Nella legislatura che ha dato vita al disegno di legge Carlucci e al “decreto ammazza blog” (e relative proteste che hanno portato buona parte della blogosfera italiana a scendere in piazza), nel paese che mantiene la legge Pisanu (ormai malgrado Pisanu che non la difende più) portandosi dietro un’impianto normativo sul diritto d’autore risalente agli anni del fascismo (senza riuscire a produrre una auspicabile riforma), nello stesso paese che circa un anno fa oscurava The Pirate Bay, l’11 marzo accade un fatto singolare: Lawrence Lessig, il giurista noto al secolo come l’”inventore” delle licenze Creative Commons, tiene una lectio magistralis ospitata dalla Presidenza della Camera.

Il video che vedete è infatti una breve intervista rilasciata l’11 marzo da Lessig al termine della conferenza “Internet è libertà. Perchè dobbiamo difendere la Rete”, che si è svolta a Montecitorio presso Sala della Regina, come quinto appuntamento del ciclo di conferenze “Capitale Digitale” promosso da Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Comune di Roma, Wired Italia e CATTID: è stato infatti lo stesso Giamfranco Fini a introdurre la lectio magistralis di Lessig. Con la moderazione di Riccardo Luna (direttore di Wired Italia), hanno animato il dibattito: Franco Bernabè amm. del. di Telecom Italia); Umberto Croppi (ass. alle politiche culturali e alla comunicazione del Comune di Roma); Fiorello Cortiana (resp. innovazione della Provincia di Milano); Juan Carlos De Martin (resp. Creative Commons Italia); Paolo Gentiloni (dep. PD); Stefano Quintarelli (resp Reeplay); Paolo Romani (Vice Ministro allo Sviluppo Economico).

Ma andiamo a ripercorrere insieme la giornata, per capire come si sono svolti i fatti e come si è arrivati a costruire questa operazione.

In coda

Ore 14.30. Arrivo a Piazza Montecitorio. La conferenza inizia alle 15, ma un folto numero di invitati si accalca già all’ingresso, creando nei 15 minuti successivi un lungo e ordinato serpentone, che non mi aspetto. Entrare a Palazzo. Seguire le procedure standard: documento, invito, metal detector come all’aeroporto. “Seguire il percorso obbligato”, suggerisce il personale in livrea, e un tappeto rosso che si snoda fino al primo piano ci conduce alla Sala della Regina, già gremita di gente. Prendo posto, mi guardo intorno, scorgo le facce più o meno note che seguono il dibattito istituzionale italiano sull’innovazione, ma siamo veramente in tanti: il successo di pubblico dell’iniziativa sia evidente, nonostante la presenza di giovani sia scarsissima come sempre.

Apertura

Dopo i fisiologici 15 minuti, Riccardo Luna apre il dibattito (in sala fa già caldo), raccontantando brevemente come è nato l’incontro. Circa due mesi fa, N. Negroponte è stato ricevuto da Fini che in quell’occasione ha preso due decisioni: aderire alla campagna “Internet For Peace” (la candidatura del Nobel per la pace a Internet) promossa da Wired Italia, e ospitare la lectio magistralis di Lessig. Molto difficile immaginarsi un risultato più efficace in un solo pomeriggio con un uomo politico tutto sommato estraneo al dibattito sulle libertà digitali e nello specifico sul diritto d’autore.

Il discorso di apertura di Fini

Nel suo discorso introduttivo, Fini fa due affermazioni interessanti: il web non è semplicemente un nuovo media di convergenza e concepirlo come una tv (sue testuali parle) sarebbe una posizione di retroguardia; internet possiede meccanismi di autoregolementazione da prendere in considerazione anche se rapportati alla criminalità, mentre l’unico modo di affrontare la lotta al crimine in ambito digitale è la cooperazione transnazionale; lo sviluppo di internet è legato allo sviluppo demobratico portando ad esempio i casi di Cina, Iran e Birmania); l’accesso a internet è un diritto fondamentale, riprendendo alcune recenti dichiarazioni del parlamento europeo. Ma il Presidente della Camera politicamente non si sbilancia: nessun accenno alla riforma sul diritto d’autore, né alla legge Pisanu (solo per citare due aspetti della politica italiana irrisolti da anni), nè alla brevettabilità del software, lanciando un generico ma formalmente convinto auspicio affinchè le istituzioni partecipino al dibattito sull’innovazione in modo “attivo” e “consapevole”.

