Il software libero in Italia. L’esperienza del FLOSS

di Finalmente libero!. 31 gennaio 2010

Il libro offre una panoramica dello stato dell’arte del floss (Free, Libre and Open Source Software) in Italia. Dalla realtà della pubblica amministrazione alla ricerca scientifica, dalla sicurezza informatica alla produzione audio-musicale, il libro restituisce uno spaccato aggiornato di questo mondo complesso e variegato. Le testimonianze di chi ha visto nascere e crescere il Software Libero in Italia si accompagnano ad analisi legali ed economiche e a proiezioni dei principi di base di questa nuova modalità di produzione e distribuzione ad altri settori, come l’Open Content.
Un tassello decisivo per comprendere appieno il mosaico della rivoluzione informatica che in poco più di vent’anni ha cambiato profondamente la Società dell’Informazione, anche in Italia.

A cura di Andrea Glorioso include contributi di Antonella BECCARIA; Antonio BERNARDI; Associazione per il Software Libero (ASSOLI); Nicola BERNARDINI; Marco CIURCINA; Renzo DAVOLI; Italian Linux Society (ILS); Flavia MARZANO; Francesco MOROSINOTTO; Carlo PIANA; Fabio “naif” PIETROSANTI; Cristina ROSSI LAMASTRA; Denis “JAROMIL” Rojo; Lele ROZZA.


In questi giorni in offerta qui

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IL CRISTO DEGLI ULTIMI. UNO SCRITTO DI PATRIZIA GAROFALO SU “CADORNA NON E’ UNA FERMATA” DI ALESSANDRA GIORDANO (EDIZIONI VIENNEPIERRE)

di Pagina Tre. 30 gennaio 2010

 

 

“Si spostano a migliaia / di mattina verso il centro / oppure verso zone / periferiche industriali, gambe, / sguardi, indifferenze e passi. Se anche solo / uno di loro muovesse in senso / contrario, risulterebbe indifeso, sgraziato, da poco. Nell’opera / dei decenni che hanno creato le masse / sembrerebbe fuori posto, alienato / unico”.

Alla fotografia poetica dei bellissimi versi di Stefano Lorefice che liricizzano gambe, passi, scarpe in un’inquadratura alla Louis Malle, si contrappone l’autrice nel suo riuscitissimo esordio in narrativa nella tenacia di restituire alla massa dei corpi , costretti ad una momentanea convivenza, parole e volti e storie. Diventano anime e segnano percorsi nel ventre di Milano replicando l’inutile vacuità del vivere insieme ad immagini ed incontri di tipologia quasi surrealista.

Invece hai visto quella lì sotto, in prima fila? E’ la madre di Alessia, la down…sai quelli sono molto affettuosi…è vero, spesso danno anche carezze e baci…c’è anche la bambina cinese…come si è buttato?…Franci…Franci, dove sei amore? Vieni, andiamo subito a casa”.

All’ovvietà di crudeli stereotipi, al chiassoso richiamare alla mente la giornata di scuola appena trascorsa, tra zaini e magliette corte, il volto del clown che sorride bonariamente all’uomo tradito: il vecchio parla d’amore e l’amore si sfoglia piano, delicatamente nell’attesa del prossimo fiore , è trepidazione, emozione , sussulto, e l’attimo di un gesto diventa eternità di memoria ed ingentilisce l’animo.

“ Forse, forse lei ama me, una mattina, si una mattina mi ha amato. Mi ha portato un mazzo di margherite”… Il dolore che ha segnato l’uomo tradito lo spinge ad infierire per allontanare lo strazio: “Ti regala i fiori per pietà, e poi…”. Ma il vecchio nel suo cristallino sentire gli offre un petalo dei cinque rimasti ai suoi fiori per portarlo alla moglie…….Intenso e alterno questo fotografare anime, volti e storie.

Il poeta in cima al convoglio sotterraneo annota pensieri ; è un poeta o un’anima o un volto attento o l’autrice stessa che si muove in un’ipotesi di ricerca ?

Ripensò alla ragazza in rosso, poco più giovane di lui, e si chiese se non fosse stato solo il caso a mettere su questo mondo lui, lì in piedi e coi soldi in tasca e lei seduta, a mangiare chissà quando”.

Una storia di giorni, di dubbi, attese, ricerche, una storia d’incontro… Perché Cadorna non è una fermata. Ma nessuna fermata è fine a se stessa rimanda pensieri, storie, introiezioni, nostalgie e fissità di dolore che resta nella nostra e altrui maschera tanto da confondere verità e menzogna in un altalenando di rimozioni e tentativi di nuova verginità.

E’ spontaneo il richiamo alle “ maschere nude” di Pirandello e al desiderio impotente di strapparle dalla pelle e riconoscersi in processi diversi. Ma capita come in Gita al faro; quando il male sembra rimosso e l’occasione giunta, quello che è impresso a fuoco torna con un nuovo affanno. “Soffia un vento così forte / da far crollare gli alberi di nostalgia (Tahar Ben Jalloun, Doppio esilio).

Lo saluto, ma sto parlando ancora una volta a quella maschera senza espressione”.

