Mario Desiati: Il paese delle spose infelici, Mondadori, 2008

di Pagina Tre. 29 novembre 2008

Incontro di nuovo molto volentieri Mario Desiati, dopo che nel 2003 avevo letto il suo romanzo “Neppure quando è notte” e successivamente, nel 2006, “Vita precaria e amore eterno”, vincitore del premio per l’impegno civile Paolo Volponi.
Martina Franca è la cittadina del Sud che ci accompagnerà nella storia: “città di trulli, vino bianco e belle fanciulle, dove anche le matte sono donne affascinanti.” È questo il caso di Annalisa D’Efebo, giovane originale e ammaliatrice: “Era sempre in mezzo ai maschi e agli ultimi, i pazzi e gli ammalati.”
C’è una località, in paese, che ha una fama lugubre, Monte Oro, costituito da case bianche. Lassù le spose infelici, che non vogliono sposarsi, condannate dalla famiglia a farlo con uomini sgraditi, si gettano nel baratro suicidandosi: “si buttavano per non andare incontro ai loro destini nuziali e preconfezionati.”
Desiati, attraverso il protagonista narrante Francesco Rasoschi, detto Veleno, scorre i suoi ricordi, ci presenta con dolente nostalgia i personaggi della sua adolescenza, che sono gli stessi che circondano le infanzie di tutti noi. Le monellerie, le farse, le liti, le comicità, le burle uniscono nella stessa tonalità e negli stessi colori le infanzie di tutto il mondo.  Ma ogni tanto compare la luce singolare e fascinosa di Annalisa, che dà allo scorrere monotono del tempo un guizzo fantasioso, accende suggestioni, sogni e speranze. Annalisa compare ogni volta che la malinconia sembra intraprendere una strada senza via d’uscita, nel momento in cui lo smarrimento ci inoltra nel buio di una maledizione; illumina d’un tratto il percorso della solitudine e con una selvaggia ed esplosiva liberazione rende visibili, anche se solo per un istante, le nostre aspirazioni e le nostre fantasie. Annalisa ha il volto della bellezza corruttrice (”un angelo sterminatore”), patinata dal vizio della turpitudine e della follia. Il contatto con lei risuona di una vibrazione torbida e rivelatrice, che incarna le dolorose ambiguità dei sogni, le sensazioni e i sentimenti del degrado e del desiderio. Sapremo poi che tutto ciò nasce da una lontana disperazione. Al personaggio l’autore dedicherà pagine molto belle, come quella che la vede giocare sulla sabbia prima dell’incontro con due bruti.
Ogni qualvolta che Annalisa è assente o all’improvviso sparisce dai nostri occhi, l’esistenza  si disperde oltre confini incontrollabili e indefiniti.
Taranto, ammorbata dai fumi tossici dell’Italsider (”mostro di ferro, paccottiglia e carbone la uccideva e la manteneva.”), la politica chiassosa e inconcludente (sono gli anni del sindaco Giancarlo Cito), ne prendono il posto e si distende, allora, sotto i nostri occhi tutta la potenza di una disgregazione che, complice la passività indotta dalla miseria, non risparmia nessuno, né i giovani, distrutti dalla droga, né gli anziani, consumati dagli altiforni e ridotti a scheletri, storditi e umiliati.
I ricordi dell’autore tracciano vite spente, desolate. Un vento di smemoratezza e di follia sembra impadronirsi di esse. La vocazione del Sud, scrive Desiati, “è decisamente tragica”. Ma a Martina Franca lo è ancora di più, con quella vecchia storia delle spose infelici che si gettano dalla rupe e con il ricordo di quella giovane vestita di bianco che si immerge nel Taras, un fiumiciattolo di quei luoghi. Restano ad incupire l’aria le loro ombre: “Ogni estate si toglieva la vita qualche studente depresso gettandosi nei pozzi artesiani, qualche vecchio contadino intristito si legava ai rami nudi di un noce, ma le mogli infelici la facevano da padrone.”; “La notte i fantasmi di queste donne giravano per le strade deserte e bianche del borgo antico.” Solo Annalisa, quando appare, è capace, con la sua enigmatica bellezza, attraverso la sua tragica generosità, di accendere un po’ di luce. Non abbandona nessuno, si carica del dolore e della tristezza altrui come una condanna e una espiazione; chi è caduto nella polvere trova in lei una reviviscenza che porta in dono un attimo di felicità: “Ero convinto, avrei spergiurato su qualunque cosa che Annalisa si portava sulle spalle le mille anime suicide di questo territorio. E oggi so che, in un certo senso, era esattamente così.”
