FSFE appoggia Opera contro Microsoft

di FSUG Italia. 28 febbraio 2009

Oggi la Free Software Foundation Europe ha richiesto di essere ammessa alla causa Antitrust mossa in europa da Opera, contro Microsoft. Il tema del contendere infatti è il presunto (si fa per dire presunto) tentato monopolio della software house di Redmond in merito agli internet browser, e al suo “abuso di posizione dominante”. Come molti ricorderanno già in passato altri si erano sollevati contro l’installazione “forzata” di Internet Explorer all’interno di Windows.

FSFE ritiene infatti che tale atteggiamento sia inaccettabile perchè anti concorrenziale, e viene visto come una limitazione della libertà di scelta per gli utenti. Inoltre si contenta anche la pessima abitudine da parte di Microsoft di aggirare e modificare gli standard in favore di soluzioni esclusivamente proprietarie, a discapito dell’interoperabilità e dell’accesso “universale” per tutti i browser.

Nonostante Opera sia un browser sicuramente non definibile come software libero, FSFE si chiera in difesa del mercato concorrenziale e per difendere gli Standard Aperti.

Georg Greve, presidente FSFE ha commentato così: “Le decisioni di progettazione che danno una maggiore integrazione a IE rispetto alle alternative non sono tecnicamente giustificabili. Ciò di conseguenza ha reso l’intervento dell UE necessario e non accidentale”

L’avvocato Carlo Piana, consulente italiano della FSFE ha detto inoltre che: “Gli interventi Microsoft a favore della concorrenzialità e interoperabilità devono essere seguiti da reali atti di buona volonta. Al momento si è visto ben poco di questo: le loro recenti azioni (vd Micorsoft contro Tom Tom), intraprese contro il software libero sono eloquenti. Saremo infaticabili nel chiedere che sia reinstituita la vera competizione e che ci siano regole uguali per tutti i giocatori.

Link:

http://www.fsfeurope.org/news/2009/news-20090227-01.en.html

http://www.piana.eu/browser_intervento

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Italia 2.0: Visioni d’autore su un paese in trasformazione

di Pagina Tre. 28 febbraio 2009

L’Italia non è un paese povero 

Nel 1959 uno dei più famosi documentaristi viventi, Joris Ivens, accettò la proposta del presidente dell’Eni Enrico Mattei di fare un film che documentasse la nuova politica energetica dell’Italia.

Un percorso dal Nord al Sud della penisola, da Marghera a Gela, per raccontare  un momento cruciale dello sviluppo industriale, che avrebbe portato presto l’Italia verso gli anni del boom economico. Mattei e Ivens,  un “capitalista di stato” e un comunista, uniti nel comune intento di opporsi al monopolio e agli interessi delle grandi compagnie petrolifere: le “Sette Sorelle”.

Per realizzare L’italia non è un paese povero Ivens si avvalse della collaborazione di molti professionisti italiani: ad aiutarlo nella stesura della sceneggiatura fu Valentino Orsini. I fratelli Taviani, allora agli esordi, furono suoi assistenti alla regia, così come Tinto Brass. Quest’ultimo fu presente soprattutto nella fase del montaggio, mentre i Taviani lo accompagnarono per tutte le riprese, tanto da girare loro stessi l’ultimo episodio del film, quello siciliano. Ivens riconobbe subito il loro talento, gli consigliò però di indirizzarsi verso il cinema di finzione, intuendo che quella era la loro vera vocazione.

Per scrivere il commento chiese la collaborazione di Alberto Moravia, e la voce e l’interpretazione di Enrico Maria Salerno.

Il film era destinato alla Rai.  Anche in questo Mattei mostrò la sua lungimiranza: un film non per le news da grande schermo, ma un documentario per il nuovo elettrodomestico, che era ancora un lusso per molti, ma che già occupava un posto di rilievo e una diffusione capillare nei bar e nei ristoranti. Questo fu un grande stimolo per Ivens e i suoi collaboratori, che ricercarono e sperimentarono un linguaggio nuovo adatto al piccolo schermo.

Ivens decise di spaziare in tutte le tecniche che il cinema del reale gli metteva a disposizione. L’italia non è un paese povero appare infatti come una sorta di “antologia” dei generi del documentario. Vi ritroviamo il film scientifico e industriale (con l’apporto anche dell’animazione), l’inchiesta televisiva, uno sguardo neorealista, sequenze fantasy, stranianti e surreali. Infine l’irruzione improvvisa nel cinema-diretto, per raccontare la miseria e il degrado ancora diffuso in Italia, come nella celebre e ipercensurata sequenza della famiglia che vive nelle case-grotte a Grottole, con il bambino che dorme con il viso ricoperto dalle mosche.

Anche per immagini come queste, la Rai si oppose alla messa in onda del documentario. La povertà italiana era  mostrata in maniera troppo efficace e la contrapposizione alle Sette Sorelle era troppo palese. Quindi il film fu trasmesso con il titolo di Frammenti di un film di Joris Ivens, censurato nelle immagini e nel commento.

Tinto Brass, che disponeva di una valigia diplomatica per l’importazione e l’esportazione dei film della Cinémathéque Française, riuscì a salvare alcune copie originali del film, portandole fuori dall’Italia di nascosto.