Profonde le interviste che costituiscono parte integrante del testo che non nasce dal soggettivo interpretare volti e storia ; altri aspetti di Milano, appaiono amati, cercati, raccontati in rapporto con il proprio io relazionale e interiore e mi fermo affascinata alle righe di Ferruccio Parazzoli “…perché se lei si alza da qui , piglia il metro e scende a Porta Venezia la vede. E’ un volto di Cristo ed è in uno spiazzo dove c’è un’edicola di giornali, due bancarelle di libri usati e, in fondo, prima di proseguire per viale Vittorio Veneto, nel nicchione di una tettoia in ferro qualcuno ha dipinto il Cristo-città che soffre, il Cristo incoronato di spine che perde sangue…Il Cristo degli ultimi.

L’ho cercato anch’io, l’ho visto e fotografato.

E’ un’immagine forte, il sangue sembra uscire ed essere raccolto dalla pietà del nicchione.

Mi sono staccata a fatica per entrare nel ventre della stazione.

                                                              Patrizia Garofalo

Per acquistare il libro:

http://www.webster.it/libri-cadorna_non_fermata_giordano_alessandra-9788876010590.htm

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Ipad o Ibad?

di FSUG Italia. 29 gennaio 2010

Ieri, 27 Gennaio 2010. Steve Jobs ha presentato a San Francisco il suo nuovo Ipad, che ha detta di molti, rappresenta il nuovo tassello evolutivo del mobile computing. Come è ormai consueto, l’ultima novità della Apple ha suscitato un grande numero di consensi, ma anche un discreto numero di dissensi, in particolare legate alle “libertà negate” dai sistemi della mela.

Oltre al già visto limite di installazione di applicazioni non selezionate da Apple sul proprio Application Store, anche la forte presenza di controlli DRM all’interno del device mobile. A tal proposito è già partita una protesta con relativa petizione ( http://www.defectivebydesign.org/ipad ) atta a far rimuovere tali controlli dai dispositivi mobili di Apple (quindi non solo Ipad, ma tutta la parte legata ai dispositivi utilizzabili con Itunes.

Interessante commento di Holmes Wilson di FSF che dichiara “E’ un grande passo indietro nella storia del computing…”

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Su ANB WebRadio: Open Source e Creative Commons

di Finalmente libero!. 29 gennaio 2010

Ieri 27/01/2010 su ANB WebRadio (www.alenicobenz.it) si è parlato di open source e Creative Commons.

Tra gli ospiti: Io e Fabio Pani (società Avitis), Flavia Marzano, Giovanni Battista Gallus, Rinaldo Bonazzo (società Tzente per il progetto Japs), Rossella Diaco (Rai International)

di seguito il link per visionare la puntata:
http://www.livestream.com/alenicobenzwebradio/video?clipId=pla_3cd7e68d-bc42-49bc-acfc-3b0710899404

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FSFE premiata con la medaglia Theodor Heuss

di FSUG Italia. 27 gennaio 2010

Tratto da: http://www.fsfe.org/news/2010/news-20100126-01.it.html

26 Gennaio 2010, 09:00 CET, Berlino, Germania

La Free Software Foundation Europe (FSFE) riceve la medaglia Theodor
Heuss del 2010 per l’impegno straordinario verso la partecipazione equa
alla società dell’informazione. La FSFE si batte dal 2000 per le libertà
di usare, studiare, modificare e ridistribuire il software in tutti i
settori della società e della politica. La Fondazione Theodor Heuss
definisce la FSFE “una organizzazione rivolta al futuro, che
contribuisce allo sviluppo e al rafforzamento delle regole per una equa
governance globale”.

“Il Software Libero è un componente indispensabile per una società
libera nell’era digitale. Assicura a tutti la parità di accesso alla
società dell’informazione” afferma Karsten Gerloff, Presidente della
FSFE, commentando il premio.

“Un piccolo gruppo di persone in anticipo rispetto ai tempi hanno
fondato la Free Software Foundation Europe nel novembre 2000. Hanno
lavorato verso il successo, instancabilmente e con grande impegno
personale”, sottolinea Gerloff. “Un merito speciale va a colui che ha
lanciato la FSFE, Georg Greve, e al co-fondatore Bernhard Reiter. Georg
Greve ha assunto un onere personale notevole per costruire
l’organizzazione, e ha seguito la sua crescita come presidente fino al
2009. Per molti anni Bernhard Reiter ha guidato il team tedesco fino a
farlo diventare uno dei più solidi gruppi europei per il Software
Libero”.

“Abbiamo fondato la Free Software Foundation Europe come
un’organizzazione indipendente che potesse combattere per la libertà
della società nell’era digitale. Il nostro lavoro ha a che fare sia con
la libertà dal tecno-controllo, sia con la libertà di iniziativa
personale in tutte le sue forme”, spiega Greve. “Fin dal suo inizio,
l’organizzazione ha adottato una prospettiva di lungo periodo,
distribuendo i compiti fra più persone, in modo che il cambiamento
potesse essere gestito in modo sostenibile”.

“Sin dall’inizio, abbiamo progettato l’organizzazione in modo che
potesse funzionare in modo indipendente da qualunque persona specifica”,
aggiunge Bernhard Reiter. “Abbiamo voluto una FSFE che fosse in grado di
accompagnare i cambiamenti che avverranno nella società per i decenni
futuri. Oggi la FSFE è supportata e rafforzata dall’impegno di molte
persone”.