Annalisa è comunque una risposta alla malinconia della memoria, alla sensazione di finitudine che attraversa l’esistenza: “quando tutti i tuoi luoghi trascorsi ti sembrano meglio di quello che vivi, vuol dire che ti stanno uccidendo e tu stai trapassando.” Con lei dentro, il segmento triste della memoria cessa il suo assedio mortale alla vita, la fa di nuovo risplendere, le dà l’abbrivo che spinge a lottare ancora e a credere. Con lei, scendere nel degrado e nella depravazione equivale a risorgere: “c’era la mia depravazione, la mia distruzione. Non ci avrei mai sperato, ma forse la salvazione era il tuo, il mio, il nostro dannato degrado.”; “Annalisa, era vertiginosa, in poche mosse poteva toccare le corde più abiette o quelle più sublimi.”
Ci troviamo in un luogo, dunque, dove la perdizione è insieme morale e materiale, dove vivere richiede di adagiarsi nella follia, spremere la tristezza e la solitudine con le tenaglie dell’illusione: “in un paese in cui le spose erano infelici la volontà di illudersi era più forte di qualunque cosa, dare per un breve periodo un senso ai propri sogni, alla propria vanagloria.” Fulco Mastronunzio, il regista millantatore e sbruffone, altro non è che il simbolo in carne e ossa di questa morbosa e mortale illusione.
A poco a poco, però, lo splendore e la vitalità di Annalisa si avviano a consumarsi. La ragazza che riusciva a infondere negli altri un momento di sublime felicità e di sconvolgente irragionevolezza si sta spegnendo. Come se la breve illusione che essa ha incarnato fosse stata sconfitta e uccisa. Due illusioni diverse quelle suscitate da Fulco e Annalisa. Quella del regista è l’illusione di chi imbroglia la vita, quella di lei, della sfortunata Annalisa, è l’illusione di chi la vita la ama con tutte le sue forze (i suoi “demoni”) e vi si dona e vi si sacrifica senza limiti e senza riserve. È questa illusione che, infine, viene sconfitta e muore; essa fugge e esce dalla vita per trasferirsi nel mistero: “Annalisa risorgeva la notte e accompagnava le anime delle spose infelici per le strade antiche di via Montedoro, camminava lungo le feritoie della cinta muraria, si portava appresso le bende sacre delle piccole donne infelici di San Vito che morivano accanto ai muri in bugnato della omonima chiesa storta.”
Scomparsa Annalisa, inizia la discesa all’inferno del protagonista. Le più turpi depravazioni si impossessano di lui, che annaspa nel buio di un desiderio che non potrà più essere appagato. Annalisa è il simbolo magmatico della vita, quell’incandescente effervescenza eterogenea che, se viene meno, ci smarrisce e ci brutalizza. In Annalisa peccato e innocenza si mescolano in un unicum in forza del quale noi possiamo di nuovo sentirci i figli disubbidienti e peccatori di Eva. In lei, disperazione, vendetta e morte si fondono nella magia seducente di una bellezza tragica dentro la quale naufragare e perdersi: “Annalisa era una sposa infelice. Annalisa non era la regina delle bestie, ma la regina delle spose infelici.” Com’era possibile, ora che non c’era più, raggiungere Annalisa, tornare a vivere con lei quegli attimi brevi ma intensi di dimenticanza e di felicità? Ci riuscirà non solo Francesco, pur confuso e sconvolto dalla verità su di lei (”mi furono rigurgitate addosso le viscere arroventate della verità”), ma anche il suo grande amico scavezzacollo, finito più volte in carcere, il grande amore non contraccambiato di Annalisa, Domenico Copertino, da tutti conosciuto come Zazà, ed ora divenuto un uomo dallo “sguardo nullo”, lontano, assente. Confesserà al magistrato: “Per ogni chiodo sentivo Annalisa chiamarmi da lì dentro.”
La scrittura, sempre nitida, che ha saputo disegnare una delle figure femminili più tragiche della letteratura dei nostri tempi, raggiunge spesso la densità dei grandi narratori meridionali, coloro, ossia, che ci hanno donato i forti colori e gli afrori di una terra che ancora si nutre di vita e di morte.

