di Arturo Di Corinto. 7 settembre 2010
Le regole della neutralità
Arturo Di Corinto
per Il Sole 24 ore del 2 settembre 2010
Facebook ha superato la soglia di 500 milioni di utenti. Il web ha superato il trilione di indirizzi unici e per il 2015 si stima che tre miliardi e mezzo di persone saranno collegate a Internet. Aumenta il tempo che gli utenti passano online sui social network (+22%), come pure gli investimenti pubblicitari (11 miliardi di dollari nel 2009) e l’ecommerce. Anche gli stati che praticano la censura e il monitoraggio di Internet secondo Reporters Sans Frontiers sono in crescita, mentre 5 milioni di computer ogni secondo vengono compromessi da consorzi criminali.
In questa situazione si capisce l’importanza che assume il prossimo Internet Governance Forum di Vilnius (dal 14 al 17 setembre), che dovrà tracciare la strada per la rete del futuro e dimostrare l’utilità di un nuovo round quinquennale di incontri che una riunione straordinaria dell’Onu in seduta plenaria dovrebbe annunciare a breve. L’edizione 2010 dell’Igf porta delle novità. I temi sono gli stessi da cinque anni a questa parte, la gestione delle risorse critiche di Internet, la sicurezza, l’apertura, la privacy, l’accesso e la diversità, ma ce n’è uno nuovo, l’Internet governance per lo sviluppo. Il cloud computing e i suoi effetti sull’ambiente sociale e naturale sono invece il tema emergente dell’incontro.
Finite le polemiche sulla gestione dei nomi a dominio grazie alle aperture dell’Icann, il “parlamento di Internet” ha però una grossa grana da affrontare, il tema della net neutrality. Oggi infatti chi decide dove andare e cosa fare su Internet è l’utente, ma come vorrebbero alcune aziende, se viene meno il principio di neutralità – uguale trattamento per ogni bit o richiesta che circola per sue infrastrutture – saranno i proprietari dei cavi e dei server a stabilire velocità e accesso alle sue risorse. Una questione centrale per la democrazia di internet e per la democrazia in generale visto che la rete è ormai tutt’uno con il nostro ambiente sociale. La discriminazione del traffico è pericolosa proprio per la natura ambivalente della rete. Internet è infatti la più grande agorà pubblica della storia del’umanità ma è anche un incredibile strumento di sorveglianza e controllo, uno straordinario mezzo d’espressione, ma anche uno strumento di persuasione e propaganda, un luogo dove esercitare le scelte di liberi consumatori, ma anche uno strumento per indirizzarne i consumi in maniera non trasparente. In questo contesto assume rilevanza la proposta di Bernard Kouchner di dare a Internet “uno statuto legale che rifletta e tuteli la sua universalità”, la vera prorità per la governance di Internet.
di Arturo Di Corinto. 7 settembre 2010
UN CODICE AZUNI PER FARE RETE
Arturo Di Corinto
per Il sole 24 ore del 2 settembre 2010
Stefano Rodotà, presidente del comitato italiano per la Governance di Internet aveva detto: “per immaginare nuove regole per Internet potremmo fare come con il codice marittimo redatto da Domenico Alberto Azuni: formalizzare un corpus delle consuetudini d’uso di questa risorsa comune e condivisa che è Internet”. Mentre imperversa il dibattito sui diritti e doveri di Internet, nell’agosto 2010, ad un mese dal nuovo Internet Governance Forum di Vilnius, lo staff del ministro Brunetta rilancia l’idea di un “codice Azuni per la rete” offrendone una versione beta alla consultazione popolare sul sito azunicode.it. Non è una proposta di legge, ma una sorta di call for papers per raccogliere pareri e best practices sul mondo di Internet, un pre-codice, insomma, e raffinare le proposte fin qui fatte per una regolamentazione dal basso della rete da portare, forse, all’Onu.
Il gruppo di lavoro che ha stilato la versione beta del Codice Azuni è fatto da alcuni importanti professionisti e molti soggetti governativi, qualche professore, ma si sente la mancanza delle imprese e delle loro rappresentanze di categoria. Anche i parlamentari, fatta eccezione per Palmieri della Pdl, sono assenti. Eppure l’Italia, già protagonista di un importante accordo con il Brasile che impegnava i due paesi a investire nella tutela della libertà in rete, per garantire standard e interoperabilità dei dati, sicurezza e libera concorrenza online, era stata al centro del dibattito sull’Internet Bill of Rights discusso in seno alle dynamic coalitions dell’Igf. Ora con il codice Azuni forse si potrà dettagliare il percorso fatto fin qui dal World Summit on Information Society di Tunisi del 2005 senza disperdere il patrimonio di relazioni, competenze e conoscenze sviluppato sotto la guida di Stefano Rodotà. Un percorso a cui potrà dare grande slancio l’Igf Italia varato a Cagliari nel 2008 che per ora sembra stare un po’ in disparte, ma che si incontrerà a Roma a fine novembre. Il codice Azuni insomma è un’opportunità per rivedere l’approccio del Belpase verso la rete ed evitare le frammentarie e talvolta improvvide iniziative per regolamentarla finora fallite proprio a causa dell’assenza di un dibattito ampio e plurale. Quello che in molti chiedono è di non ricominciare sempre daccapo, ma di dare continuità istituzionale a un’iniziativa necessaria, che coinvolga veramente tutti, e senza la quale si rischia che sul web valga solo la legge del più forte.
