Le regole della neutralità

di Arturo Di Corinto. 7 settembre 2010

SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 <INFOPDF -1 > ... 02/09/10Le regole della neutralità
Arturo Di Corinto
per Il Sole 24 ore del 2 settembre 2010

Facebook ha superato la soglia di 500 milioni di utenti. Il web ha superato il trilione di indirizzi unici e per il 2015 si stima che tre miliardi e mezzo di persone saranno collegate a Internet. Aumenta il tempo che gli utenti passano online sui social network (+22%), come pure gli investimenti pubblicitari (11 miliardi di dollari nel 2009) e l’ecommerce. Anche gli stati che praticano la censura e il monitoraggio di Internet secondo Reporters Sans Frontiers sono in crescita, mentre 5 milioni di computer ogni secondo vengono compromessi da consorzi criminali.
In questa situazione si capisce l’importanza che assume il prossimo Internet Governance Forum di Vilnius (dal 14 al 17 setembre), che dovrà tracciare la strada per la rete del futuro e dimostrare l’utilità di un nuovo round quinquennale di incontri che una riunione straordinaria dell’Onu in seduta plenaria dovrebbe annunciare a breve. L’edizione 2010 dell’Igf porta delle novità. I temi sono gli stessi da cinque anni a questa parte, la gestione delle risorse critiche di Internet, la sicurezza, l’apertura, la privacy, l’accesso e la diversità, ma ce n’è uno nuovo, l’Internet governance per lo sviluppo. Il cloud computing e i suoi effetti sull’ambiente sociale e naturale sono invece il tema emergente dell’incontro.
Finite le polemiche sulla gestione dei nomi a dominio grazie alle aperture dell’Icann, il “parlamento di Internet” ha però una grossa grana da affrontare, il tema della net neutrality. Oggi infatti chi decide dove andare e cosa fare su Internet è l’utente, ma come vorrebbero alcune aziende, se viene meno il principio di neutralità – uguale trattamento per ogni bit o richiesta che circola per sue infrastrutture – saranno i proprietari dei cavi e dei server a stabilire velocità e accesso alle sue risorse. Una questione centrale per la democrazia di internet e per la democrazia in generale visto che la rete è ormai tutt’uno con il nostro ambiente sociale. La discriminazione del traffico è pericolosa proprio per la natura ambivalente della rete. Internet è infatti la più grande agorà pubblica della storia del’umanità ma è anche un incredibile strumento di sorveglianza e controllo, uno straordinario mezzo d’espressione, ma anche uno strumento di persuasione e propaganda, un luogo dove esercitare le scelte di liberi consumatori, ma anche uno strumento per indirizzarne i consumi in maniera non trasparente. In questo contesto assume rilevanza la proposta di Bernard Kouchner di dare a Internet “uno statuto legale che rifletta e tuteli la sua universalità”, la vera prorità per la governance di Internet.

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UN CODICE AZUNI PER FARE RETE

di Arturo Di Corinto. 7 settembre 2010

SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 <INFOPDF -1 > ... 02/09/10UN CODICE AZUNI PER FARE RETE
Arturo Di Corinto
per Il sole 24 ore del 2 settembre 2010