Matthias Kirschner, Coordinatore della FSFE per la Germania, commenta:
“La medaglia va a tutti coloro che hanno contribuito al successo della
FSFE durante gli anni, con le loro iniziative e il loro notevole impegno
personale. Ma c’è ancora molto da fare, in un mondo in cui il software è
ovunque. Il nostro compito consiste nel raggiungere ancora più persone,
dalle Nazioni Unite fino alle città in cui viviamo. Per questo abbiamo
bisogno di un ampio sostegno. Qualsiasi contributo è benvenuto!”

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Assemblea straordinaria Ass. libera fra citt. Partito Pirata

di Partito Pirata. 27 gennaio 2010

Al momento sono Soci tutti coloro che si sono iscritti anche senza pagare la quota d’iscrizione ed hanno quindi diritto di voto.

Proposta

Sono Soci coloro che sono in regola con una delle quote associative annuali:

  • Euro 5: socio studente, disoccupato, pensionato o comunque in difficoltà, a proprio insindacabile giudizio.
  • Euro 10: socio ordinario.
  • Euro 25 o più (non ci sono limiti): socio sostenitore.

I soci attuali che non hanno regolarizzato la quota saranno tenuti in considerazione come simpatizzanti.

Modalità di voto

Sarà possibile votare dalle ore 00:00 del giorno 10 febbraio fino alle ore 24:00 del 19 febbraio. Per votare è necessario aver effettuato il login con il proprio account. È possibile esprimere la propria preferenza una sola volta.

  • Current date: Mer, 27/01/2010 – 22:22
  • Opening date: Mer, 10/02/2010 – 00:00
  • Closing date: Sab, 20/02/2010 – 00:00
0 out of 323 eligible voters cast their ballot

This decision is not yet opened.
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Decreto censura Internet: procedura di infrazione della Commissione Europea contro l’Italia alle porte

di Partito Pirata. 27 gennaio 2010

dal sito di “Movimento Scambio Etico”
di Paolo Brini

Il decreto Romani, definito anche “censura-Internet”, viola esplicitamente due Direttive e rappresenta un pericoloso precedente, all’interno dell’Unione Europa, che mira a bloccare lo sviluppo della società dell’informazione nonché a gettare sulle spalle degli intermediari un obbligo generale di controllo e l’onere della censura preventiva sui contenuti generati dagli utenti. ** **** **

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OpenPC, nato dalla comunità

di FSUG Italia. 26 gennaio 2010

Tratto da “Punto Informatico” e segnalatomi dal buon Red Marv.

Il progetto Open-PC ha annunciato la realizzazione di un computer basato su software open source e progettato in base ai suggerimenti della community di utenti
Roma – A circa sei mesi dalla sua costituzione, il progetto Open-PC ha presentato il suo primo personal computer interamente basato su software a codice aperto. Il sistema, che può essere fatto rientrare nella categoria dei nettop, si definisce “aperto” non solo perché utilizza l’accoppiata Linux e OpenOffice, ma anche perché adotta esclusivamente componenti hardware che dispongono di drive open source e che, per funzionare al meglio, non richiedono software proprietario.

Open-PCL’ideatore e principale fautore del progetto è Frank Karlitschek, lo stesso sviluppatore che ha dato vita al sito di social networking openDesktop.org indirizzato alla comunità open source. Karlitschek afferma che Open-PC è un personal computer nato “dalla community per la community”: si tratta di un sistema che tutti possono contribuire a migliorare, partecipando direttamente al progetto o semplicemente fornendo i propri suggerimenti e le proprie idee.

Questo primo esemplare di Open-PC è anche frutto dei dati raccolti attraverso due recenti sondaggi in cui si invitava la comunità ad esprimersi su certe questioni, come ad esempio quali applicazioni includere, quale desktop environment utilizzare, a quale target di utenti indirizzare il prodotto, e se allegare o meno un manuale cartaceo.

Sulla base delle quasi 5mila risposte, ma anche del continuo dialogo con la comunità, Karlitschek e il suo piccolo staff di volontari hanno infine partorito la prima incarnazione dell’Open-PC. Le specifiche tecniche contemplano una CPU Atom dual-core N330 a 1,6 GHz, 3 GB di RAM, hard disk da 160 GB, scheda madre di ASRock, chip grafico Intel GMA 950 e sistema operativo Open SUSE completamente preconfigurato. Il tutto in un case in formato Mini ITX con dimensioni di 34,5 x 10 x 42,5 centimetri.

Il desktop environment installato sull’Open-PC è KDE, e tra le applicazioni predefinite si trovano il browser Firefox, la suite per l’ufficio OpenOffice e il media player Amarok. Il sistema supporta anche le principali marche di telefoni cellulari.

Questo primo modello di Open-PC potrà essere acquistato online a partire dalla fine di febbraio ad un prezzo di 359 euro. Per ogni PC venduto, Karlitschek donerà 10 euro al progetto KDE (con cui collabora da lungo tempo).

L’ideatore dell’iniziativa afferma di essere intenzionato a progettare altri modelli di Open-PC così da soddisfare una più ampia gamma di esigenze.