di Arturo Di Corinto. 7 settembre 2010

Wikileaks: quando trapela la notiza
Arturo Di Corinto
per Peace Reporter di ottobre
Amnesty International ha insignito nel 2009 Wikileaks del premio “International Media Awards” riconoscendone la meritoria azione informativa nel campo dei diritti umani.
Wikileaks è un sito che pubblica informazioni che i governi tendono a mantere segrete e per questo si autorappresenta come un sito anticorruzione. Fondato da un gruppo di giornalisti e attivisti per i diritti umani europei e americani, teologi della liberazione brasiliani e dissidenti cinesi e iraniani, Wikileaks è stato spesso alla ribalta anche per le modalità di raccolta di informazioni privilegiate e top secret che possono essere inviate al suo sito in assoluta segretezza grazie all’uso della crittografia. Un team di volontari organizza e pubblica queste notizie garantendo la segretezza, l’affidabilità e la sicurezza delle fonti, mentre un gruppo di hacker distribuito ai quattro angoli del pianeta si occupa della sicurezza del sito e di chi lo contatta.
Wikileaks due mesi fa ha pubblicato gli “Afghan war diaries” che hanno messo in grande imbarazzo l’amministrazione Usa rendendo noti 76 mila documenti di intelligence circa le (pessime) modalità di gestione del conflitto afgano. Ed é subito scoppiata la polemica, ma senza che nessuno mettesse i dubbio direttamente la veridicità dei contenuti pubblicati. C’è stato chi ha accusato Wikileaks di “intelligenza col nemico”, chi di ingenuità e manipolazione, scorrettezza giornalistica e finanche attentato alla sicurezza dello stato. Mentre i suoi sostenitori e lettori aumentavano di numero, è stata avviata una vera e propria campagna di delegittimazione nei confronti dell’organizzazione no profit e del più celebre dei suoi fondatori, l’australiano Julian Assange, accusato di stupro da due donne che hanno poi ritrattato. Ma se indagare sulla fondatezza dell’accusa di stupro ci porta nel terreno delle più classiche cospirazioni, la seconda accusa necessita di essere approfondita.
L’accusa infamante per un sito che fa della trasparenza la sua missione principale è che non essendo noto chi finanzia wikileaks – che dichiara una necessità di cassa di 400 mila dollari annui per server e personale – non ci si possa fidare. Per questo, nell’epoca del giornalismo partecipativo che compete con quello dei media mainstream, gli viene chiesto di operare come le testate giornalistiche tradizionali, rendendo pubblici bilanci e finanziamenti.
Ma il parallelo è sbagliato. In Italia ad esempio la Corte Costituzionale ha più volte spiegato che il “mercato” dell’informazione necessita di regole a garanzia del pluralismo di fonti e contenuti per un motivo preciso: alti costi di produzione, scarsità di risorse, oligopoli e concentrazioni possono determinare “difetti” informativi e il pericolo della manipolazione dell’opinione pubblica. Una situazione che evidentemente non è applicabile al web che ha bassi costi di accesso, risorse di pubblicazione virtualmente infinite e grande dispersione delle fonti visto che ognuno è editore di se stesso e può trasformarsi se lo vuole in “giornalista per caso”
Ma se è lecito chiedere trasparenza a chi offre informazioni, il parallelo è comunque sbagliato.
Come ha notato Vittorio Pasteris – curatore del Festival Internazionale del giornalismo di Perugia – la prima osservazione da fare è che la trasparenza vera dei media tradizionali non si risolve con la pubblicazione sintetica dei loro bilanci. A parte che sono molto sintetici e di difficile interpretazione, “è un po’ come conoscere i componenti di un alimento e di un farmaco per decidere se mangiare un pasto o scegliere di auto somministrarsi un farmaco.”
I due fatti, l’accusa di stupro e molestie sessuali verso due donne inizialmente consenzienti e quella di scarsa trasparenza fanno sorgere il sospetto che si voglia spostare l’attenzione dai fatti denunciati al denunciante, con buona pace della ricerca della verità.