Stefano Rodotà, presidente del comitato italiano per la Governance di Internet aveva detto: “per immaginare nuove regole per Internet potremmo fare come con il codice marittimo redatto da Domenico Alberto Azuni: formalizzare un corpus delle consuetudini d’uso di questa risorsa comune e condivisa che è Internet”. Mentre imperversa il dibattito sui diritti e doveri di Internet, nell’agosto 2010, ad un mese dal nuovo Internet Governance Forum di Vilnius, lo staff del ministro Brunetta rilancia l’idea di un “codice Azuni per la rete” offrendone una versione beta alla consultazione popolare sul sito azunicode.it. Non è una proposta di legge, ma una sorta di call for papers per raccogliere pareri e best practices sul mondo di Internet, un pre-codice, insomma, e raffinare le proposte fin qui fatte per una regolamentazione dal basso della rete da portare, forse, all’Onu.
Il gruppo di lavoro che ha stilato la versione beta del Codice Azuni è fatto da alcuni importanti professionisti e molti soggetti governativi, qualche professore, ma si sente la mancanza delle imprese e delle loro rappresentanze di categoria. Anche i parlamentari, fatta eccezione per Palmieri della Pdl, sono assenti. Eppure l’Italia, già protagonista di un importante accordo con il Brasile che impegnava i due paesi a investire nella tutela della libertà in rete, per garantire standard e interoperabilità dei dati, sicurezza e libera concorrenza online, era stata al centro del dibattito sull’Internet Bill of Rights discusso in seno alle dynamic coalitions dell’Igf. Ora con il codice Azuni forse si potrà dettagliare il percorso fatto fin qui dal World Summit on Information Society di Tunisi del 2005 senza disperdere il patrimonio di relazioni, competenze e conoscenze sviluppato sotto la guida di Stefano Rodotà. Un percorso a cui potrà dare grande slancio l’Igf Italia varato a Cagliari nel 2008 che per ora sembra stare un po’ in disparte, ma che si incontrerà a Roma a fine novembre. Il codice Azuni insomma è un’opportunità per rivedere l’approccio del Belpase verso la rete ed evitare le frammentarie e talvolta improvvide iniziative per regolamentarla finora fallite proprio a causa dell’assenza di un dibattito ampio e plurale. Quello che in molti chiedono è di non ricominciare sempre daccapo, ma di dare continuità istituzionale a un’iniziativa necessaria, che coinvolga veramente tutti, e senza la quale si rischia che sul web valga solo la legge del più forte.

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Wikileaks: quando trapela la notiza

di Arturo Di Corinto. 7 settembre 2010

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Wikileaks: quando trapela la notiza
Arturo Di Corinto
per Peace Reporter di ottobre

Amnesty International ha insignito nel 2009 Wikileaks del premio “International Media Awards” riconoscendone la meritoria azione informativa nel campo dei diritti umani.
Wikileaks è un sito che pubblica informazioni che i governi tendono a mantere segrete e per questo si autorappresenta come un sito anticorruzione. Fondato da un gruppo di giornalisti e attivisti per i diritti umani europei e americani, teologi della liberazione brasiliani e dissidenti cinesi e iraniani, Wikileaks è stato spesso alla ribalta anche per le modalità di raccolta di informazioni privilegiate e top secret che possono essere inviate al suo sito in assoluta segretezza grazie all’uso della crittografia. Un team di volontari organizza e pubblica queste notizie garantendo la segretezza, l’affidabilità e la sicurezza delle fonti, mentre un gruppo di hacker distribuito ai quattro angoli del pianeta si occupa della sicurezza del sito e di chi lo contatta.

Wikileaks due mesi fa ha pubblicato gli “Afghan war diaries” che hanno messo in grande imbarazzo l’amministrazione Usa rendendo noti 76 mila documenti di intelligence circa le (pessime) modalità di gestione del conflitto afgano. Ed é subito scoppiata la polemica, ma senza che nessuno mettesse i dubbio direttamente la veridicità dei contenuti pubblicati. C’è stato chi ha accusato Wikileaks di “intelligenza col nemico”, chi di ingenuità e manipolazione, scorrettezza giornalistica e finanche attentato alla sicurezza dello stato. Mentre i suoi sostenitori e lettori aumentavano di numero, è stata avviata una vera e propria campagna di delegittimazione nei confronti dell’organizzazione no profit e del più celebre dei suoi fondatori, l’australiano Julian Assange, accusato di stupro da due donne che hanno poi ritrattato. Ma se indagare sulla fondatezza dell’accusa di stupro ci porta nel terreno delle più classiche cospirazioni, la seconda accusa necessita di essere approfondita.
L’accusa infamante per un sito che fa della trasparenza la sua missione principale è che non essendo noto chi finanzia wikileaks – che dichiara una necessità di cassa di 400 mila dollari annui per server e personale – non ci si possa fidare. Per questo, nell’epoca del giornalismo partecipativo che compete con quello dei media mainstream, gli viene chiesto di operare come le testate giornalistiche tradizionali, rendendo pubblici bilanci e finanziamenti.