 

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Giornata prolifica

di Leonardo Maccari. 27 novembre 2008

Ieri su Punto Informatico c’erano almeno 4 notizie rilevanti sul tema del diritto d’autore e sui diritti digitali.

La prima è che il consiglio dei ministri della UE ha pubblicato delle conclusioni riguardo allo sviluppo della creatività online. Le osservazioni del consiglio sembrano andare nella direzione opposta rispetto alle politiche che il governo francese sta mettendo in pratica il che è interessante.

La seconda è che l’On. Cassinelli ha indetto una specie di consultazione online per la stesura della proposta della sua oramai famosa proposta di legge salva-blog.

La terza è che la FIMI (mica pizza e fichi) distribuirà dal 2009 le classifiche di vendita con licenze creative commons.

La quarta, che tira un po’ le fila, è l’opinione di Alessandro Bottoni (con cui condivido il tema di wordpress -) ) sulla proposta Cassinelli e Levi.

Io, ci vedo alcune cose in comune…

Cominciamo con le CC, che sono nate esattamente per tutelare quegli utilizzi, commerciali o meno, che sono contrari alla politica del tutti i diritti riservati. Ci sono molte persone che decidono di pubblicare le proprie opere in modo che siano fruibili a tutti, lo fanno sia perchè non ne vogliono ricavare nessun vantaggio materiale, sia perchè al contrario pensano che sia il miglior modo di ricavarne qualche vantaggio materiale.
La FIMI rappresenta aziende che invece hanno sempre applicato felicemente la politica del tutti i diritti riservati. Non è quindi affatto banale che diano credito ad un modo di diffondere la cultura che è controcorrente rispetto a quello che hanno sempre adottato.

L’alternativa alle CC è quella di premere l’acceleratore sull’applicazione di leggi sempre più restrittive, pene sempre più severe ed enforcement automatico delle sanzioni. Insomma, quello che piace tanto a Sarkozy e che la comunità europea ha rifiutato in più occasioni. La nota che trovo più interessante nel documento pubblicato è che Il consiglio ha messo in luce che per incoraggiare l’innovazione sia necessario tenere in considerazione la trasformazione dei modelli di business delle aziende del settore. Io, forse troppo ottimista, la interpreto come un invito ai vari legislatori ed al consiglio a non favorire sempre e comunque il modello tutti i diritti riservati ma tenere in considerazione che l’ecosistema della rete produce un mercato anche per i modelli alternativi, che non vanno soffocati.

Non a caso riferendosi alle attuali discussioni riguardo alla legge sull’editoria, Alessandro Bottoni fa notare che è sempre più difficile distinguere tra un’editoria professionale ed una hobbistica, mettendo in evidenza che effettivamente il limite tra attività professionale e volontaria sia sempre più labille. E’ quindi anche difficile applicare automaticamente delle categorie esistenti. Non è facile stabilire se un sito sia “a fini di lucro” o meno. In passato, quando le informazioni venivano concesse dietro pagamento e con tutti i diritti riservati era più facile stabilire dove fosse il lucro. Adesso che esiste anche un’economia basata su livelli diversi di condivisione, tutto questo è meno limpido.

Infine, Cassinelli riporta questa mutazione nel contesto più regale possibile, la stesura delle leggi. Cassinelli ha capito una cosa importante che prima di lui pochi avevano inteso, che il popolo di internet può essere un buon consigliere. Così come un blog non è una testata giornalistica, un blogger non è un parlamentare, ma i due mondi possono collaborare attivamente. Devo ammettere che mi rincresce che il primo tentativo concreto di coinvolgere internet nella stesura si una legge (con qualche possibilità di essere approvata) sia stato effettuato da qualcuno del Pdl, ma il merito è suo e il demerito è di chi prima di lui non ha colto questa possibilità. Adesso vediamo come viene la proposta, e che fine farà nel suo iter parlamantare.

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La Musica finalmente senza limiti

di Elitre. 26 novembre 2008

Wikimedia Musica (link esterno)

Il primo sito italiano, libero da ogni forma di pubblicità, che raccoglie musica rilasciata con licenza copyleft: debutta al Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza (29 e 30 nov.) la nuova iniziativa targata WMI

Wikimedia Musica (http://musica.wikimedia.it) è il progetto creato da Wikimedia Italia (l’Associazione per la diffusione della conoscenza libera corrispondente italiana della Wikimedia Foundation) per la libera diffusione della musica.
Proprio come Wikipedia è un’enciclopedia che chiama in causa il lettore per sollecitare il suo spirito critico, Wikimedia Musica vuole formare un gusto musicale critico, non imposto dalle grandi case musicali, attraverso la collaborazione fra artisti e appassionati.
(continua…)

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Gli scheletri di via Duomo

di Pagina Tre. 26 novembre 2008

copertina NardiniUn palazzo. Non è che un vecchio palazzo. Di quelli fine Ottocento, come ce ne sono tanti a Napoli. Perché lo chiamano il “Palazzo degli scheletri”? La gente lo ha ribattezzato così per una storia che risale a un po’ di anni fa….

Dall’11 dicembre 2008 è in libreria GLI SCHELETRI DI VIA DUOMO di Stefania Nardini, Tullio Pironti Editore.

«Un giallo sorprendente  raccontato con infernale abilità, a pezzi e bocconi, arrivando alla rivelazione della verità soltanto nelle ultimissime righe del romanzo ma attraverso una serie incessante di indagini, di illazioni, di cantonate, di intuizioni, di scoperte che sembrano dover culminare in una colossale delusione».