Se così non fosse bisognerebbe chiedere la stessa trasparenza per tutti i finanziatori delle aziende editoriali su Internet e chiedere conto della proprietà di giornali che con le sole vendite e la pubblicità certo non starebbero in piedi, invece di discutere di un sito che per sua stessa ammissione si autofinanzia chiedendo a tutti di contribuire.
A proposito: se proprio volete seguire il principio del “to follow the money” per sapere a chi risponde Wikileaks, basta fare una piccola ricerca in rete e leggerne bene il sito per sapere che le spese vengono pagate come rimborsi a piè di lista da diverse fondazioni: tra queste la Wau Holland Foundation con sede in Germania e che secondo la legge non deve rendere noti i suoi finanziatori. Ma Wikileaks è anche registrata come charity negli Usa, come giornale in Francia, come biblioteca in Australia, eccetera. Una molteplicità di fonti che già di per sé è garanzia di pluralismo.
di Arturo Di Corinto. 2 settembre 2010
Da 7 al 12 settembre, si rinnova a Firenze l’appuntamento per il 9° Incontro Nazionale di Emergency: incontri, mostre fotografiche, spettacoli e conferenze per raccontare Emergency.
Sei giorni per stare insieme – volontari, sostenitori, personale medico, amici e simpatizzanti -, per vedere, capire e confrontarsi.
Filosofi, giornalisti, intellettuali, scrittori, artisti e musicisti sono nuovamente chiamati a raccolta per discutere del lavoro di Emergency e soprattutto dei valori e dei principi che lo ispirano.
Si parlerà di guerra, ma anche di salute, uguaglianza, democrazia, informazione; Si parlerà non solo del “cosa”, ma anche e soprattutto del “come” e del “perché“.
Giovedì 9 settembre
Incontro pubblico h. 18.00
PALAZZO DEGLI AFFARI
PeaceReporter presenta:
LA RETE È DEMOCRATICA?
intervengono
* ARTURO DI CORINTO, Giornalista
* STEFANO RODOTÀ, Giurista
* RICCARDO LUNA, Direttore di Wired
* Modera MASO NOTARIANNI
di Arturo Di Corinto. 21 agosto 2010
L’Internet Governance Forum e il Codice Azuni
Gestione della rete: quando tecnica e politica non s’incontrano.
Arturo Di Corinto
20/08/10
La Governance di Internet – cioè la gestione tecnica mondiale della rete delle reti, non il suo governo politico – è oggetto di dibattito pubblico dal 1995, ma solo nel 2003, in preparazione del World summit on information society (WSIS) è diventato un tema istituzionale in seno alla comunità delle nazioni, cioè all’Onu. Nel 2005 il Wsis che si è tenuto a Tunisi ha affrontato il tema della governance di Internet direttamente, a causa della richiesta da parte di alcuni grandi paesi di generalizzare le competenze della governance dell’indirizzamento dei nomi a dominio di Internet per sottrarle al monopolio di fatto dell’Icann americana controllata dalla FCC.
Data la delicatezza e la rilevanza geopolitica del tema – chi fornisce gli indirizzi decide se puoi arrivare a un sito web opure no – a Tunisi si optò per una soluzione diplomatica e si decise di discuterne in un ambito specifico, creando per l’uopo l’Internet Governance Forum, una sorta di “parlamento di Internet” dove gli Stati avrebbero potuto confrontarsi fra di loro e con università, imprese, esperti e associazioni non profit (gli stakeholders), per individuare e praticare le soluzioni migliori utili a garantire crescita e stabilità dell’internet.
Da allora si sono tenuti quattro IGF a livello mondiale: ad Atene, Rio de Janeiro, Sharm-El sheik, Hyderabad. Il prossimo si terrà a Vilnius in Lituania dal 14 al 17 settembre.
Per ben 5 anni i temi all’ordine del giorno degli IGF sono stati gli stessi: apertura, sicurezza, privacy, multilinguismo, multiculturalismo, sviluppo delle infrastrutture. A Vilnius il tema emergente sarà il cloud computing. In questi anni lo scenario è parzialmente cambiato anche grazie a una parziale e volontaria cessione di sovranità dell’Icann e ad innovazioni tecniche, l’uso di alfabeti non latini per l’indirizzamento web, la definizione del suffisso .xxx per i siti e i servizi erotici, e una migliore intesa fra gli Stati (leggi minori frizioni Cina-Stati Uniti) che minacciavano la frammentazione tecnica della rete mondiale nata in America.