Il mio paese

Tra il 2005 e il 2006 Daniele Vicari ha ripercorso l’Italia in senso inverso per raccontare un presente segnato da una crisi economica interna e dalla conseguente perdita di competitività internazionale. Nel suo viaggio – dalla Sicilia industriale di Gela e Termini Imerese, passando per Melfi, per i laboratori dell’Enea di Roma, dove si fa ricerca sulle energie alternative, per una città come Prato, alle prese con la complessa dinamica dell’immigrazione cinese, fino a Porto Marghera -, Vicari racconta l’italia dello “sboom”, un paese in difficoltà, che sta tuttavia cambiando pelle: assieme all’Italia del declino emerge quella della riconversione, di una nuova trasformazione.

Un film documentario dove le immagini di Ivens sono un punto di riferimento costante, una suggestione tematica e narrativa, su cui si innesta la scoperta di un paesaggio italiano, industriale e post-industriale, di grande impatto visivo. Il paese di oggi si mostra in controluce attraverso quel modello di quarantacinque anni fa, insieme fotografia di un momento storico irripetibile e si rivela prezioso strumento di analisi sulla contemporaneità.

Ma il film di Vicari è importante non solo perché permette di ragionare sull’Italia di oggi ma anche e soprattutto per il suo tentativo di dare seguito al proprio lavoro attraverso la successiva realizzazione di una sorta di documentario condiviso. Un prodotto che seleziona cioè materiale inviato da  video-corrispondenti sparsi per l’Italia che vogliono documentare la realtà in cui sono immersi e che lo trasmette in Rete attraverso una blog TV e un canale satellitare.

Questa esperienza di condivisione del reale attraverso il documento audiovisivo segnala un cambiamento epocale nell’uso dell’immagine. Esistono infatti vere e proprie memorie analogiche e digitali locali che sono il frutto del lavoro di figure autoriali appartenenti al mondo dell’associazionismo, del volontariato, dei centri sociali e un numero sorprendente di archivi privati che stanno cambiando radicalmente il panorama della produzione documentaristica. Tra i nuovi soggetti della documentazione sociale vanno annoverati anche gli autori di autoproduzioni delle TV territoriali “di strada”, gli operatori delle emittenti locali e dei comitati di quartiere, gli attivisti delle reti mediatiche di movimento e dei circuiti indipendenti.

In questo modo il mezzo audiovisivo diventa un prezioso strumento di analisi delle trasformazioni in atto nel nostro paese

Programma

Lunedì 2 marzo 2009
mattina, ore 10.00

Università di Roma
Facoltà di lettere e Filosofia
Aula IV
piazzale Aldo Moro, 5
Roma

Proiezione:

  • Il mio Paese
    di Daniele Vicari
    Italia, 2007,  113′

Interventi:

  • Ivens incontra l’Italia
    Lucia Nardi, Archivio Storico ENI
  • Un paese visto da vicino
    Giulio Latini, docente di Comunicazione Multimediale, l’Università di Tor Vergata di Roma
  • Il mio paese 2.0: dal documentario d’autore al documentario condiviso
    Daniele Vicari, regista e documentarista
  • Geografie del videoattivismo
    Agnese Trocchi, Videomaker e artista multimediale

Brochure

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RomaEuropaFakeFactory. Articolo di Derrick de Kerckhove su L’Espresso

di Oriana Persico. 27 febbraio 2009
articolo di Derrick de Kerckhove su L'Espresso

articolo di Derrick de Kerckhove su L'Espresso

Arte digitale libera e remixata

Se le nuove tecnologie abilitano modelli fondati sull’autodeterminazione e sulla condivisione di risorse e conoscenze, il realizzarsi di questa possibilità si scontra da un lato con la resistenza delle strutture economiche, politiche e legislative esistenti, dall’altro con un divide squisitamente culturale e di linguaggio. Copyright e processi di produzione artistico-culturale catalizzano spesso queste tensioni di fondo.

E’ il caso di Romaeuropa Web Factory (http://romaeuropawf.myblog.it/), concorso rivolto ai giovani creativi digitali, il cui regolamento vieta l’uso di remix, mashup e manipolazione dei contenuti. Gli organizzatori, invece, si riservano i diritti in via esclusiva sulle opere e la possibilità di remixarle e manipolarle a piacimento. Una politica culturale difficile che lascia perplessi sotto molti punti di vista. Se manipolazione, replicazione, sintetizzazione, condivisione di contenuti e processi non sono mai state disgiunte dall’atto creativo, sono queste le tecniche che maggiormente definiscono  i nuovi processi creativi, costituendone la base e il fondamento culturale.

La vicenda in rete non passa inosservata. Da qualche giorno artisti, creativi e appassionati di diritto possono partecipare alla versione remixata e detournata del concorso: il RomaEuropaFAKEFactory (http://www.romaeuropa.org/). Invertendo la logica del concorso originario, remix e tecniche di manipolazione diventano la condizione di ammissibilità delle opere cedute, in questo caso, in via non esclusiva e non commerciale e revocabili con una mail di notifica.

Una reazione critica che si trasforma un momento di produzione artistica e sociale diffusa.