Antonio Ghirelli

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Il gioco della cultura libera

di Arturo Di Corinto. 25 novembre 2008

MOLLEINDUSTRIA
http://www.molleindustria.org/freeculturegame

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Teresa Ciabatti: “I giorni felici”, Mondadori, (2008)

di Pagina Tre. 25 novembre 2008

Sono molto contento di poter leggere questo secondo romanzo di Teresa Ciabatti, che fa seguito a “Adelmo, torna da me” (Einaudi 2002), pubblicato da una casa editrice prestigiosa, come Mondadori.
Nonostante le aspre critiche che assalirono l’autrice, fatte, secondo me, più di malevolenza che di verità, il libro di esordio mi piacque molto e ne scrissi assai compiaciuto. Ne è stato tratto un film da Carlo Virzì,”L’estate del mio primo bacio”, e ricordo con piacere e anche con un po’ di commozione l’invito che l’autrice mi rivolse di prendere parte alla proiezione della “prima” del film. Pigro come sono declinai, ma non dimenticherò mai l’attenzione e la cortesia che mi furono riservate, rare ai nostri tempi. Oggi la Ciabatti scrive con successo anche per il cinema.
Ma incamminiamoci ora all’interno di questa seconda prova, avvertendo che sono la vanità e il mondo dello spettacolo soprattutto al centro dell’attenzione dell’autrice, e chi ha qualche anno come me, ricorda molto bene gli attori che sono nominati, di maggiore o minore fama poco importa, di cui, in calce ai capitoli che li riguardano, vengono tracciate brevi biografie. Esse arricchiscono, con i successi e gli insuccessi conseguiti, con la celebrità e poi la polvere della dimenticanza, la visione di un mondo in realtà vacuo e caduco. Tali biografie, frutto di ricerche personali e di aggiornamenti, costituiscono, tanto sono dotate di interesse speciale, un libro a sé.
Siamo a Roma, fine anni ‘70. Una bambina di sei anni, Sabrina Mannucci, dagli “occhioni celesti” e “talmente bella che la gente si fermava per strada a guardarla”, è dotata di una intelligenza singolare: a quell’età, sa fare di conto con operazioni anche complesse, scrive e legge come e forse meglio dei grandi (”leggo solo romanzi di mille pagine”), sa cantare, riesce perfino, concentrandosi, ad indovinare che tempo farà il giorno dopo. Ha perfino sognato la Madonna che le ha detto: “Tu Sabrina, sei la più brava del mondo”. Si distingue nettamente da sua sorella Barbara, piuttosto bruttina e grassoccia, e da suo fratello Roberto, una specie di demonietto. Il padre, Riccardo, è bello come Sabrina, la figlia prediletta, e abbastanza ricco. Lavora in televisione in una posizione di rilievo, e conosce molti personaggi, così racconta ai figli. È stato lui a scoprire nuovi talenti dello spettacolo, come, ad esempio, Rita Pavone. La madre somiglia a Barbara, bruttina anche lei.
Sabrina sa di essere speciale, da qui la sua vanità e il desiderio fortissimo di mettersi in mostra, incoraggiata soprattutto dal padre, che pensa di fare di lei una nuova Shirley Temple. Già qui l’autrice mette il primo dei tanti tasselli che concorrono a descrivere e a determinare il destino della protagonista: la seduzione del mondo dello spettacolo, e della televisione in particolare, allunga i suoi tentacoli verso la piccola Sabrina, sicura di afferrarla, complici le ambizioni e le vanità personali.
Sabrina, oltre che vanitosa, è anche un po’ crudele, come lo sono spesso i bambini (infatti, pure la sorella Barbara non ne è immune). Davide è un bambino ritardato. Gli sono stati pronosticati altri due anni di vita. Sabrina non vede l’ora che muoia per poter appendere una sua foto nella propria camera e dire alla sorella e alle compagne che quello è stato il suo migliore amico. È un terreno di indagine già percorso da altri scrittori, prima fra tutti Simona Vinci, ma anche Eraldo Baldini, e dalla stessa Ciabatti con Camilla, la protagonista del romanzo d’esordio. La Ciabatti vi si inoltra, tuttavia, con una speciale penetrazione e delicatezza. Lo si era già notato con Camilla, e anche qui, a Sabrina concede tutta la libertà di muoversi, così che la sua natura si esponga spontaneamente allo sguardo dell’autrice e dei lettori. L’operazione della Ciabatti non è quella di costruire il personaggio, ma di farlo muovere così come lo ha osservato nella realtà. Guardate anche voi, sembra dirci, ci sono tanti bambini come Sabrina, generati e moltiplicati dalla modernità. Fate attenzione a cosa Sabrina dice, a cosa pensa, a come si muove: oggi i bambini sono come lei: dentro ciascuno di loro, anche quando non appare, c’è una Sabrina. Il nostro tempo, rimasto pressoché senza valori, è destinato a perpetuarli.