Non solo, in questi anni si è assistito a una crescita di interesse verso il tema della governance da parte dell’opinione pubblica sollecitata dal mondo dell’associazionismo riunito nelle dynamic coalitions, che ha trovato una forte sponda nell’idea dell’Internet Bill of Rights – un insieme di principi generali come nella prima parte della Costituzione italiana, ma dedicati ad Internet, proposto proprio dal comitato governativo italiano capeggiato sin dal 2006 dal giurista Stefano Rodotà.
Questo insieme di principi altro non è che la trasformazione dell’appello lanciato a Tunisi dal senatore dei Verdi Fiorello Cortiana e firmato fra gli altri da Gilberto Gil, Lawrence Lessig e Richard Stallman, oltre che dal sindaco Walter Veltroni e dall’allora ministro berlusconiano Lucio Stanca. In sintesi l’appello “Tunisi mon amour”, riaffermava l’importanza del rispetto delle regole democratiche a sostegno dello sviluppo della rete: il suo carattere aperto, democratico e universale, calato in una serie di innovazioni tecnologiche e sociali che andavano dal software libero e open source, alle tecnologie per la privacy, dalla limitazione dei brevetti per la rete, al rispetto del fair use per i contenuti coperti da copyright, in grado di tenere conto dei comportamenti reali degli utenti in una prospettiva mltistakeholder.
Su questa base, si giungerà alla definizione del Bill of Right sostenuto dal governo italiano dell’epoca e nel 2007 all’IGF di Rio De Janeiro, il sottosegretario alle telecomunicazioni Luigi Vimercati riporterà a casa un importante accordo con il ministro brasiliano alla cultura Gilberto Gil per una Carta dei Diritti della Rete.
Dal 2008 in poi, almeno in Italia, l’interesse per la governance di internet è scemato fino alla proposta del Codice Azuni, un’idea che Rodotà offrì a Brunetta nell’occasione di una riunione dell’Igf Italia a Roma, con la motivazione che non si può lasciare che siano solo le multinazionali a stabilire le regole di Internet e con un’avvertenza “a dispetto di quello che disse Vinton Cerf a Rio De Janeiro, anche Internet, come il mare si può regolare”; “E’ accaduto con il Codice Auzni per il Mediterraneo”; “Il Codice Azuni aveva tuttavia un grande pregio, fissava le regole consuetudinarie dei suoi navigatori, senza leggi calate dall’alto, esattamente quello che possiamo augurarci per Internet”.
Codice Azuni
Nell’agosto del 2010 il ministro per l’Innovazione Renato Brunetta offre agli italiani la proposta di un Codice Azuni per la Rete. Lo fa attraverso un sito, www.azunicode.it, con l’obiettivo di scandagliare gli umori dei cittadini sul tema e raccogliere pareri e informazioni. La proposta si basa sul report di un gruppo di lavoro “che non rappresenta le posizioni del governo”, ma che riepilogando la storia dell’Igf ne riporta i temi trattati finora.
Una proposta meritoria quindi, visto che punta a coinvolgere i cittadini, ma insufficiente nel metodo e nel merito.
Le prime criticità della proposta stanno nella tempistica. La consultazione dura solo 30 giorni, è basata su una mailing list chiusa e moderata, si svolge nel periodo di agosto in cui due italiani su tre sono lontani da un computer.
La consultazione non ha un output definito. Si dice che la proposta serve a creare una tassonomia delle problematiche e delle best practices relative a Internet, ma non si capisce come verrà assemblata e utilizzata la parte offerta dai cittadini e se costituirà o meno la base della posizione italiana da portare in ambito internazionale e segnatamente a Vilnius in settembre.
La proposta sarebbe frutto di un tavolo di lavoro riunito dal novembre 2009, di cui nessuno ha mai saputo niente, costituito per la maggior parte da soggetti governativi, ben dieci, un solo parlamentare, della maggioranza, un solo imprenditore, tre professori universitari, non i più noti sul tema, un paio di esperti indipendenti e del Cnr. Con l’esclusione di tutti i soggetti che avevano nei 5 anni precedenti contribuito a definire la proposta italiana di una rete aperta presso le Nazioni Unite, e segnatamente marcata dall’assenza del portabandiera italiano, Stefano Rodotà e dai molti gruppi di interesse italiani Altroconsumo, Free Hadware Foundation, ISOC, Istituto per le Politiche dell’Innovazione, AIIP, Amnesty International, Wikimedia, Alcei ed altri. Più grave ancora la mancata e piena rappresentanza del Parlamento che attraverso le sue cariche più elevate (presidente Gianfranco Fini il 16 marzo 2010), si è ultimamente espressa a favore di una tutela piena del “diritto a Internet”.