Derrick de Kerckhove

Fonte: L’Espresso 27/02/09

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Fabio Tombari: “Tutta Frusaglia” (1929/1933)

di Pagina Tre. 26 febbraio 2009

Chi si ricorda di Fabio Tombari? Ai suoi tempi era uno dei pochi scrittori italiani che viveva con il profitto dei suoi libri.
Nato a Fano nel 1899, vi morì nel 1989. Lasciò l’insegnamento come maestro elementare nel 1944 per dedicarsi completamente alla narrativa. Mi ha scritto l’amico scrittore Lucio Angelini, che vive a Venezia, ma è nativo di Fano “quando facevo le scuole elementari il maestro ci leggeva estasiato pagine da “Tutta Frusaglia”. A Fano era notissimo il ristorante/bar ‘Tutta Frusaglia’“.
Numerose le sue opere: “Tutta Frusaglia” fu la sua prima, considerata ancora la migliore. La pubblicò ad Ancona nel 1927 con il titolo: “Le cronache di Frusaglia”, con una piccola casa editrice, “Lucerna”, ristampata poi da Vallecchi nel 1929. Passò quindi alla Mondadori. Alcuni titoli: “La vita”, 1930; La morte e l’amore”, 1931; “Le fiabe per amanti”, 1932; ” I sogni di un vagabondo”, 1933; Il libro degli animali”, 1935; “I ghiottoni”, 1939; “I nasi”, 1954; “L’incontro”, 1960; “Pensione Niagara”, 1969.
Nel 1931 Mondadori fa uscire di nuovo l’opera di esordio, a cui sono aggiunti altri racconti, con il titolo definitivo “Tutta Frusaglia”.
Il libro è diviso in XLII capitoli, tanti quante sono le cronache da raccontare, più il commiato.
Il primo racconto è significativo, giacché ci introduce nel mondo che visiteremo.
Due fatti strani accadono al narratore-protagonista: un’ombra pare seguirlo di notte e una citazione gli viene consegnata dall’usciere della pretura con l’accusa generica di furto, di cui non sa proprio niente.
L’autore va in cerca, dunque, dei paradossi e delle amenità della vita, a cominciare da quell’annotazione che riguarda, giunto in pretura, le grosse parole che sono stampate sopra lo scranno del giudice: “La legge è uguale per tutti”.
Così commenta: “Ma se la legge è uguale per tutti, pensai, perché ce lo scrivono?
Gli avvenimenti sono ambientati in un paese che non è difficile identificare con quello natale dell’autore, chiamato nel libro Frusaglia, collocato sulla costa adriatica, a sud delle Valli di Comacchio, tra la Romagna e le Marche, dove tutti si conoscono e conoscono tutto, e dei quali il capo riconosciuto è “sor Terenzio il farmacista”: “Essendo più alto di tutti, fisicamente, in ogni riunione, in ogni assembramento, è quello che domina la situazione.”
Vengono in mente, in questa prima cronaca di apertura, Dickens e soprattutto Collodi, quando si leggono le divertenti pagine del processo. Per Dickens il romanzo “Casa desolata”, del 1853, e per Collodi, naturalmente “Le avventure di Pinocchio”, del 1883, allorché, nel capitolo XIX, il burattino viene processato e condannato a quattro mesi di prigione poiché gli sono state rubate le monete d’oro dal Gatto e dalla Volpe. Dice l’avvocato che sostiene l’accusa contro il protagonista: “Io ancora mi chiedo perché non vi siano pene per coloro che pensano. Intanto le è noto, signor pretore, che la notte stessa alla mia cliente vennero a mancare due grasse pollastre.”
Dunque, la cifra stilistica di Tombari è legata alla riproduzione di un ambiente rustico dei primi del ‘900 con bozzetti di vita contadina caricati del sottile umorismo di chi vi vede comunque radunata insieme dabbenaggine e genuina innocenza: “Quant’era bella Frusaglia con tutte le stelle del mattino! Parevano le stelle tante ma tante lontane case di contadini col lume acceso nelle stalle, e il cielo una valle profonda.”
La scrittura mantiene sorprendentemente la sua freschezza: “Aveva una rabbia tale quella mattina il signor cuoco, una stizza così accanita contro i pesci, che avrebbe diavolato chissà che pretesto per bisticciarsi con qualcuno.”; e sono assenti del tutto i riferimenti che possano ricondurla alle rigonfie e manierate consuetudini letterarie di quegli anni. Altro brillante esempio: “Nacque l’anno delle palombe, a marzo, il giorno della fiera di San Longino, quando partorì la signorina Lea, che non s’è mai saputo chi è stato.”
I personaggi si affacciano sulla scena in atteggiamenti e situazioni gustose, disegnate con l’occhio divertito e benevolo di un intenditore e amatore di quella vita semplice: “Invano Lindbergh aveva scavalcato l’Atlantico. Quegli uomini erano rimasti così, senza grandi imprese, senza grandi infamie, come gente del buon tempo andato.” Il sor Terenzio, il farmacista già ricordato, alto e massiccio come un “Cavour di pietra”, Padre Gaudenzio, “uno di quei frati boccacceschi che non la pensano male”, Sarcofago il campanaro del paese, protagonista di una divertentissima cronaca, la XXXVI, il brigadiere, il signor Lorenz, discendente dei feudatari del luogo, uno dei quali, il bel Giancarlo, “usava mettersi a tavola dopo mangiato.”,il ben pasciuto parroco”, “col solito breviario in mano”, Nando, Piran (”A tre passi di distanza, la sua pipa faceva svenire una vergine, gonfiava un rospo, preservava dai microbi, dagli insetti, dalla zanzara malarica, disinfettava in lungo e in largo tutto il padule.