In mezzo alle sgargianti luci dello spettacolo, ai nomi altisonanti che ricorrono, ai maneggi per arrivare al successo, noi dovremo cercare di non perdere di vista l’indagine psicologica che l’autrice svolge con il suo personaggio. Dunque, Sabrina, ancora piccola, è destinata al mondo abbagliante dello spettacolo. È il padre che lo vuole, ma è soprattutto la bambina che considera il successo come cosa dovuta al proprio talento e perciò scontata. Sabrina esige una vita eccezionale, da prima donna.
Sebbene abbiano finalità diverse (nel romanzo la bambina ha la spiccata vivacità di una protagonista, la quale, seppure influenzata dal ridicolo padre, ha una propria fisionomia dominante; nei film invece i bambini patiscono l’influenza dei grandi), la storia fa pensare al film “Bellissima” di Luchino Visconti, del 1951, con Anna Magnani e la piccola Tina Apicella, e anche a “Bravissimo”, il film di Luigi Filippo D’Amico del 1955, con Alberto Sordi e il piccolo Giancarlo Scarfati.
Quando il padre la conduce da Corrado affinché la prenda sotto la sua protezione, il noto presentatore le dedica appena un minuto, la considera molto brava, ma dice chiaramente al padre che lui non può fare niente. Sabrina si aspettava tutt’altro esito, almeno un tripudio di ammirazione, un’esclamazione di meraviglia per le sue doti, tanto decantate dal padre. E invece… Ne è delusa. Con la sorella, che desidera sapere dell’incontro, è riservata, non vuole parlare. Però la notte, va a cercarla e le chiede di poter dormire nel suo letto. È il primo impatto con la realtà.
Tuttavia Sabrina non è facile a piegarsi. L’autrice mostra assai bene una tale resistenza volitiva, una determinazione spronata e tenuta in piedi dalla vanità congiunta ad una invidia che ha la forza di trasformare gli altri – perfino il fratello Roberto e la sorella Barbara – in esseri ridicoli, stupidi e spregevoli. Per innalzarsi, occorre spesso abbassare gli altri, sembra suggerirci l’autrice, e nel mondo dei bambini ciò avviene in modo tutto speciale. Sabrina è una distruttrice, ancora non se n’è resa conto. Vuole il mondo tutto per sé, e che cosa fa? Lo disgrega con la sua ambizione aggressiva, che si porta dietro, come spesso accade, una buona dose di cattiveria. Ad ogni delusione, anche quelle che riguardano il padre (che davanti ai figli si vanta di un’importanza in azienda che invece non ha), Sabrina, tutte le volte, dopo aver accusato il colpo (”Io… – mormorò lei tra le lacrime – non voglio più venire da nessuna parte.”), reagisce con caparbietà ed è in quel momento che si carica di una violenza ancora maggiore.
Il padre è il primo a pagarne le conseguenze. Sabrina lo sacrifica presto alla sua vanità, lo colloca molto al di sotto di lei. Se ne allontana. Il suo diventa amore-odio. Arriva a vergognarsi di lui (”perché doveva capitare proprio a lei un padre così?”; “papà, perché non muori?”). Convinta della propria superiorità su tutti, la vita continua però a negarle ancora le sue ambizioni. A sedici anni, bella, occhi celesti, nasino all’insù, fisico slanciato, fa ogni tanto la hostess presso una società che organizza convegni di medici. È stato il padre a farle accettare quel posto, dove avrebbe potuto incontrare la famosa attrice Carol André, ritiratasi dal cinema e diventata una imprenditrice che intrattiene rapporti anche con l’azienda in cui lavora. Forse avrebbe potuto incontrarla e chissà… È un nuovo impatto deludente, un altro tassello di disgregazione: mai avrebbe immaginato di trovarsi un giorno a fare la hostess per provvedere agli sciocchi bisogni altrui.
La sua vanità perdura, tuttavia, è davvero tenace, perfino sorprendente. Continuano a farne le spese i fratelli. Barbara è sposata, ha dei figli; lo è anche Roberto che è diventato avvocato, ha 39 anni, ha successo nel lavoro, sua moglie aspetta un figlio, ma Sabrina continua a pensare di lui: “si possono avere anche tre lauree, ma se non si ha questo, il cervello, c’è poco da fare.”
L’autrice non la perde di vista, la vede crescere, sa che si tratta sì di una ragazza speciale, ma anche di un esempio, meglio ancora di una lezione per tutti. La sua vanità è diventata acida, non ha più le ali di un tempo. Dice di lei a Roberto la madre Mariolina: “Roberto, porta pazienza, sta soffrendo.” Queste poche parole riassumono mirabilmente il doloroso percorso fatto da Sabrina fino a quel momento (si trovano in ospedale dove è stato ricoverato il padre, malato gravemente), che ora insegna al Conservatorio musicale di Frosinone, dove un allievo, nel corso di una animata discussione, le risponde: “E lei è una fallita”.