La proposta inoltre, non tiene conto del lavoro importante avviato dalla costituzione dell’Igf Italia, il chapter italiano dell’Internet Governance Forum, nato su raccomandazione della Commissione Europea anche in altri paesi come Francia e Inghilterra. Qualsiasi proposta in assenza del contributo di questo organismo di coordinamento degli stakholder italiani, nato a Cagliari nell’ottobre 2008 che ha già tre incontri all’attivo (Cagliari, Roma, Pisa) e che si incontrerà di nuovo a Roma il 29 e 30 novembre 2010, appare una proposta monca, difettosa di esperienze, voci e pluralismo che ne dovrebbero costituire la missione istituzionale.
Sul merito, la proposta del Codice Azuni, nasce vecchia: i problemi e le criticità di Internet sono noti: assenza di infrastrutture, censura, privacy ridotta, costi elevati di connettivtà, digital divide. Inoltre azzera il lavoro fatto dagli italiani negli ultimi sei anni sotto governi diversi, ma perchè non riporta nessuno dei principi condivisi che sono ormai patrimonio dell’Igf e che sono precipitati nell’accordo Italia-Brasile: il rispetto della privacy e la protezione dei dati, la libertà d’espressione, l’accesso universale, la network neutrality, l’interoperabilità di dati e applicazioni, l’accesso globale a tutti i nodi della rete, l’uso di standard aperti e liberi, l’accesso pubblico alla conoscenza, il diritto a innovare e il rispetto dei princii del mercato, alla libera concorrenza online e i diritti dei consumatori in generale. Cioè tutte le cose che fanno di Internet la grande piattaforma di scambi e opinioni che è diventata negli anni.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/05/codice-azuni-se-brunetta-si-sente-napoleone%E2%80%A6/47916/
http://idl3.wordpress.com/2010/08/06/le-impossibili-regole-globali-le-probabili-regole-locali/
di Arturo Di Corinto. 18 agosto 2010

———- Forwarded message ———-
From: *ascii* <ascii@ush.it >
Date: 2010/8/10
Subject: END SUMMER CAMP 2K10 – September 3rd-5th 2010 – FORTE BAZZERA
(VENICE)
To: admin@endsummercamp.org
END SUMMER CAMP 2K10 – September 3rd-5th 2010 – FORTE BAZZERA (VENICE)
,
ESC 2K10 __)\_ I, I wish you could swim
WE (\_.-’ a`-. Like the dolphins
ARE, HERE. (/~~““(/~^^` Like dolphins can swim
Tutti indaffarati, tutti presi.. Presi da cosa? Forse non ci rendiamo
nemmeno conto, di quello che che siamo, di cosa ci circonda, del tempo
che passa, del mondo che cambia. Siamo una volta sola.
In un mondo che puo’ fare a meno di tutti, fatto di sprechi, abbiamo
un’opportunita’ per fare qualcosa che non riguardi solo noi stessi, per
condividere il tempo e lo spazio assieme come forse non accade spesso in
un anno.
Dal 3 al 5 Settembre 2010, nel contesto del Forte Bazzera, ex polveriera
costruita a fine ‘800, a Venezia, Italia, siete chiamati a partecipare
alla sesta edizione dell’End Summer Camp, baluardo ed incontro della
comunita’ smanettona Italiana.
Avrai la possibilita’ di campeggiare in uno spazio incontaminato dalla
fuffa, rilassarti e farti cullare dall’atmosfera miscelando “fun” e
“tech”.
ESC e’ solo la scusa, il vero motivo sono le persone. Per questo il tuo
apporto non e’ indifferente. Per tre giorni possiamo essere una cosa
sola, se lo vorrai. E ritrovare te stesso.
(continua…)
di Arturo Di Corinto. 17 agosto 2010
(Please support us to reach more people in their native language.
Join our Italian translator team http://fsfe.org/contribute/translators/.)
= FSFE Newsletter – August 2010 =
[Permanent URL: http://www.fsfe.org/news/nl/nl-201008.en.html]
The focus of this edition is Free Software in the public sector: on a national level within the United Kingdom, in the Italian region of Bozen, and in the Austrian city of Linz. We introduce a new definition and of mnemonic Open Standards, and invite you to participate in upcoming local Free Software events.
Additionally in July Maëlle Costa and Sam Tuke started their internships.
R?zvan Sandu transcribed Richard Stallman’s speech from
eLiberatica, Maëlle created a structured web edition [1], and our active
translator Stelios Stavroulakis translated it into Greek. Matthias
Kirchner gave the first in a new series of radio interviews [2]
occurringon the 4th Monday of the each month for the public radio
station ‘Dradio Wissen’.