Ma il parallelo è sbagliato. In Italia ad esempio la Corte Costituzionale ha più volte spiegato che il “mercato” dell’informazione necessita di regole a garanzia del pluralismo di fonti e contenuti per un motivo preciso: alti costi di produzione, scarsità di risorse, oligopoli e concentrazioni possono determinare “difetti” informativi e il pericolo della manipolazione dell’opinione pubblica. Una situazione che evidentemente non è applicabile al web che ha bassi costi di accesso, risorse di pubblicazione virtualmente infinite e grande dispersione delle fonti visto che ognuno è editore di se stesso e può trasformarsi se lo vuole in “giornalista per caso”
Ma se è lecito chiedere trasparenza a chi offre informazioni, il parallelo è comunque sbagliato.
Come ha notato Vittorio Pasteris – curatore del Festival Internazionale del giornalismo di Perugia – la prima osservazione da fare è che la trasparenza vera dei media tradizionali non si risolve con la pubblicazione sintetica dei loro bilanci. A parte che sono molto sintetici e di difficile interpretazione, “è un po’ come conoscere i componenti di un alimento e di un farmaco per decidere se mangiare un pasto o scegliere di auto somministrarsi un farmaco.”
I due fatti, l’accusa di stupro e molestie sessuali verso due donne inizialmente consenzienti e quella di scarsa trasparenza fanno sorgere il sospetto che si voglia spostare l’attenzione dai fatti denunciati al denunciante, con buona pace della ricerca della verità.
Se così non fosse bisognerebbe chiedere la stessa trasparenza per tutti i finanziatori delle aziende editoriali su Internet e chiedere conto della proprietà di giornali che con le sole vendite e la pubblicità certo non starebbero in piedi, invece di discutere di un sito che per sua stessa ammissione si autofinanzia chiedendo a tutti di contribuire.
A proposito: se proprio volete seguire il principio del “to follow the money” per sapere a chi risponde Wikileaks, basta fare una piccola ricerca in rete e leggerne bene il sito per sapere che le spese vengono pagate come rimborsi a piè di lista da diverse fondazioni: tra queste la Wau Holland Foundation con sede in Germania e che secondo la legge non deve rendere noti i suoi finanziatori. Ma Wikileaks è anche registrata come charity negli Usa, come giornale in Francia, come biblioteca in Australia, eccetera. Una molteplicità di fonti che già di per sé è garanzia di pluralismo.

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Fiume pagano

di Pagina Tre. 4 settembre 2010

Laura Costantini, Loredana Falcone, Fiume Pagano
(Edizioni Historica, 2010, pp. 239, € 15,00, ISBN 978-88-96656-09-9)

fiume pagano_coverOgni capitolo un ponte di Roma (Sublicio, Nenni, Sant’Angelo, Sisto e così via) e per incipit un brumoso febbraio, nell’ora peggiore di una gelida notte che cela misteri e puzza di neopaganesimo. Dal Tevere affiorano alcuni cadaveri, accomunati dal fatto di avere indosso una tunica bianca e alcune lettere sul petto, marchiate a fuoco. Suicidi? Forse no: sono stati drogati di assenzio. Unico testimone della loro morte è Venanzio, un solitario clochard che tenta di mettere in guardia il popolo dei diseredati dalle trame oscure di una donna velata che li accompagna al sacrificio, fino al tuffo nel fiume sacro.
L’ormai collaudato sodalizio artistico delle due infaticabili scrittrici romane (al settimo romanzo, il secondo edito da Historica) trova in Fiume pagano una felice convergenza di svariati elementi. In primis la scelta congeniale, libro dopo libro, di costruire personaggi femminili a tutto tondo come perni della narrazione. Poi l’attenzione  al dettaglio ambientale, la cura nella documentazione storica (forti del lavoro svolto su precedenti progetti come Le colpe dei padri; Roma 1944. Lo sposo di guerra) e una prosa lineare, senza sbavature, al servizio impeccabile della trama. Per Fiume pagano Costantini e Falcone giocano in casa, accompagnando per mano il lettore sul Lungotevere, nel cuore della singolare umanità che popola una Roma dai colori noti, senza però scadere nella macchietta o nel folclore più vieto. Gli attori con ruoli di comprimari, in questa vicenda, fanno anzi la parte del leone contribuendo a rendere più sfumato e godibile l’affresco della Capitale dalle tante bellezze, qui percorsa obliquamente, lungo rotte lontane da quelle del turismo di massa.