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Il Manifesto del Pubblico Dominio è online

di Pagina Tre. 26 gennaio 2010

Comunicato Stampa – Torino, 25 gennaio 2010
http://www.publicdomainmanifesto.org/

Storicamente il pubblico dominio, ovvero quelle opere dell’ingegno che si possono usare liberamente, come gli scritti di Alessandro Manzoni o le musiche di Giuseppe Verdi, ha rappresentato un bene comune di cruciale importanza per lo sviluppo della cultura. Il pubblico dominio, infatti, è costituito da opere che si possono liberamente tradurre, adattare e offrire nei formati più svariati (per ipovedenti, illustrati o riassunti per bambini, eccetera), facilitando e ampliando l’accesso alla cultura, soddisfacendo, almeno in linea di principio, tutti i bisogni degli utenti e fornendo materiale inesauribile per produrre nuove opere.

Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, le progressive estensioni del diritto d’autore hanno ridotto drasticamente tale patrimonio di conoscenza condiviso. Ciò, infatti, che agli albori del copyright era protetto per quattordici anni dalla data di pubblicazione è ora protetto fino a settant’anni dopo la morte dell’autore (se non di più, a seconda dei casi). Una durata pressoché infinita già in passato, ma a maggior ragione oggi, nell’era di Internet.

Per riaffermare l’importanza del pubblico dominio nelle nostre società così spesso definite “della conoscenza”, oggi il progetto europeo COMMUNIA, coordinato dal Centro NEXA su Internet & Società del Politecnico di Torino, lancia il Manifesto del Pubblico Dominio, un documento che ricorda a tutti i principi alla base del pubblico dominio – inteso anche come “commons” e come prerogative degli utenti – e che propone alcuni principi guida e alcune raccomandazioni per assicurarne la vitalità sia oggi sia per le generazioni future.

Intellettuali di fama mondiale come Lawrence Lessig (Harvard University) e James Boyle (Duke University), nonché organizzazioni come Creative Commons (USA), Open Knowledge Foundation (UK) e Knowledgeland (Olanda), compaiono tra i primi firmatari del Manifesto, al quale, da oggi, sia individui sia enti possono aderire online all’indirizzo http://www.publicdomainmanifesto.org/.

Il Manifesto si affianca alla recente giornata del Pubblico Dominio (1° gennaio 2010, http://publicdomainday.org/), celebrata per segnare il giorno in cui ogni anno le opere di svariati autori e artisti cessano di essere coperte dal diritto d’autore (generalmente ciò avviene dopo 70 anni dopo la morte) per entrare a far parte del Pubblico Dominio. Quest’anno in diversi paesi si è celebrato il passaggio nel pubblico dominio delle opere di celebri autori morti nel 1939,come Sigmund Freud, William Butler Yeats e Alphonse Mucha.

Il Manifesto del Pubblico Dominio è già disponibile in diverse lingue, con altre traduzioni in arrivo, e può essere firmato da chiunque lo desideri. Il Manifesto è anche presente su Facebook.

Cos’è il Pubblico Dominio

In base alla corrente normativa sul diritto d’autore (o copyright), fanno parte del pubblico dominio quelle opere mai coperte dal copyright (perché non originali o perché meri fatti, leggi scientifiche, ecc.) o che non lo sono più per la scadenza del limite temporale di protezione previsto dalla legge (in molti paesi 70 anni dopo la morte dell’autore). Nella definizione adottata dal progetto COMMUNIA, il termine assume tuttavia un carattere più ampio, estendendosi alle varie forme di “accesso aperto” alla conoscenza, come le opere rilasciate con una licenza Creative Commons. Incluse in questa accezione di “pubblico dominio” sono anche le eccezioni e limitazioni al diritto d’autore previste dalla legge (diritto di cronaca, ecc.), eccezioni che nei paesi anglosassoni si articolano secondo la dottrina del “fair use”.

Cos’è COMMUNIA

COMMUNIA è il Network Europeo dedicato al Pubblico Dominio Digitale formato da 50 partner (università, NGO, aziende, biblioteche, ecc.), coordinato dal Centro NEXA per Internet & Società. Grazie a un’ampia serie di attività, COMMUNIA opera come punto di riferimento europeo per l’analisi teorica e soprattutto per l’elaborazione di policy relative al pubblico dominio inteso in senso lato. Ampliando senso e portata del pubblico dominio in senso stretto (ovvero le opere al di fuori della tutela del diritto d’autore per carenza di requisiti o per decorrenza dei termini), COMMUNIA si occupa di questioni relative a forme alternative di licenze per i contenuti creativi, al libero accesso alle pubblicazioni scientifiche e ai risultati della ricerca, alla gestione di opere i cui autori sono sconosciuti, ovvero le cosiddette “opere orfane”. Progetto triennale co-finanziato dall’Unione Europea, il progetto COMMUNIA sta producendo anche specifiche linee-guida relative al pubblico dominio in Europa. Maggiori dettagli: http://communia-project.eu/