“, il fabbro innamorato Tito (”Se avesse potuto, con la mazza in mano, nudo il petto, scalare al tramonto le montagne, a sole caldo, avrebbe storto anche il sole.”) che di punto in bianco “non canta più”, i fidanzatini Vera e Gianni, l’oste Gabbanella, e tanti altri personaggi minori, che fanno da piacevole comparsa, diventano l’anima di un paese che ritrova e replica nelle loro stranezze la propria fisionomia: la descrizione che troveremo più avanti: “il vento rimase fino alle nove del mattino, impigliato fra gli alberi, a sbattersi come un pollastro” dà il segno di una fusione completa, in un unico blocco variegato, delle bellezze e delle stramberie della creazione, a tutto vantaggio, come per una predilezione miracolosa, del paese di Frusaglia: “è bello essere di Frusaglia”, “Sola, su tutto quel mondo sepolto, s’ergeva Frusaglia nel sole.”
Come si è visto all’inizio, uno dei temi cari all’autore è quello delle ombre. Esso compare spesso in mezzo a bozzetti ridanciani, da un piccola osservazione, da un accidente naturale, come ad esempio, una tempesta; subito, allora, la luce si trasforma nel buio, e soprattutto nell’ombra perniciosa, scaltra e avida nemica, acquattata alle nostre spalle, pronta all’aggressione inattesa: “Quando scende la notte e gli occhi dei gatti sfavillano, ed escono i leprotti dalle buche, e si buttano i falcacci sulle strade, tutte le cose si confondono e come un segreto ragno l’ombra fa la sua ragnatela affumicata. Così nella vecchiezza, crollando a rovina il corpo umano dopo la furia delle vicende e il pianto di non so quali tempeste dell’anima, colpisce la mente una tabe, come una macchia nella memoria, una strana macchia che si muove e si dilata. È la notte, la grande notte degli uomini che vien dietro a quelle ombre.”
Chi fosse tentato, quindi, di confondere questa raccolta di cronache di un paesino adagiato sulla costa adriatica per un intrattenimento destinato ai buontemponi, badi a non farsi trarre in inganno dal sorriso di cui è condita la piacevole scrittura (”Un rocchio di salsiccia fra quei denti di lupo gli sta come un sigaro.”, “Povera Vera, come ti ballano le poppettine alle scosse del pianto!”), la quale invece nasconde un ben più corposo significato: un monito perenne a considerare la vita come il risultato di una forza del cui immenso potere non conosciamo che la minima parte. Una delle cronache che riassumono più compiutamente la poetica, ad un tempo fantasiosa e partecipe, di Tombari è la XXXII, in cui è introdotta la figura di Serafino, un anziano navigatore che ha girato il mondo: “Non conosceva la geografia, ma aveva attraversato tutto il Bechua Land a piedi, navigato per sette mari, lavorato negli alberi della gomma sul fiume Negro, rapito una monaca a Para e militato come luogotenente in un esercito in cui tutti i soldati sono colonnelli.” Vengono in mente tanti novellieri, soprattutto della tradizione toscana, Boccaccio (che è anche ricordato da un personaggio, il prete) e Sacchetti per tutti, che hanno fatto da maestri a generazioni di raccontatori. Tombari ne sa cogliere e replicare l’arguzia e il sapido gusto: “Il buon Gonzaga, messo al bivio fra la lepre al forno e i polli arrostiti, aveva finito per abbracciare entrambe le strade della salute”. Gonzaga e il fratello Ernesto, detto Giorgione, sono dei cantastorie, dei “trovieri che il destino volle far nascere con una grande anima randagia e piena di canti e di fantasmi in un’età così meccanica.”
All’autore piace la vita semplice che si conduce in campagna, ma non indulge mai alla nostalgia. Il controllo è, a questo riguardo, assai severo.
Ogni avvenimento del paese dà origine ad una cronaca: la chiassosa e multicolore fiera, la caccia con gli amici all’unico storno di Frusaglia, la figlia di Gerolamo messa in cinta da Nando, il vino del prete, il quale tiene anche un diario: “Ho ancora i capelli infangati d’inchiostro, per il gran vagare nei paduli della fantasia.”, la leggenda delle “cagne magre e bramose” che di notte escono dalla pineta di Ravenna, “cacciate avanti da un diavolo per mordere i polpacci alle anime degli insepolti.”, la processione, lo sposalizio di Attilio e di Tilde, e così via, rivelano una mente arguta e alla continua ricerca degli aspetti più gustosi, vivaci e, perché no?, strampalati della vita. La qualità dell’autore sta nell’arte di ricamare piacevoli bozzetti in cui movimento e colore viaggiano a braccetto sorpresi nell’intimità da un occhio capace di illuminarli e rivelarli.
Leggete questa descrizione di Giovanni, poeta e sagrestano: “era brutto e orribile. Goffo, pesante, fuor di bilico, con un gran cranio che gli acciaccava la faccia, quella faccia terrea, cespugliosa per la barba rossiccia spuntata a casaccio, come i capperi della casa, sul mento e sopra il naso; un’andatura da orso, un par d’occhi da bove. E poi era miserabile. [...] Beveva nel piatto come una tromba marina: succhiava.”