Sono i frutti che sta raccogliendo la sua vanità. Ferite su ferite. Inquietudine e insicurezza, pessimismo e rabbia sono entrati dentro di lei. Comincia a frequentare (dopo che ha avuto altre avventure amorose), l’uomo di cui si è innamorata, Cristiano Perrone, che altri non è che il marito della sorella Barbara (”Barbara amava profondamente Cristiano”), proprietario di giornali, il quale vorrebbe affidarle l’incarico di responsabile della cultura nella sua azienda, che Sabrina rifiuterà. Cristiano non è nemmeno bello: “era un ciccione di cento chili, i capelli ricci e lunghi fino a sotto le orecchie, sempre abbronzatissimo, un vero burino.” Amico di Roberto, Cristiano, molto ricco, coagula a poco a poco intorno a sé la vita dei tre fratelli.
Rispetto al romanzo di esordio, in cui presa in considerazione ed analizzata è una ragazza quattordicenne, Camilla, qui si va oltre. Anche Camilla, di famiglia benestante come Sabrina, ha una sua altezzosità, che però trova modo di addolcirsi, mentre in Sabrina il percorso che si intraprende è più lungo e complesso: Sabrina, al contrario di Camilla, diviene adulta, la sua vanità l’accompagna come un’altra pelle, con lei deve fare i conti. La vanità che da bambina la rendeva lusingata, ammirata e speciale, ora si è caricata di un peso e di un ingombro che sono sempre più difficili da sopportare. Sabrina sta per percepire, anzi forse lo ha già percepito, che quanto prima dovrà fare i conti con essa.
Sebbene l’autrice si affacci qua e là, e sempre più spesso nella parte finale, all’interno di altre vicende parallele (di Barbara, Roberto, Teresa sua moglie, Riccardo il padre, Cristiano, e così via) ci accorgiamo che noi stiamo assistendo allo svolgersi di una sola vita, quella di Sabrina. Pur nella sua modernità, Sabrina ha in sé la tragicità di altre eroine, perfino della stessa Emma Bovary, ad esempio. La sua vanità, la sua determinazione a distinguersi dagli altri come la migliore in tutto, nella intelligenza come nella bellezza, come nell’amore, contengono ormai l’amarezza di un desiderio che non si realizzerà mai. La caparbietà di Sabrina trasforma una tale amarezza in un tragico smarrirsi (lei sa bene della sofferenza di Barbara, che ha scoperto il tradimento del marito con la sorella), in una desolante, morbosa, malata solitudine. Ad un certo punto si arriva perfino a percepire l’assenza del tempo, quasi che Sabrina si allontani a poco a poco dalla vita degli altri per trasfigurarsi in una esistenza estranea. Si presenta, infatti, Greta, la bambina figlia di Barbara e di Cristiano, una spepina che potrebbe prendere il suo posto, perpetuare la specie, caricare su di sé la pena che la sta rendendo infelice. A tal proposito, ricordando i suoi rapporti col padre, penserà: “Quante bugie gli aveva detto solo per non deluderlo! Papà, non è colpa mia, è il sistema…”
Il mondo non è come immaginava: vi regnano disordine, confusione, ideologie paralizzanti, deficienze intellettuali, corruzione mafiosa e politica (su quest’ultima la Ciabatti insiste con forza). Lei si sente come chi si trovi a contatto con una palude di idee e sommovimenti cui manca la scintilla del genio. Lei è diversa, è quel genio che gli altri non hanno. Mozart – pensa – non era forse come lei? Da giovane, non era stato come lei emarginato?: “una voce fuori dal coro, tanto da non integrarsi mai veramente in società neanche nel suo periodo di maggior fama.”
Come Peter Pan, Sabrina non è mai veramente cresciuta. Voleva comandare, essere la migliore, e invece è restata bambina. L’unica vittoria della sua vita, infatti, l’unico successo che l’ha resa felice, è stato quello conseguito allo “Zecchino d’oro”, davanti al suo papà, seduto in prima fila e con le lacrime agli occhi. Sabrina non ha mai aggredito la vita, in realtà si è sempre difesa. Greta le assomiglia molto: ha le sue presunzioni, le sue bizzarrie, le sue ostinazioni, la sua cattiveria, la sua paura. Al termine, troveremo una significativa sorpresa: quasi che la Sabrina rimasta superba e vanitosa, ma anche umiliata e sconfitta, voglia liberarsi di se stessa, della sua non riuscita adultità, scomparire dalla scena e prendere il posto di lei, della piccola Greta: per provare a ricominciare tutto da capo.