Europe is witnessing an ever increasing number of public administrations considering the migration to Free Software. Public administration represents the largest purchaser of software in each EU country, and is a critically important area of Free Software growth. Increased public sector use of free software means more money invested in the development and deployment of Free Software, which ultimately results in greater quality and quantity of Free Software programs.
In June the Government of Malta asked all their agencies to prefer
Free Software in all future purchases [3]. In their statement they
directly referred to FSF’s Free Software definition
== Saving money with Free Software in the UK ==
In the UK, her Majesty’s Treasury asked 60,000 people working for the
government how more savings could be made. They got 60,000 ideas out of
it, processed them and put that into 31 proposals. Two of those
proposals [4] relate to Free Software. They include annulling the
government’s contract with Microsoft to furnish government departments,
and replace their products with Free Software, including GNU/Linux and
OpenOffice. Supporting arguments for the switch included lower costs,
improved security, and the opportunity to create a “more diverse
spectrum of the IT industry, instead of [just] one corporation”.
== Public tendering: Bozen reconsiders deal with Microsoft ==
Progress in the public sector of Italy was also made this month, when the regional government of Bolzano accepted FSFE’s request to discuss a rethink of a plan forged earlier this year to renew and extend their licenses from Microsoft. On the 25th of May Italian politicians agreed to spend 2.2 million EUR over the next three years on contracts with Microsoft Ireland, and increase the number of licenses that they had purchased. This decision was made without a public call for tender, making it impossible for competing suppliers to make offers of their own.
We asked the local government to rethink their decision [5] and accept an offer of dialogue extended to them by local Free Software experts at the GNU/Linux User Group Bolzano (LUGBZ). The local government has now accepted LUGBZ’s offer [6], and the first meeting is planned for the beginning of August. Also in attendance shall be representatives from the Free Software Center of TIS and the Free University of Bolzano.
== Linz – region for Free Software ==
In the Austrian city of Linz, Free Software is already the norm, and a
new scheme is being devised to crown it a ‘Free Software Region’. Linz
City councillors recognise the social importance of Free Software, and
as a result are instigating a much wider programme of Free Software use
and promotion. Government officials have identified 7 key
characteristics [7 that an area should ulfil in order to merit the title
of Free Software Region. Amongst them: general public sector support for
Free Software, regular Free Software events together
with local companies and user groups, usage of Free Software in
universities, schools and other education bodies, as well as the
suggestion that public administration and organisations should
cooperation with Free Software organisations, or become members of them.
== Open Standards on the political agenda in Germany ==
Beside the progress of Free Software in the public sector, Open
Standards continue to be on the political agenda. In June, Thomas de
Maiziere, German Minister of Interior, demanded Open Standards for all
public IT systems [8], therefore supporting FSFE’s long standing
demands. The minister’s permanent secretary and IT Commissioner of the
German government, Cornelia Rogall-Grothe explained his position further
in an interview [9]: “only by using Open Standards can [the government]
obtain independence from software development
companies”. She also recognised that “maximal interoperability can be
reached with open IT-Standards”.
== Now available in English: AEIOU mnemonic for Open Standards ==
While publishing our press release Kai Eckert translated our
German AEIOU mnemonic for Open Standards into English [10]. We hope it
helps you to remember a clear and meaningful definition of the term Open
Standard. This definition requires formats and protocols to adhere to
the following rules:
- -Applicable (without restrictions): free from legal or
technical clauses that limit its utilisation by any party or in any
business model,
- Existing (implementations): available in multiple
complete implementations by competing vendors, or as a complete
implementation equally available to all parties.
- Independent (of a single vendor): managed and further
developed independently of any single vendor in a process open to the
equal participation of competitors and third parties
- Open (specification): subject to full public assessment
and use without constraints in a manner equally available to all partie
- Untainted (with dependencies to closed standards):
without any components or extensions that have dependencies on
formats or protocols that do not meet the definition of an Open
Standard themselves
== Get active: Help at local events ==
This month FSFE President Karsten Gerloff participated in local regional
events, including RMLL Bordeaux (France) [11] and
Free Software events in Vitoria, San Sebastian, and Bilbao in Basque
(Spain).
For organising such events we depend local volunteers. Help us to
introduce Free Software to people in your region:
-We have an event calendar where you can add Free Software events
(Thanks to Paul Boddie for implementing this great feature!)
-Add the ical calendar [12] to your own digital calender, and get
in contact with us if you can help at one of the events.
-Contact fellowship@fsfeurope.org if you organise an event and you need
more help at the booth or a speaker from FSFE.
