al medesimo governo va riconosciuta l’approvazione del FOIA (Freedom of Information Act), che sancisce il diritto di ogni cittadino -anziché delle sole parti interessate- di visionare i documenti della PA.

Un percorso dunque lineare, al netto di inevitabili malfunzionamenti e imperfezioni. Percorso però interrotto ora da un esecutivo il cui socio di maggioranza è, ironia della sorte, quel M5S che per anni ha (giustamente) spiegato come la digitalizzazione fosse la vera priorità infrastrutturale del Paese. 

Un esecutivo che, invece, sembra non solo ignorare, ma talvolta addirittura ostacolare la digitalizzazione. Perfino in quel settore così drammaticamente oberato di carta qual è la giustizia. Rocco Todero su Il Foglio ha rivelato che il governo giallo-verde ha reso obbligatorio il deposito presso la cancelleria del Tribunale di una copia cartacea del ricorso e degli altri scritti difensivi depositati per via telematica. Cioè: nonostante i documenti siano già stati inviati per via telematica, la legge impone di depositarne anche una copia cartacea, senza la quale “l’avvocato non vedrà fissata né la camera di consiglio per la discussione della richiesta sospensiva in via d’urgenza, né l’udienza cosiddetta di merito”.

Chissà, forse il M5S è tornato al Beppe Grillo delle origini: quello che concludeva gli spettacoli sfasciando un PC a mazzate.

L’articolo Appalti: l’UE vuole trasparenza, il Governo corruzione sembra essere il primo su Partito Pirata Italiano | Sito ufficiale.

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