Oppure questa: “La montagna, cupa regione di spettri e di selvaggine, s’ergeva di fronte. Quei dirupi, quegli antri, quel groviglio scomposto di massi e di quercioli, tutta la patria orribile e tempestosa dei vecchi masnadieri marchigiani, sembrava, sotto l’incubo del nuvolame, creata da scalpelli diabolici in un giorno di bestemmie e di bufera.”
Come pure sa dare tutto il sapore fascinoso dei ricercatori d’oro che in Alaska tentano la fortuna nel racconto del frusagliano Leonardo Sventola che è tornato al suo paese: “raggomitolati nelle nostre pellicce cercavamo il caldo e pensavamo lontano.”
Tombari è bravo a sommare il tenebrore della natura (”vaghe ombre diffuse”), talvolta rappresentata in preda a violente tempeste e ad oscurità misteriose (”Sotto il velo di pianto della pioggia, la povera campagna nostra odorava di morte”), alle suggestioni di una fantasia esotica in una miscela quasi incantata, al modo del cantastorie che voglia lasciare un segno di turbamento in chi lo ascolti o lo legga: “Veniva dalle nubi un canto strano, monotono freddo che faceva pensare a carovane di nordici discesi da lontane terre coi loro canti a bocca chiusa.” Lo fa quasi sempre come introduzione al racconto vero e proprio. Vi si legge, talvolta, anche un sentimento tragico legato al mare, come nel racconto del naufragio del peschereccio “Enea” (Cronaca X), che ricorda l’analogo sentimento infuso nei suoi scritti di mare dal viareggino Lorenzo Viani.
L’autore si muove su diversi registri narrativi. L’abilità sta, ancora una volta, nella sicurezza della scrittura, nel dominio quasi maniacale di essa, riuscendo Tombari a non farsi sorprendere mai da tentazioni che lo trascinino oltre il suo ruolo di novellatore. Tre esempi, fra i molti che si potrebbero fare. Il primo è dato dal racconto della morte del vecchio Piran, che occupa la cronaca XIII. Il secondo dalla straordinaria, per misura ed efficacia, cronaca XXXIX, che racconta la morte di capitan Bomba e del suo trasporto funebre, che attraversa il paese nel corso delle feste di carnevale, e tutti credono che quella piccola processione sia una riuscita mascheratura. Il terzo è dato dall’ultima cronaca, la XLII, in cui viene ricordata la giovane e sfortunata Maria (”con un sorriso da malattia sul volto pallido e i grandi occhi stellanti, pareva ritornare da un sogno ferita.”), amata dal narratore. Le coloriture, le scenografie, le emozioni sono date sorprendentemente ogni volta nella giusta misura, con il tocco del farmacista che sa dosare la sua pozione: scrive a proposito di Camillo Pompilio, un incallito cacciatore: “Gli animali del posto, quando lo vedevano, con quel suo rosso faccione sconvolto ogni tanto dal tic nervoso, smarrirsi per la selva come un’anima in pena, gli cacavano sul cappello.”
Un aiuto considerevole gli è offerto dalla spontaneità e dalla estrema naturalezza con cui introduce vocaboli ed espressioni popolari che fanno da gradevole sostegno alla scena: “tuoni spaccherecci”, “avevano bezzicato passeri e galline”, “per andare all’accompagno funebre”, “il vento, come un boaro lontano”; “Vostro padre ha il parletico?”, “con quel cacafuoco in pugno”, “intemperie bubbolanti alla lontana”, “quatto quatto entrai nella canova: una di quelle canove da osterie solitarie”, “col volto scombuiato chissà per quale misfatto”, “infilzato dal trisulco del diavolo”, “la casa del piovano”, “lungo i ghiareti ondeggiavan le pioppe”; “Le parole le diavolava così nella mente”, “Fuggirono a catastrofe”, “Passa una man di tempo”, “sotto un cielo grambretannico”, “una sbornia da muro a muro”; “aveva improntato tutte le spese”, “recutizione”, “cerque”, “indigete”, “acquivento”, “chiassío”, “cutrettola”, “abburatta”, “quacquereccio”, “vangile”, “arola” (la troveremo spesso e sta per camino, focolare), e tante altre ancora, che potremmo addirittura mettere insieme per ricavarne un piacere a sé.
Esempi numerosi si potrebbero fare per quanto concerne la capacità di descrivere efficacemente servendosi soltanto di brevi tratti. Uno su tutti. Il babbo di Nando è stato trovato morto mentre attendeva, seduto davanti casa, la selvaggina: “io l’ho chiamato tre volte: babbo, babbo, babbo. Ha in mano lo schioppo, la testa gli pende come un uccello morto, la pipa gli è cascata in terra.” Lo stesso paese e i suoi abitanti sono dipinti con pochi segni, ma assai efficaci: “Frusaglia, nome strano, gente matta, visi da paradiso, facce da coltellate. Vivono, su, sui loro grossi monti come gufi sul tetto d’una basilica.”, “come ogni umano paese ha il suo cimitero che dopo la nomina del Conte a medico condotto han dovuto allargare tre volte.”