- Help us to improve our documentation for organising booths
Regards,
Matthias Kirschner
[1]http://www.fsfe.org/freesoftware/transcripts/rms-2009-05-22-eliberatica.html
[2] http://blogs.fsfe.org/mk/?p=625
[3]http://ictpolicies.gov.mt/docs/GMICT_D_0097_Open_Source_Software_v1.0.pdf
[4] http://blogs.fsfe.org/mk/?p=614
[5] http://www.fsfe.org/news/2010/news-20100702-01.html
[6]http://www.osor.eu/news/it-bolzano-region-begins-discussion-on-open-source-strategy
[7] http://www.netzpolitik.org/2010/linz-will-open-commons-region-werden/
[8] http://mailman.fsfeurope.org/pipermail/press-release-de/2010q2/000158.
html
[9] http://www.fsfe.org/news/2010/news-20100705-01.de.html
[10] http://blogs.fsfe.org/mk/?p=618
[11] http://blogs.fsfe.org/gerloff/?p=376
[12] http://wiki.fsfe.org/FellowshipEvents
[13] http://wiki.fsfe.org/BoothCountdown
- — Free Software Foundation Europe
FSFE News
Upcoming FSFE Events
Fellowship Blog Aggregation
Free Software Discussions
_______________________________________________
Press-release-it mailing list
Press-release-it@fsfeurope.org
https://mail.fsfeurope.org/mailman/listinfo/press-release-it
di Arturo Di Corinto. 17 agosto 2010

We want bandwith. Perchè la banda larga non decolla in Italia
per Peace Reporter di Settembre
Arturo Di Corinto
Internet è la più grande agorà pubblica che l’umanità abbia mai conosciuto, ma non è democratica perché non tutti sanno usarla, non a tutti è consentito accedervi e a dispetto di quello che si pensa è un bene scarso, distribuito nel mondo in maniera ineguale.
Eppure l’accesso a Internet è ormai un corollario fondamentale del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un’opinione, e il suo utilizzo è dientata la precondizione per potere esercitare gli altri diritti, come la libertà di opinione e di espressione. Secondo Hamadoun Toure, segretario generale dell’International Telecommunication Union (ITU), «i governi del mondo dovrebbero considerare la rete un’infrastruttura di base, come le strade, lo smaltimento dei rifiuti e l’acqua. Ma l’idea che Internet sia un diritto fondamentale dei moderni è lontana dai nostri lidi. Anche nella ricca Europa solo la Finlandia nel 2009 ha stabilito per legge che a ogni cittadino deve essere garantita ua connessione a 100 Mb, perchè la rete è uno strumento grazie al quale ciascun individuo può allargare le sue possibilità sia di crescita culturale che economica, come previsto dalla Costituzione.
In Italia invece, come se non bastassero le leggi che puntano a imbavagliare Internet, appensantendo i produttori indipendenti di contenuti e i fornitori di servizi con gabelle, norme e concessioni, la rete è insufficiente per le necessità di imprese, cittadini, istituzioni. Il presidente dell’AGCOM, Corrado Calabrò lo ha detto senza mezzi termini durante la consueta relazione parlamentare annuale: “La Rete è a rischio collasso”. La domanda allora sorge spontanea. Che fine ha fatto il Wi-Max? Dopo l’asta milioniaria (135 milioni) per le concessioni agli operatori, si è fermato tutto. Eppure il Wi-Max è una tecnologia di trasmissione senza fili a banda larga quattro volte più veloce di quella UMTS. Pensato per le aree urbane e metropolitane il Wi Max è considerato dagli esperti l’uovo di colombo per battere il digital divide soprattutto nella aree dove per le compagnie telefoniche non è profittevole investire a causa delle asperità del territorio, dei vincoli urbanistici, archeologici, e ambientali. E allora perché non la si usa in Italia? La risposta è semplice: vincoli burocratici, ritardi legislativi, e soprattutto situazione di oligopolio delle grandi compagnie che vogliono continuare a sfruttare le vecchie tecnologie UMTS le quali consentono margini di guadagno maggiori. E il piano Romani per la banda larga? Che fine ha fatto il progetto di dare almeno 20 mega di connettività garantita a tutti gli italiani entro il 2012? Il piano non è mai decollato perchè non sono mai stati stanziati gli 800 milioni (su 1471) del pacchetto base. Perchè?