Che cosa è il Centro NEXA su Internet e Società

Il Centro NEXA su Internet e Società del Politecnico di Torino (Dipartimento di Automatica e Informatica) è un centro di ricerca indipendente, fondato nel 2006, che studia in maniera multidisciplinare Internet, la “più grande invenzione del secolo” secondo il Premio Nobel Rita Levi Montalcini. Il Centro NEXA, che lavora in stretto collegamento col Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Torino e col Berkman Center for Internet & Society della Harvard University, attraverso il lavoro di ingegneri, giuristi ed economisti si sforza di gettare nuova luce sui complessi e a volte dirompenti cambiamenti prodotti da Internet. Autorevoli personalità costituiscono il Comitato dei Garanti del Centro NEXA, tra cui il fondatore e direttore del Berkman Center, prof. Charles Nesson, il prof. Yochai Benkler, sempre di Harvard, e altri eminenti studiosi italiani e stranieri, tra cui il prof. Stefano Rodotà, l’artista Michelangelo Pistoletto e il prof. Angelo Raffaele Meo. Per maggiori informazioni: http://nexa.polito.it/

Contatti:

NEXA Center for Internet & Society
Politecnico di Torino (Dipartimento di Automatica e Informatica)
Corso Trento, 21
10129 Torino

Ufficio Stampa:
Anna Piccitto
+39 (011) 5647245
anna.piccitto@polito.it

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“Documentalità” di Maurizio Ferraris: lo spirito è la ‘modificazione della lettera’

di Pagina Tre. 26 gennaio 2010

“Dal dì che nozze e tribunali ed are / diero alle umane belve esser pietose / di se stesse e d’altrui…”, si legge nei foscoliani Sepolcri, non immemori di un passaggio cruciale della Scienza nuova di Giambattista Vico. Per dire sinteticamente che il culto della tomba è il segno concreto di una civiltà raggiunta. La civilizzazione – o socializzazione – passa dunque secondo Vico attraverso le istituzioni (qui famiglia, giustizia e religione, istituti che sottendono delle iscrizioni).

Secondo Maurizio Ferraris, nel suo ultimo libro Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce (Laterza 2009) Vico è il primo a evidenziare l’ambito della storicità come somma dell’umano interrelare, nonché a intuire la sfera degli oggetti sociali quale dimensione che rispetto al mondo della natura è opera dell’uomo e come tale è conoscibile e codificabile. E fin da ora si intravede la correlazione per cui “l’obbligo che viene dall’oggetto sociale (…), è una lettera che di fatto precede o promuove lo spirito”.

Lo spirito e la traccia sono dunque in stretta contiguità: lo spirito ha luogo a partire dall’iscrizione e dalla sua specificità filosofica. È la preistoria della ferrarisiana filosofia del documento: successivamente, Thomas Reid rivendica l’autonomia degli oggetti sociali distinguendoli dai moti psicologici o della volontà. In epoca più recente John Austin propone l’atto linguistico come espressione degli atti sociali rilevando la sua qualità performativa: dunque ogni espressione, quando è definita, è un oggetto. Adolf Reinach identifica gli oggetti sociali con gli oggetti giuridici, compimento di atti sociali che oltrepassano l’ubicazione temporale dell’evento, e infine Jacques Derrida assimila gli austiniani atti linguistici alle iscrizioni secondo l’affermazione per la quale nulla esisterebbe al di fuori del testo: “l’iscrizione – dice Ferraris – viene ora riconosciuta come ciò che fissa i performativi, trasformando la praxis in poiesis”. Ne consegue un oggetto, quello sociale, autonomo e inflessibile, che risponde alla legge Oggetto=Atto Iscritto.

Una volta delineati gli ambiti propri di competenza dell’ontologia (cui attiene quello che c’è, facendo astrazione dalla maniera in cui lo conosciamo) e dell’epistemologia, cioè la conoscenza di quello che c’è, e in particolare di quello che in un contesto specifico assume le caratteristiche di una credenza giustificata, in virtù della legge Oggetto=Atto Iscritto, la quale “implica l’intervento di soggetti, di atti e di intuizioni concettualmente attrezzate”, solo relativamente agli oggetti sociali avrebbe senso parlare di trascendentalismo. Non ne avrebbe riferendoci agli oggetti naturali, giacché esistono autonomamente rispetto al soggetto dell’esperienza, e resistono a ogni tentativo di inquadramento concettuale.

Attenersi a ciò che è designabile e sostenere l’estraneità degli oggetti naturali agli schemi concettuali significa riconoscere la finalità della scienza come ricerca di una verità che non disattenda le regole della verosimiglianza. Considerare le cose – sulla scorta del trascendentalismo che rischia di fondare l’esperienza sulla scienza – non per quelle che sono, ma come dovrebbero essere per essere conosciute, comporterebbe, secondo Ferraris “una riduzione degli oggetti ai soggetti che li conoscono”.