Nessuno potrà mai negare all’autore la capacità di creare immagini con la stessa bravura con cui certi pittori fiamminghi, quali ad esempio Brughel il vecchio e Bosch, dipingevano volti e scene delle loro genti e dei loro luoghi.
Vedete, qui, nella Cronaca XVIII, come la mamma del narratore, appena accennata, s’impone invece per la sua delicatezza: “Laggiù, in fondo alla gaia cittadina illuminata, quel debole lumicino che vedi tra il fogliame è la mia casa: la mia mamma fa la cena.”
La Cronaca XXI, in cui si parla della giovane e irrequieta sposa Gertrude, dell’enorme toro da riproduzione, delle veglie nella stalla nelle sere d’inverno, dei vespri, dà un’ulteriore contezza della qualità narrativa di Tombari. È certamente un racconto che, nella sua misura contenuta, riesce a dare un particolare rilievo ai gruppi di immagini che vi compaiono, i quali prendono luce nella penombra, come in un quadro di Rembrandt.
Un capitolo comincia così: “Da un gatto m’è nato un pèsco” e vi si narra la sciagurata fino di Lindoro, il gatto del narratore, che fu sepolto con accanto un nocciolo di pesca, che si trasforma presto in una pianticina a cui darà lo stesso nome del gatto.
Tombari mostra una fantasia assai fervida, capace di creare situazioni e personaggi all’infinito. Le cronache si arricchiscono spesso di comparse destinate con brevi tratti a trasformarsi in comprimarie. Non vi è una cronaca che annoi, tutte spingono al sorriso e al monito. Il narratore si definisce spesso uno scavezzacollo, un godereccio della vita, un monellaccio irriverente pronto a dissacrare e a schernire, conosciuto in paese per queste sue attitudini; neanche il parroco e la chiesa sono risparmiati dai suoi lazzi. Tutta la consuetudine del tempo che riconosceva nel sacerdote un’autorità degna di rispetto e di obbedienza trapela condita dalle facezie di un irriducibile castigamatti.
Tombari ha la battuta pronta: “Per poco che il sindaco si fosse dimenticato di far allargare il cimitero, e più nessuno sarebbe morto.”
Il mare (”nemmeno la vetrina d’un gioielliere è così ricca e lucente”) è una delle presenze costanti e vive del libro; la sua voce, il suo colore, il suo profumo accompagnano le gesta degli uomini. Si può dire che Frusaglia ha tra i suoi molti colori che la ravvivano e la sostengono, proprio al centro, come fossero i suoi occhi, il colore del mare: “La casa dei vecchioni è proprio sulla spiaggia del mare, a una sassata dal porto. Quando nei meriggi d’estate batte la maretta calda di scirocco, stando in quella casa par di abitare nei mari del Sud, con una sedia a sdraio sotto quattro palme, un barilotto sfasciato su delle casse di birra, l’odor dei maccheroni con le vongole in cucina, un par di sigari e una grand’aria di mare.”
I monti, invece, vi rappresentano la magnificenza oscura e intima della natura, un punto di unione in qualche modo con la divinità. Ecco come descrive gli Appennini, un vero e proprio inno d’amore, che ricorda in qualche modo l’”Addio ai monti” manzoniano: “Non è alta catena l’Appennino. Simile a un mare in tempesta, percorre con le sue immense onde la Penisola. Su quelle cime di scaglia dura non abitano che una dozzina di aquile spennacchiate, vecchi lupi dispersi e pochi frati bianchi. Non vi cresce grano, la vite non vi alligna. All’Italia non dànno che erba per le pasture e forza idraulica per le turbine. E appena appena, lungo creste selvagge, maturano le buone castagne per l’inverno. Le campane del vespro toccano le cime quando a valle è compieta. Però è bello, in autunno, vederli scolorire quei monti, confondersi, morire del male della sera. Allora guardandoli si partecipa dell’ascetismo proprio dei luoghi alti, così che dalla prima stella, come da una finestruzza d’oro, parrà poi che si affacci sul mondo la buona barba di Dio. Sì, siete pur belle, le mie montagne, che il diavolo vi sprofondi.”
L’inaugurazione del treno, sapidamente narrata nella penultima cronaca, diventa una specie di avvertenza per tutti noi dell’imminente affaccio del nuovo nel mondo chiuso di Frusaglia, destinato a mutare volto agli uomini e alla natura.
Tombari lo intuisce, lo sa, e così, con parsimonia e delicatezza, si accomiata da noi, con una specie di addio al suo tempo ormai concluso: “Così finiscono, amici, le prime e le ultime cronache di Frusaglia.
Io vorrei che ognuno di voi potesse leggere queste mie cronache, ciascuno con la sua donna, d’inverno accosto all’arola, mentre sul fuoco gira l’arrosto e sfrigola.
Vorrei poi che fuori cadesse la neve, perché ognuno di voi potesse maggiormente sentire il tepore della casa.
Vorrei inoltre che il vostro vino fosse sincero, e buono il vostro pane, affinché sian rese grazie alla terra.
Infine, vorrei che s’udissero le campane a ricordare a ciascuno la preghiera di Dio.
Domani all’alba, dopo la messa d’oro, prenderò solo per una lunga strada. Alla prima osteria berrò un bicchier di vino alla salute vostra, amici.
Commiato che è, esso stesso, ritratto d’un tempo felice e lontano.