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La Norvegia si avvicina al software libero

di Finalmente libero!. 24 novembre 2008

Norwegian flag over Bergen by alex-sLe autorità norvegesi devono utilizzare più programmi liberi, in modo da ridurre la dipendenza da software proprietario. Questo l’obiettivo del governo norvegese.
Un obiettivo ambizioso per il quale il ministro all’amministrazione e alle riforme Heidi Grande Roeys, si è rivolto al centro di competenza per l’open source nazionale, stanziando ca. euro 225.000. Un importo che seppur di piccola entità, permetterà al centro di aiutare le PA nel passaggio a OpenOffice.org. Azione necessaria, data la situazione attuale che vede molte PA legate a MS-Office a causa di altri programmi di backend con esso compatibili. Il primo progetto consisterà nel risolvere questo problema e di “liberare” le PA dalla schiavitù proprietaria.

Fonte

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Personale di Stefano Tonti ad Ancona

di Pagina Tre. 23 novembre 2008

Dal 6 al 14 dicembre 2008, ad Ancona, presso l’atelier dell’Arco Amoroso sarà possibile ammirare le opere di Stefano Tonti in una mostra curata da Roberto Cresti e Silvia Bartolini.

Inaugurazione: sabato 6 dicembre 2008 ore 17,30

Orario: tutti i giorni 10,30 – 12,30 e 17 – 19,30

Stefano Tonti – Falconara M. (An), 1959.
Diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Urbino è laureato in Lettere all’Università di Urbino.
Il disegno e la sua pittura, di forte impronta poetica, sono affascinati dalle forme perfette della classicità e restituiscono la nostalgia della bellezza attraverso il frammento e la citazione affidando spesso alla memoria la ricostruzione archetipica dell’immagine.
“… Dal mondo compatto dell’arte di museo l’artista citazionista sceglie, separa il frammento che gli interessa, lo seziona, raggelandolo come una cellula o un pezzo anatomico, lo trasforma in elemento decorativo. Decorativa è la cornice che delimita il quadro, decorativo è il panneggio di una tenda intorno a una finestra, decorativo è l’ornamento di stucchi e dipinti su una struttura architettonica.” (Silvia Cuppini)
Stefano Tonti ha realizzato attività storicistica ed è autore di articoli e saggi pedagogici e di estetica sull’arte contemporanea. Sono da menzionare le collaborazioni all’attività didattica di Pinacoteche (Civica di Jesi, Mart di Rovereto, ecc.) e di Gallerie d’arte e l’attività di autore e regista di riduzioni e originali radiofonici trasmessi anche dalla RAI.
E’ curatore di mostre e collabora con giornali e riviste d’arte e dirige la rivista artistico-culturale Il Falco Letterario.
E’ docente di Pedagogia e didattica dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Firenze e svolge incarico di co-relatore per le tesi ai Corsi di Storia dell’arte all’Università di Macerata.
Ha esposto in mostre personali e collettive in varie città d’Italia tra cui: Ferrara, Ancona, Milano, Macerata, Urbino, Bologna, Venezia, Cesena. E’ stato invitato al Premio Marche e ad importanti rassegne nazionali. Sue opere sono in collezioni pubbliche e private.
Hanno scritto di lui: Miklos N. Varga, Armando Ginesi, Silvia Cuppini, Lucilla Niccolini, Bruno Cantarini, Fabio Ciceroni, Anna Cerboni Baiardi, Giancarlo Bassotti. Recensioni della sua opera sono in: Terzoocchio, Flash-Art, Il Resto del Carlino, Corriere Adriatico, La Gazzetta di Ancona, Tg Rai Regione. E’ presente nel saggio, Le Marche e il XX secolo, a cura di Armando Ginesi, Federico Motta Editore, Milano, 2006.

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Stella Variabile

di Pagina Tre. 23 novembre 2008

Pubblichiamo una recensione di Roberto Fogliardi del romanzo “Stella variabile” di Robert A. Heinlein e Spider Robinson, Armenia, 2008 (traduzione di Salvatore Proietti).