Il trascendentalismo non inerisce neppure agli oggetti ideali, eterni, immutabili e individuabili come tali, e in quanto tali del tutto indipendenti dalla mente e dalla storia dell’uomo. Essi, scrive Ferraris, “costituiscono il contenuto invariante del nostro pensiero”. Gli oggetti sociali, “a metà strada fra la materialità degli oggetti naturali e l’immaterialità degli oggetti ideali” possiedono un’esistenza nello spazio e nel tempo e dipendono dai soggetti pur non convertendosi in costruzioni soggettive: “dipendono geneticamente dal soggetto, ma non strutturalmente”. Coinvolgono almeno due persone, hanno una durata nel tempo, un’estensione e soprattutto sono dotati di una iscrizione: la loro eteronomia dal soggetto, scrive Ferraris, è “ontologicamente peculiare”: infatti si appella a una antecedenza e a un seguito, rispetto ai quali l’iscrizione dell’atto che dà luogo agli oggetti sociali si situa come elemento di demarcazione. L’iscrizione oltre che stabilire l’atto media tra l’archetipo e l’ectipo, tra la forma ideale e la sua esemplificazione reale.

L’ontologia sociale, essendo determinata da soggetti e da atti sociali codificati, è anche epistemologia – un’epistemologia sui generis, del “credere” e del “fare”, una versione che non ambisca a rettificare ciò che di fatto è “inemendabile” – qualora necessiti di una verifica delle proprie condizioni di possibilità. In fondo, dice Ferraris, astenersi da radicalizzazioni metodologiche e postulare diversi gradi di conoscenza non equivale a negare “che la conoscenza sia una”, adiacente all’esperienza e al credere fondato. Statutariamente non riferibile agli oggetti naturali, perché esistono a prescindere da noi, una epistemologia diviene pertinente rispetto agli oggetti sociali nella misura in cui essi esistono perché noi crediamo nella loro esistenza.

Quel trascendentalismo che non ineriva agli oggetti fisici (che tali sono e tali resteranno indipendentemente da come li conosciamo) pertiene invece agli oggetti sociali, dove le iscrizioni costituiscono le loro condizioni di possibilità. “Testualismo debole” viene definita da Ferraris questa forma di trascendentalismo, in cui l’iscrizione viene associata solo agli oggetti sociali e alla loro specializzazione (e ciò legittima la sottolineatura “debole”), sulla scorta del correttivo condotto sulla formula derridiana: “nulla di sociale” – allora, nella nota rifondazione formulare di Ferraris – “esiste al di fuori del testo”, dal momento che sia gli oggetti fisici che quelli ideali possiedono un’esistenza propria.

Se può esistere una società senza linguaggio altrettanto non potrebbe verificarsi senza scrittura. Ruolo peculiare della scrittura non è tradurre il linguaggio orale o comunicare, quanto assolvere alla funzione di registrare: ogni comunicazione senza “lasciar tracce” si ridurrebbe infatti a un esercizio labile ed effimero, non affidato ad alcuna memoria, e rapidamente svaporerebbe nell’immemoriale e nell’invisibile. E senza “lasciar tracce” non avrebbe senso neppure parlare di pensiero, non ipotizzabile in assenza di memoria. La nozione di registrazione rimanda alla scrittura, esondante nella reduplicazione “virtuale” dell’era informatica e del sans papier, nella quale il dilagare della scrittura solo apparentemente adombrerebbe un accrescimento della libertà, mentre al contrario implica un forte elemento di controllo, in quanto tutto viene documentato. Ma si domanda Ferraris, il termine “scrittura” è una metafora oppure una definizione? È piuttosto una catacrési, una metafora abusata e non più percepita come tale, nella misura in cui l’estensione metaforica rientra in una comunicazione standardizzata, anche perché “non abbiamo altri nomi per descrivere il funzionamento della mente”. La scrittura appare come l’essenza dell’archiscrittura, la sua codificazione suprema, “una catacrési – scrive Ferraris – che si estroflette quando parliamo della memoria del computer, attribuendo a un supporto per iscrizioni la caratteristica saliente della nostra psiche, ossia la capacità di ricordare”.

L’assumibilità della registrazione quale elemento trainante – nonché unificante – dell’ontologia sociale è in vista del superamento di alcune posizioni dicotomiche; la registrazione è “la condizione di possibilità della riconoscibilità delle tracce esterne”, non esistendo tracce in sé, ma solo per chi le riceve e le riconosce. Essa costruisce quelle convenzioni sociali che “si formano per imitazione” e si trasmettono attraverso l’iscrizione. Cresciamo e viviamo imitando, dice Ferraris, la vita è un succedersi di iscrizioni che hanno origine nelle nostre menti, in intenzionalità individuali che si confrontano e si commisurano. La nozione di imitazione sottentra a quella di intenzionalità collettiva suggerita da John Searle, che non giustificava il passaggio a quella collettiva “come mediazione di intenzionalità individuali”. Una sorta di deus ex machina, dice Ferraris, l’introduzione del concetto di intenzionalità collettiva, peraltro dualistico in quanto tramite irrisolto tra natura e società, cosa che non accade con la registrazione, che assume una valenza peculiare per una interpretazione monistica del mondo sociale: bergsonianamante, dice Ferraris, “il passato è rifiutato dalla materia e ricordato dalla memoria”.