[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

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William Burroughs – rejected from the Romaeuropa Web Factory Prize

di Oriana Persico. 26 febbraio 2009

burroughs_banner_vertWilliam Burroughs, scrittore cult per un’intera generazione di artisti, poeti e narratori diventato famoso per la tecnica del cut-up, è stato respinto dalla sezione letteraria del RomaEuropa Web Factory. “Non è un lavoro originale!”, ha decretato la giuria del concorso, il cui regolamento esclude le opere frutto di remix, mash-up e manipolazioni di contenuti.

Ecco le dichiarazioni dello scrittore recentemente apparso su un video di 1minuto e mezzo che circola da ieri in rete

“Sono William Burroughs.
Non posso partecipare a Romaeuropa Web Factory.
Dannazione a quegli idioti, non capirebbero l’arte nemmeno se gli andasse a sbattere in faccia.
Ombre profonde si estendono sulla cultura quando la cultura non riesce a stare al passo con il mondo in cui vive.
Non posso partecipare a RomaeuropaWeb Factory.
Non posso partecipare perché sono un vecchio uomo, che ritaglia pezzi di carta, alla ricerca di poesie nascoste, letterature dimenticate, in cose gettate via, dimenticate, seppellite nella spazzatura.
Sono William Burroughs.Non posso partecipare a Romaeuropa Web Factory.”

William Burroughs adesso si è unito al RomaEuropaFAKEFactory.

Maggiori informazioni su

http://www.romaeuropa.org/

RomaeuropaFAKEFactory è un’iniziativa ideata da

[A]rtis[O]pen[S]ource

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Marco Severini: “Le storie degli altri”

di Pagina Tre. 22 febbraio 2009

Giovedì 26 febbraio, presso l’Aula del Rettorato dell’Università Politecnica delle Marche (Piazza Roma, 22 – Ancona), il Comitato di Ancona dell’Istituto per la Storia del Risorgimento promuove la presentazione dell’ultimo libro di Marco Severini intitolato “Le storie degli altri” (editore Codex, Milano 2008, pp. 155).
Si tratta di un libro che tratta, in chiave storiografica, alcune delle tematiche più avvincenti della storia italiana dell’ultimo secolo e mezzo:  le guerre mondiali e la Resistenza, il Sessantotto, il sistema dei partiti nell’Italia del Novecento, ma anche figure di grande impatto (Giolitti, Mazzini, Romolo Murri) ed altre vicende meno conosciute, come il ruolo della massoneria e quello degli ideali nonviolenti e pacifisti, la vicenda di una dinamica minoranza protestante nel Sud d’Italia e quella di Giuseppe Chiostergi,  dato per morto nel corso della Grande Guerra, ma poi grande protagonista dell’antifascismo, dell’Assemblea Costituente e del mondo politico-parlamentare del primo dopoguerra (fu pure Vicepresidente della Camera).

Il prof. Gilberto Piccinini, presidente dell’Istituto promotore, ed altri qualificati relatori illustreranno i contenuti del libro.

Altre informazioni sono presenti sul sito dell’editore: http://www.saggistica.info/libri/archivio/2008/12/le-storie-degli-altri.html

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Creatività, politica e diritto d’autore

di Arturo Di Corinto. 20 febbraio 2009

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Di Arturo Di Corinto |18 febbraio 2009 |Categorie: Politica

Anche il 2009, anno della creatività, è cominciato in Italia all’insegna dell’eterna lotta tra fazioni. Prima erano i guelfi e i ghibellini, poi i monarchici e i repubblicani, i fascisti e gli antifascisti, oggi l’industria dei contenuti contro quella dell’hardware e delle telecomunicazioni.

In un paese di santi, navigatori ed eroi, ma anche di cantanti, impresari, scrittori e registi, il tema dei diritti d’autore continua a dividere. L’oggetto della disputa è vecchio, ma lo scontro fra i detentori dei diritti e i fornitori di accesso e connettività è più vivo che mai. I primi continuano a rimproverare ai governi nazionali e all’Europa di non fare abbastanza per contrastare la pirateria digitale, mentre i secondi rispondono bruscamente alle accuse di lucrare sul download illegale di opere coperte da copyright.. In mezzo, gli autori che, tiranneggiati dagli editori e messi in crisi dall’industria del falso, sono quelli che ci rimettono di più. (more…)

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Chi vuole controllare la rete?

di Arturo Di Corinto. 20 febbraio 2009

WARNING

Al Parlamento Europeo c’è stata una conferenza sul “Pacchetto telecom” e sul rapporto Medina circa le leggi che si stanno prefigurando per controllare Internet, organizzata dal gruppo verde, “Who wants to control the internet ?: How the Medina report and the Telecom package can affect the internet”.
E’ necessario attivarsi subito. Leggete di seguito:
http://www.greens-efa.org/cms/default/dok/270/270613.who_wants_to_control_the_internet@es.htm
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La PA a prova di click? Ci prova Brunetta con il Piano e-Government 2012

di Arturo Di Corinto. 20 febbraio 2009

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Wired.it
Di Arturo Di Corinto |19 febbraio 2009 |Categorie: Politica

Investire sulle tecnologie ICT per superare le arretratezze della pubblica amministrazione. Idea poco originale, verrebbe da dire. Se non fossimo in Italia però, dove i ritardi dell’informatizzazione continuano a tenere il paese nella gabbia di una burocrazia da incubo.