Erano gli anni Settanta. Facevo ancora le elementari e mio nonno, uomo arguto e animato da una grande passione per la letteratura, mi aveva fatto uno splendido regalo: ogni mese avevo un buono acquisto da utilizzare presso una libreria che all’epoca ospitava anche una sezione con giornali e fumetti. Lì potevo acquistare tutto quel che volevo: nessun limite al genere, nessuna restrizione, unico vincolo il capitale che potevo impegnare. Quindi, meno spendevo per il singolo libro, più potevo portarmene a casa. Solitamente ero abbastanza parco, sceglievo i tascabili e i giornaletti, ma qualche volta mi facevo sedurre dalle copertine rigide e dalle illustrazioni colorate. Asterix, ad esempio, era una tentazione a cui non riuscivo mai a resistere. Una volta, mi capitò tra le mani una copertina su cui campeggiava un ragazzino in tuta spaziale rossa: era un libro della AMZ Editrice e si intitolava “La tuta spaziale”, di Robert Heinlein.
Si trattava di un romanzo per ragazzi, uno dei cosiddetti “juveniles”, intriso di senso del fantastico; era la storia di un giovanissimo esploratore spaziale che si ritrova a viaggiare tra le galassie. Dopo quello vennero i classici (”La macchina del tempo”, “20000 leghe sotto i mari”), poi il ciclo di Lucky Starr di Asimov, e infine gli Slan e i Classici della Libra, la Collana Argento della Nord, e tanti altri. “La tuta spaziale”, però, fu il primo vero libro di fantascienza su cui misi le mani.

“Stella variabile”, il romanzo edito dalla casa editrice Armenia di cui vi parlerò in questa breve recensione, mi ha fatto ripensare a quel vecchio libro per diversi motivi.
Innanzitutto, “Stella variabile” è un romanzo scritto da Robinson a partire da un plot molto dettagliato, opera di Robert Heinlein. Inoltre, nella postfazione al romanzo Robinson dichiara che anche lui ha cominciato a leggere fantascienza grazie a Heinlein; anzi i primi dieci libri che ha letto in assoluto erano del vecchio autore di space opera, “ed erano tutti grandi”.
Robinson, da vero scrittore di fantascienza e fan di Heinlein, più che scrivere un romanzo ha creato un portale iperspaziale: “Stella Variabile” fa viaggiare nello spazio e nel tempo. Lo spazio tra le galassie ove si muovono i protagonisti, e il tempo “fisico” in cui si muove il lettore. Leggerlo, per me, ha significato tornare alle origini della fantascienza, a quando sfogliavo “La tuta spaziale”. Ma il risultato non è una semplice “operazione nostalgia”, anzi, tutt’altro.

Heinlein, il libertario-reazionario anarco-individualista, aveva costruito l’impianto di una storia intrigante, ma incentrata sulla tradizionale figura dei coloni delle stelle, gli esploratori pronti a partire alla ricerca di mondi sconosciuti. Robinson, vincitore di tre premi Hugo e di un Nebula, si è divertito a reinventare il genere, senza tradire il “sense of wonder” della classica space opera, ma senza dimenticare che il mondo è cambiato e che le stelle sembrano oggi molto più distanti di quanto non apparissero allora.

Alcuni temi nuovi e attuali emergono dalla trama del romanzo: temi mutuati dall’attualità, dallo schock dell’undici settembre. I pericoli dei fondamentalismi, la paranoia complottista, la sfiducia nei potenti che governano il mondo sono tutti elementi che escono poco a poco da dietro le quinte, ma vengono poi miscelati sapientemente con un umanesimo e una speranza nel futuro e nel progresso che ricorda l’Isaac Asimov dei tempi migliori.

Il tutto può poi essere visto anche come il romanzo di crescita del protagonista, Joel Johnston. Il lettore si renderà presto conto del fatto che Joel ha la testa dura come il suo primo padre, Heinlein; Joel dice infatti parlando di sé: “certi imparano ascoltando, certi leggendo, certi osservando e analizzando, e certi devono proprio pisciare sul recinto elettrificato”. Ma il ragazzo ha preso anche da Robinson, infatti è un tipo sensibile, “impegnato nella generazione pneumatica di sequenze armoniche vibratorie di ordine superiore progettate per indurre la massimizzazione uditiva della produzione locale di endorfine”, ovvero compositore e musicista.

Inizialmente il romanzo dedica molto spazio alla costruzione dei personaggi e dell’ambientazione. Poi, nella seconda metà del libro, arriva il fuoco d’artificio di colpi di scena di cui non voglio anticipare nulla. In tutte le sue fasi, “Stella variabile” non stanca mai il lettore, grazie anche ai dialoghi vivaci, ricchi di giochi di parole, che avranno fatto sudare le proverbiali sette camicie al traduttore, Salvatore Proietti, che è riuscito a rendere appieno lo spirito del romanzo. Probabilmente si è anche divertito parecchio.

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Nuovo welfare e reddito garantito: politiche europee e italiane a confronto.

di Arturo Di Corinto. 21 novembre 2008

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Presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso
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