La legge secondo cui l’oggetto sociale equivale all’atto iscritto può assumere una forma “forte” (nel qual caso si hanno documenti istituzionali) e una forma “debole” o “estensiva”, che rinvia alla definizione derridiana di archiscrittura, antecedente alla scrittura, ma anche la sua prosecuzione: la scrittura è un avanzamento, una specializzazione della archiscrittura, lo spazio della costruzione della realtà sociale, l’ambito delle innumerevoli forme in cui usiamo “tener traccia”. Tra le quali eminente è il pensiero, che viene dopo la scrittura. Scrivere e pensare sono due differenti maniere di registrare, pensare è “scrivere nella mente”. Dice Ferraris: “ciò che è tradizionalmente attribuito al linguaggio va invece conferito alla registrazione, che opera anche là dove non c’è il linguaggio”. La piramide dell’iscrizione contempla il movimento ascensionale del pensiero al suo vertice. La base è costituita dalla natura, segue l’archiscrittura, e successivamente la scrittura che preesiste al pensiero, generandolo.

La traccia è l’archeologia dell’ontologia del documento: essa è “segno”, è “schema”. Non esiste in sé, ma solo per menti che la distinguono e la identificano. È più piccola del suo supporto e – seppure veicoli i ricordi degli eventi alla loro origine – è materiale, ma senza per questo assimilarsi a un oggetto fisico: la traccia infatti svela e invera delle qualità specifiche e sottende una mente che le attribuisce una funzione. Essa dà luogo allo spirito, vale come impronta e prelude alla firma, fondamento materiale degli oggetti sociali, della legge Oggetto=Atto Iscritto. Ma la registrazione assume carattere di oggetto sociale solo quando sarà effabile agli altri, trasmutando, dice Ferraris, in “registrazione in senso tecnico”, cioè “dotata di valore sociale”, valore sul quale sorge la possibilità di una condivisione delle registrazioni.

“Documentalità” o “dottrina dei documenti” è la configurazione ontologica del documento come forma superiore degli oggetti sociali. Il mondo sociale esiste in virtù della sua declinazione in documenti, in iscrizioni, quali incarnazioni dello spirito. Ma cos’è lo spirito? Non la psiche, oggetto della psicologia che è scienza della natura. E neppure pare plausibile parlare di spirito in termini di una emanazione scorporata. È piuttosto nella lettera che si stabiliscono i vincoli dello spirito e della vita sociale. Dire “spirito” è espressione multivoca e aleatoria, è la lettera che per Ferraris costituisce il precorrimento e “la possibilità genetica dello spirito”.

Il documento è “una iscrizione con valore istituzionale”, un quid definitivo, l’oggettivazione permanente di atti sociali che nondimeno possono mutare nel tempo e nello spazio. E la non marginalità della componente invariabile del documento si inferisce dal fatto che in assenza di iscrizioni una qualsivoglia società sarebbe inconcepibile. Non tutte le iscrizioni sono documenti, ma in circostanze particolari una traccia può assumere valore documentale. L’ambito documentale è vario e solo non astraendola dal contesto sociale è possibile accordare all’iscrizione la valenza del documento in senso stretto; per l’assenza di una esauriente definizione Ferraris elenca una “sintomatologia del documento”, la cui essenza fondamentale va rinvenuta nell’idioma, cioè nella “singolarità iterabile”, dato il suo oscillare tra le due configurazioni dialettiche dell’ideograficità e della nomoteticità, della individualità e della riproducibilità. La nostra vita è disseminata di iscrizioni “in senso stretto”: è la realtà sociale che inclina verso la realtà istituzionale, nella quale, dice Ferraris, “l’applicazione della legge Oggetto=Atto Iscritto è stretta e letterale”, e si estrinseca in iscrizioni codificate.

In tale prospettiva meglio si comprende la distinzione tra archiscrittura e scrittura, “la memoria, la consuetudine, il rito, il galateo, l’abitudine”, la prima, “ciò che si trova su un pezzo di carta o sul file di un computer” la seconda. L’archiscrittura avvolge la scrittura, ovvero la scrittura è una mutazione dell’archiscrittura: riconosciamo lo stesso rapporto che esiste tra sociale e istituzionale, laddove “l’istituzonale è una specializzazione del sociale”.

La sfera istituzionale ha le caratteristiche della scienza, necessita di espressione linguistica, è “storica”, “deliberata”, ed “emendabile”, diversamente da quella sociale, dove accordi e decisioni non sempre culminano in reificazioni di atti linguistici. Gli oggetti istituzionali rispondono a norme più rigide rispetto agli oggetti sociali e possono dar luogo a norme ulteriori, secondo la legge Oggetto=Atto Iscritto, la quale in tal modo si eleva a gradi superiori. La teoria del documento come evoluzione e “specializzazione” della teoria degli oggetti sociali contempla il documento “forte”, quello che “attesta” attraverso l’iscrizione di un atto; anzi, il documento forte è esso stesso “l’iscrizione di un atto”, svolge una funzione performativa con conseguente emissione di oggetti ed è intimamente legato alla scrittura, quello “debole” (come tracce e reperti) è “la registrazione di un fatto” che rimanda a una archiscrittura. Il documento in senso forte è “la registrazione potenzialmente pubblica di un atto che riguarda almeno due persone” dove vengono prescritte e statuite le condizioni per conseguire un determinato status. In tal senso, scrive Ferraris, “la funzione documentale, che mette in forma un atto, lo iscrive e lo predispone per l’attestazione, è il vero equivalente (e la sola concreta realizzazione) dello schematismo di Kant”.