Perchè sono stati usati per altri fini: persino per finanziare le missioni in Afghanistan. E il dividendo digitale? Che fine ha fatto l’idea di utilizzare quell’ampia porzione dello spettro radio liberato dall’avvento del digitale terrestre nel passaggio dalla TV analogica alla TV digitale? Un utilizzo efficiente dello spettro radio nelle intenzioni dei governi europei doveva facilitare l’accesso alla banda larga mobile, garantire una trasmissione di alta qualità ed ampliare la scelta dei consumatori sul piano dei futuri servizi senza fili. Ma non è successo. Perchè? Perchè in Italia le frequenze liberate sono state assegnate alle società che già detenevano licenze nell’analogico, non é stata fatta nessuna assegnazione di merito e nessuna gara pubblica. Insomma, si sono ignorate le più basilari regole democratiche e di mercato, trasferendo semplicemente l’oligopolio televisivo dall’analogico al digitale. E’ per questo che l’opposizione parlamentare e le associazioni di cittadini insistono che lo spazio liberato vada riallocato per altri scopi, la connettività a banda larga per Internet, magari facendo cassa per i bisogni dello Stato con un’asta, come in Germania, dove ha fruttato circa tre miliardi al governo, e contribuire al risanamento dei conti pubblici. Ma il motivo per cui non si fa da noi è probabilmente che le frequenze devono restare a chi le occupa ora, in Italia, come Rai e Mediaset. Sempre gli stessi, mentre solo una minima parte sarà assegnata a nuovi entranti. Insomma negli anni scorsi lo stato ha speso soldi per favorire la diffusione dei decoder digitali e oggi non si trovano i soldi per far partire la banda larga necessaria a esercitare il pieno diritto alla cittadinanza digitale.
Se siamo ai primi posti in Europa per costo dei servizi e concorrenza nella telefonia, e siamo sotto la media Ue per diffusione della banda larga un motivo c’è: tutto viene sacrificato in nome della prosperità delle aziende telefoniche e televisive esistenti. In Italia queste ultime sono controllate dal presidente del Consiglio che è il più grande editore italiano, l’azionista di riferimento della Rai e per molti mesi ministro ad interim delle telecomunicazioni. Ma Berlusconi oggi è interessato anche all’acquisto di Telecom. Sarà un caso se la rete in Italia non decolla?
di Arturo Di Corinto. 15 agosto 2010
28 july 2010 16:50
Il “caso” Wikileaks: media, democrazia, informazione
Dopo lo scoop di Wikileaks sulla guerra in Afghanistan, si riapre il dibattito su democrazia e nuovi media, anche alla luce del progetto di legge sull’editoria in discussione in Italia. Ne parliamo a Rainews24 con Roberto Reale, Alessandro Baracchini e Arturo Di Corinto.
di Arturo Di Corinto. 24 luglio 2010

Federazione Nazionale della Stampa Italiana
Roma, 22 luglio ’10
Prot. n. 181
La Federazione nazionale della Stampa Italiana comunica:
“Attenti e vigili in piazza Montecitorio giovedì 29 luglio alle ore 16 in contemporanea con l’avvio del dibattito sul ddl intercettazioni nell’aula della Camera. Il ‘Comitato per la libertà e il diritto all’informazione e alla conoscenza’, che aveva organizzato le manifestazioni del primo luglio a piazza Navona e in altre città italiane, è tornato a riunirsi nella sede della Fnsi ed ha fissato questo presidio per indicare che rimane alta l’attenzione e la mobilitazione delle forze sindacali e sociali.
I positivi emendamenti votati dalla Commissione Giustizia della Camera per le parti riguardanti il lavoro dei giornalisti – con l’introduzione dell’udienza-filtro, che è anche il risultato della pressione esercitata per mesi da un ampio cartello di associazioni – non possono nascondere i pericoli che ancora il testo comporta per il diritto dei cittadini a comunicare (con l’immotivata sottomissione dei blog alle stesse regole dell’informazione professionale) e per la sicurezza stessa della comunità, visti gli ostacoli che il disegno di legge Alfano continua a porre al ricorso alle intercettazioni da parte di magistrati e forze di polizia.
‘Né tagli, né bavagli’, aveva detto l’insieme di sigle ritrovatosi a combattere contro le diverse forme di censura. E dunque non c’è motivo di smobilitare, poiché negli stessi giorni in cui viene modificato il ddl Alfano arriva a conclusione una manovra economica di devastante impatto sulle testate cooperative, non profit e di partito, che la cancellazione del cosiddetto ‘diritto soggettivo’ porta in molti casi sull’orlo della chiusura. La decurtazione drastica dei finanziamenti pubblici è il bavaglio più letale, così come i tagli alla cultura e allo spettacolo tolgono voce ai punti di vista critici e alle espressioni meno omologate.
Il presidio del 29 luglio a Montecitorio riaffermerà la forza dell’alleanza tra gli operatori dell’informazione e della cultura e i tanti cittadini che non vogliono più farsi sottrarre notizie e conoscenza”.
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Corso Vittorio Emanuele II 349 – 00186 Roma – tel. 06/68008.1 fax 06/6871444
sito: www.fnsi.it – e-mail: segreteria.fnsi@fnsi.it
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