A gennaio il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il Ministro della Pubblica amministrazione e l’innovazione, hanno presentato il “Piano e-Government 2012″ con l’obiettivo di utilizzare al meglio le tecnologie ICT al servizio del paese, mettendolo così al passo con le strategie di Lisbona. I quattro ambiti di intervento prioritari del piano si fondano su 80 progetti e contano su un impegno finanziario di legislatura di 1.380 milioni di euro, per le amministrazioni centrali dello Stato e le Università, le regioni e i capoluoghi; ma anche per infrastrutture, accessibilità e servizi. (more…)

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Luciano Anselmi: “Il fantasma Maratéa” (1971)

di Pagina Tre. 19 febbraio 2009

Nativo di Fano (Pesaro, 1934 – 1996), come il più anziano Fabio Tombari (morto nel 1989), come Giuseppe Bonura (indimenticabile il suo “La ragazza dalla luna storta”) e come il mio amico Lucio Angelini, autore di fiabe e traduttore in Italia per l’editore Fazi di alcuni romanzi di Hans Christian Andersen, Anselmi fu uno scrittore prolifico e giornalista. Tra le sue opere meritano di essere ricordate “L’epistolario” di Marcel Proust, di cui fu curatore e un ritratto biografico di Georges Simenon, al quale si sentì molto legato. Il commissario Boffa è la sua creatura più celebre, presente nei suoi libri, ambientati nella cittadina marchigiana. Alcuni titoli: “Niente sulla piazza” del 1960, “Gramignano”, 1967, “Un viaggio”, 1969; “Il caso Lolli”, 1970, “L’ospite”, 1971, “Il Palazzaccio”, 1972, “Piazza degli Armeni”, 1982, vincitore del Premio Pisa.
Il fantasma Maratéa” è del 1971.
Come avviene nei romanzi di Conan Doyle, le indagini del commissario Boffa sono raccontate dal suo assistente: là è il dottor Watson, qui un amico antiquario che resterà senza nome.
La scrittura è secca, non ha fronzoli o sbavature: perentoria. Certi passaggi sono eliminati, per cui, ad esempio, se Boffa decide di andare dalla vedova Maratéa, una riga più sotto si trova già in casa sua. I personaggi, pure essi, sono descritti nella loro essenzialità. Boffa, in fatto di cultura, ne sa poco. Nella casa della vittima (il professore Giuseppe Maratéa, insegnante di fisica e matematica al liceo, uscito di casa il giorno dopo Ferragosto per comprare un pacchetto di sigarette e rinvenuto cadavere il 2 settembre, portato sulla spiaggia da una barca di pescatori) c’è un libro di Stendhal, “Luciano Leuwen”, e Boffa domanda al suo compagno chi sia questo Stendhal. Tuttavia conosce Balzac.
Come succede nei gialli, le indagini stentano in principio per poi delineare un percorso assai più preciso, che infine condurrà alla verità.
Boffa è un commissario brusco, grasso, con un testone che agita ogni tanto, sbuffa, è impaziente. L’amico che gli fa da spalla è una specie di parafulmine e di suggeritore della strategia dell’indagine. Ovviamente, il commissario è convinto di fare tutto da sé, di dovere tutto al suo acume. L’amico glielo lascia credere. Il loro legame è nato dalla stima e dalla simpatia reciproca. Nei gialli, spesso sono le coppie che ne decretano il successo, più che la trama dei delitti. Sherlock Holmes e il dottor Watson sono forse la coppia più celebre in letteratura. Anche Maigret e la moglie, lo sono. Al cinema una coppia celebre è quella del tenente Colombo e sua moglie, che nessuno ha mai veduto, né se ne conosce il nome.
Anselmi batte le stesse strade. C’è la coppia, e in più c’è la trama asciutta, in sintonia con la scrittura. Poco sangue viene immesso nelle vene dei personaggi, niente emerge della loro vita fuori dall’ambito ristretto delle indagini.
Ci sono autori che arricchiscono la storia con divagazioni di varia natura, spesso divertenti, finalizzate ad allentare il clima teso della narrazione, a concedere un momento di relax al lettore. Anselmi non è tra questi. La trama è diretta alla sola finalità possibile della storia: conoscere la verità. Un uomo è stato ripescato cadavere su una spiaggia del litorale Adriatico, e a questo punto niente più conta della realtà se non la scoperta di che cosa abbia determinato quel fatto.
Anselmi, però, con la verità ama giocarci. La fa apparire e sparire. La verità può anche confonderci, può anche lasciare tracce di una mascheratura che viene scambiata per verità. E quando, alla fine la verità si manifesta per ciò che è realmente, la mascheratura resta, ne ha preso il posto presso la gente e nessuno riuscirà a scalzarla mai più. La verità allora paga un po’ la sua sicurezza e la sua superbia, si affermerà, infatti, solo presso i pochi privilegiati, in questo caso il commissario Boffa e il suoi più stretti collaboratori, e dovrà accontentarsi di uno spazio tanto minimo quanto inatteso. 

[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

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