I tre punti di Lessig

Lawerence Lessig, ospite d’onore, apre la lectio sul conflitto generazionale, ricostruendo alcuni episodi che da giovane reganiano nel 1976 lo portano ad una fascinazione verso l’URSS: una visita in Italia, l’incontro con l’allora PCI e l’ifuocato dibattito del tempo; un tour nei paesi dell’Est sei anni dopo nel 1984; e il ritorno in Bulgaria nel 2005 dove incontra giovani che si pongono le stesse domande, ormai indistinguibili fra est e ovest del mondo. Ma con un filo conduttore: il devide generazionale è enorme ed è lui stesso a parcepirlo confrontandosi con i giovani. Internet viene definita – in modo corretto – come un abilitatore, un’architattura sociale e tecnologica da non confondere con una partiticolare applicazione o tecnologia. Lessig costruisce il suo discorso su tre principali argomentazioni politiche: la necessità di creare un legame generazionale (essenzialmente cosa diranno i nostri figli di noi? come ci ricorderanno? che mondo stiamo lasciando loro?), nella consapevolezza che la generazione al potere rappresenta essenzialmente gli interessi dei “dinosauri” (la definizione è sua); il totalitarismo, la cui logica sottintesa è la possibilità di controllare/reinventare la società (logica propria dei mezzi di comunicazione di massa, come del fordismo e della tecnologia del xx secolo), nel xxI secolo perde di senso in favore di una logica relazionale, proprio come lo è la sua tecnologia portante: la rete globale interconnessa; conseguenza dei primi due punti, è un appello all’umiltà: abbandonare l’idea che lo stato (da solo) possa “cambiare il mondo”. La discussione sul copyright si inserisce a pieno nella tradizione del libero mercato: le norme vigenti in materia rappresentano un’ostacolo alla creatività e alla circolazione dei beni immeteriali. Particolare attenzione viene data inoltre al tema della trasparenza e del finanziamento pubblico ai partiti, campagna in cui Lessig è attualmente impegnato, e ad una riflessione sul giornalismo e alla necessità di mantenere vivo il giornalismo di inchiesta finanziato anche questo pubblicamente.

Il dibattito in sala

Gli interventi si avvicendano lasciando spazio ai relatori che mettono in luce chi l’arretratezza dell’Italia rispetto agli USA o la necessità di alfabetizzare al mezzo come Juan Carlos De Martin; chi torna sul divario generazionale (incolmabile) riportando l’attenzione sulla persistenza della Pisanu con le sue limitazioni come l’ass. Croppi; chi tenta di delineare i problemi legati allo sviluppo del settore tecnologico e delle imprese, come Stefano Quintarelli; chi punta il dito sui problemi infrastrutturali, come Bernabè ricordando come internet sia soprattutto un’infrastruttura sociale; infine chi, come Paolo Gentiloni, coglie l’occasione per riportare l’attenzione sulle polemiche sucitate in parlamento (e non) dalla proposta di legge nota come “decreto Romani” (ma su questo torneremo in seguito). Ma fra gli interventi, il punto di vista realmente critico è quello espresso da Fiorello Cortiana, ex senatore dei Verdi, proprio a partire dalle definizioni. Internet è un ecosistema e un'”impresa cognitiva collettiva” che ridefinisce le modalità di relazione e i conflitti contemporanei e la sfida politica è costruire un blocco sociale dell’innovaizone, in senso gramsciano. In questa direzione viene ricordata la campagna per una carta dei diritti della rete, intrapresa a suo tempo a livello internazionale con i lavori dell’Internet Governance Forum (ONU): l’Italia ne era portavoce insieme al Brasile come proposta di agenda IFG, ma ad oggi non sembra più esserci un referente istutuzionale a livello italiano che dia seguito a quel tentativo. Più concreto e stringente il richiamo alla totale mancanza di un welfare della conoscenza, ovvero a politiche di welfare che consentano ad esempio modalità di lavoro flessibili ma non coincidenti con la precarizzazione (fenomeno a cui assistiamo quotidianamente in Italia), o ancora alla statalizzazione dei servizi di telecomunicazione, dove l’accesso fisico a Internet non è più sottoposto a leggi di mercato ma si configura come un diritto universale da garantire al pari di acqua ed elettricità.