La sua funzione performativa e non descrittiva, la sua qualità di atto iscritto delineano il documento forte come paradigma di ogni performativo. Non siamo di fronte all’estrinsecarsi di un moto individuale o alla trasmissione di un sapere, ma alla iscrizione di un atto cui fanno seguito degli effetti, circostanza che pone il documento al vertice della piramide documentale, nella quale l’opera d’arte occupa “il vertice futile”, dal momento che le iscrizioni in essa contenute non rinviano a finalità pratiche. La natura sociale dell’opera è quella di intrattenere: essa è in grado di muovere sentimenti veri da indurci a considerarle alla stregua di persone con cui intrattenerci, si leggeva in La Fidanzata Automatica. Se i documenti provocano in noi delle emozioni, ciò accade “in forma individuale e interessata”, mentre con le opere avviene in maniera disinteressata e “generalizzabile”. L’opera è una cosa che diviene opera in virtù di un “incremento di iscrizione”, lo stesso che sancisce la prossimità tra opera e documento. Le opere rientrano in una sfera istituzionale senza esser dotate del potere dei documenti in quanto il loro “prestigio”, dice Ferraris, “consiste nella loro inutilità”. L’opera è un oggetto sociale perché suppone una società che ne fruisce, “si fonda su oggetti istituzionali” e pertanto è vincolata ad altre iscrizioni, che coinvolgono l’intervento di editori, critici e musei.

L’opera è autotelica. Diversamente dal documento, dove la firma rappresenta il suo autore, nel prodotto estetico è l’opera stessa anziché l’autore che “sembra rivolgersi a noi”. Essa è un oggetto “quasi-soggetto”, altrove definita da Ferraris un oggetto che finge di essere soggetto, “un caso in cui l’iscrizione sembra promuovere, quasi per forza propria, una intenzione”. Se lo spirito è la destinazione della lettera, “l’arte è quel campo in cui non si può parlare di ‘opere’ se non in presenza di espressioni e manifestazioni sensibili, ossia in cui lo spirito non si dà senza la lettera”.

La lettera, dunque, è condizione e tratto eidetico dello spirito, che in Hegel era come deprivato del suo essere materiale, oggettivato nelle istituzioni o rivendicato come assoluto. Quella di Ferraris non è una “critica dello spirito” o la manifestazione dell’intenzione di vaticinarne l’estinzione o di predicarne l’inesistenza, quanto la descrizione delle possibilità del suo inveramento attraverso una “scienza della lettera” che giustifichi una “fenomenologia della lettera”: lo spirito è la “modificazione della lettera”, il suo esito supremo. E la filosofia di Ferraris si pone come obiettivo una revisione di “tutto ciò che tradizionalmente si è pensato sotto la categoria dello spirito concependolo come una modificazione della lettera”. Alquanto parziale sarebbe infatti definire il suo percorso filosofico come un itinerario vòlto a cogliere la qualità dei tempi per il fatto di aver delineato una circostanziata ontologia dell’età del web. Identificare lo spirito (talora oggetto di rimozione perché è in esso, vale a dire nella lettera, che sono stabiliti i vincoli sociali), riconoscerne e stabilirne la maniera d’essere e di manifestarsi sembra essere il suo intendimento sovrano.

C’è un luogo in cui avviene il congiungimento tra il soggetto e gli oggetti sociali, una traccia individualizzante, un idioma particolare, la firma, che sta a documentare l’autenticità dell’iscrizione. Una contaminazione di “singolarità e iterabilità”, una connivenza di “idiografico e di nomotetico” (unico caso in cui la legge non generalizza), di “intimità e socialità”, la sola cosa inimitabile che non può esser prodotta attraverso l’high-tech, in quanto la firma digitale non ha carattere idiomatico. Nella firma riusciamo a imprimere la nostra essenzialità, ma unicamente nel suo scarto, in una imprecisione, sebbene codificata. È l’imperfezione la natura d’emblema che “rende idiomatico l’idioma”. Essendo la firma qualcosa di individualizzante e di rivelatorio del soggetto si connette intimamente con lo stile.

Ma cos’è lo stile, si chiede Ferraris? Una sorta di assimilazione del “contenuto interno all’iscrizione esterna”, aspetto che Ferraris definisce “stilema”, vale a dire ciò che presenta una certa ricorsività di caratterizzazioni e che diviene emblematico di qualcosa, l’analogon del “contenuto nel mondo sociale”, il quale non coincide né con l’atto né con l’oggetto, eccezion fatta per gli oggetti ideali, dato il loro carattere di idealità. È invece fondativo sia nell’arte che nei documenti, seppure in diversa misura.

La firma istituisce un legame tra gli oggetti sociali e i soggetti, ma non perché deputata a riprodurre il nome del soggetto. La firma è come una reliquia, una spoglia – una traccia individualizzante, appunto – qualcosa che appartiene alla persona, e l’idiomaticità della firma è inerente “a uno stilema, a uno scarto rispetto alla norma”, nella fattispecie, calligrafica: in altre parole, dice Ferraris, “l’individuo è ineffabile”, ed è un difetto, una inadeguatezza a qualificarci e a inverare la nostra unicità. Ciò che ci rappresenta e che ci individualizza, scrive Ferraris, è una firma, cioè l’”allegoria della nostra imperfezione”.

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