Il convitato di pietra

Scherzosamente definito così sin dall’inizio, l’ultimo intervento è quello di Paolo Romani: se fino a quel momento mi era mancato il senso dell’evento, la performance oratoria del vice ministro me lo restituisce pienamente. Romani è al centro di due polemiche: la prima sulla scomparsa di un fondo infrastrutturale di 800 mln di euro da investire per la connettività (che poi si scopre essere “congelato” da Tremonti fino a crisi superata: staremo a vedere) e la seconda sul “decreto Romani” (in sintesi: disegno di legge in recepimento alla direttiva europea in materia di trasmissione audiovisiva, che equiparava i siti eroganti servizi di straming a vere e proprie emittenti, anche se non professionali). Se il decreto è stato parzialmente rivisto, alla domanda di Luna “scegliere fra il Ponte di Messina e l’ivestimento in connettività”, Romani sostiene: “non dobbiamo scegliere, abbiamo i fondi per i due investimenti” difendendo, a fronte di un pubblico che in sala sussulta e per la prima volta reagisce verbalmente pur non essendo chiamato in causa, l’impatto positivo che un’intervento come il Ponte avrebbe. Sulla Pisanu la risposta è allo stesso livello: non c’è problema, tutti possiamo avere un hotspot pubblico, basta dare la carta d’identità. Questo intervento dà la misura precisa del contesto decisionale e politico in cui è calato questo evento.

Conclusioni

Come tutti gli eventi, questo 11 marzo ha diversi livelli di lettura.

A quello formale potrebbe essere interpretato come un segnale politico importante: l’apertura di un dialogo da parte di una delle messime cariche dello stato e di uno dei più influenti uomini politici italiani, che se ne va dalla sala (molto prima delle conclusioni, naturalmente), con un plico di domande del pubblico e l’incartamento sul Nobel per la Pace a Internet: l’evento è stato trasmesso in streaming e attraverso Twitter da remoto era possibile inviare delle domande.
A quello di indirizzo politico, Romani ha dato una visione chiarissima delle scelte governative, e c’è pochissimo se non nulla da aspettarsi in termini di apertura reale: come fa notare Lessig in una chiosa finale che ironicamente dice “grazie per non avermi chiesto nome e cognome per connettermi”…
A quello culturale e filosofico, nonostante l’attitudine e i molti elementi positivi, lascia un retrogusto amaro lo stesso discorso di Lessig: da un lato il prendere le distanze dai fenomeni come la pirateria (che sono il contesto sociale, la precondizione e il motivo per l’esistenza di un’organizzazione come Creative Commons), dall’altro il ridurre al problema della compensazione (come retrubuire gli autori/artisti/prosumer) un ben più vasto problema che significa rimettere in discussione e reinventare il patto sociale, i modelli e la definzione del valore nella società contemporanea (informazionale, postpolitica etc…). Con un inciso: posto che la possibilità dell’espressione e della creatività sono sempre condizionate dal contesto e dalle condizioni materiali, l’origine del processo creativo non è la retribuzione, ma l’urgenza stessa dell’espressione in tutte le sue forme.

Chiudo con due considerazioni laterali. La prima sulla composizione: i relatori erano tutti maschi, bianchi e sopra i quarant’anni, ovvero la descrizzione perfetta della classe dominante occidentale: proprio come nel pubblico mancavano i giovani sotto i trenta anni e il mondo dell’attivismo tecnologico. La seconda riguarda il titolo del convegno: Internet è una tecnologia certamente particolare e certamente sono innumerevoli i motivi per cui difenderla. Ma strutturalmente nessuna tecnologia a portato oggi nè porterà mai la libertà a nessuno.

Internet non “è” libertà, è “anche” libertà e come può essere controllo.