L’arruffato giornalista d’assalto Nemo Rossini, vero e proprio segugio della notizia nonché maestro di sarcasmo, e il più riflessivo luogotenente dell’arma Quirino Vergassola si insinuano nelle pieghe sotterranee dei movimenti neo-pagani, nostalgici della grandezza di Roma e del libero pensiero offuscato dal Cristianesimo. Le loro indagini si sostanziano di un gourmet degno di un Pepe Carvalho (nel menu: bucatini cacio e pepe; mezzemaniche alla gricia eccetera), nelle osterie della Suburra, con sapori odori atmosfere che non sfigurerebbero accanto a un Simenon.
Ma a mio avviso la “prima sorgente” di Fiume pagano è la sua “quasi protagonista” (le varie storie e figure ruotano attorno a lei), Monica Frabollini, agiata e inquieta, ossessionata dalla figura di un padre perduto in tenera età e cercato con disperazione nell’ambiente dei senzatetto e delle associazioni di volontariato. La caparbietà, la sua determinazione e forza di volontà la indurranno a ricombinare i pezzi sparsi del puzzle della sua esistenza, a scegliere “col cuore” tra due uomini: il portiere del suo stabile, Claudio, e Attilio, pontefice massimo della Brigata Coclite, associazione culturale che propugna un ritorno agli ideali storici della Roma Imperiale. Monica si concederà a colui che saprà comprendere le sue motivazioni più profonde, per quanto incerte e destabilizzanti, e assecondarne l’espressione. Ma forse sarà troppo tardi: il sacro fuoco di Vesta, la Dea primigenia, divamperà e gli eventi precipiteranno.

La commistione tra i generi giova a Fiume pagano: sentimentale, giallo, qualche venatura horror, stralci di romanzo storico. Il ritmo cresce col numero delle pagine; la narrazione diviene serrata (Viole(n)t red, noir delle stesse autrici edito lo scorso anno da Bietti Media, docet!) ma è bene non anticipare nulla per non togliere il piacere della lettura. Bella e gradita la citazione di Animula vagula blandula, poesia vergata in punto di morte dall’imperatore Adriano.

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Software Freedom Day 2010 e Debian/Ubuntu Community Conference

di FSUG Italia. 2 settembre 2010

Ancora una volta, FSUGitalia, in collaborazione con l’ITC “A. Capitini – Vittorio Emanuele II”, con il patrocinio della Regione Umbria, della Provincia di Perugia e del Comune di Perugia,  ha il piacere di invitarvi, il 18 settembre 2010, al Software Freedom Day.

Software Freedom Day è un evento mondiale con circa 300 team partecipanti in tutti i continenti e 12 in Italia ( Brescia, Catanzaro, Cosenza, Enna, Feltre, Latina, Milano, Orvieto, Palermo, Quartu, Schio e ovviamente il tradizionale evento FSUGitalia a Perugia),  pensato per promuovere il software libero in generale, con una certa attenzione per il mondo delle scuole e degli studenti. L’evento è organizzato a livello internazionale dalla Software Freedom International (Fondazione americana senza fini di lucro) in collaborazione con Google, Canonical, Red Hat e con il supporto di FSF ed FSFE.

Il luogo dell’appuntamento perugino, come ormai da tradizione, sarà il Centro Congressi “Aldo Capitini” di viale Centova 4. L’evento, da sempre legato al mondo scolastico ed accademico, si avvale dell’ottima e duratura collaborazione tra FSUGitalia e l’ITC Aldo Capitni – Vittorio Emanuele II; dopo il riuscito coinvolgimento degli studenti nell’edizione 2009, quest’anno si è riusciti ad aumentare il numero degli interventi eseguiti dagli studenti della scuola, che ancora di più, si pone come soggetto attivo nella diffusione del software libero e dei suoi valori.

L’evento partirà con la sessione mattutina alle ore 9:00 con gli interventi introduttivi (e delle autorità convenute) e seguirà con gli interventi tecnici/specialistici degli esperti e degli studenti fino alle ore 13. Nel pomeriggio presso il “Dipartimento di Matematica ed Informatica” dell’Università degli Studi di Perugia, vi sarà uno spazio dedicato agli aspetti più pratici del software libero, alle installazioni ed alla risoluzione dei problemi tecnici. Oltre al team di FSUGitalia, ospite d’eccezione di quest’anno, direttamente dalla community di Ubuntu-it, Paolo Sammicheli. Prevista inoltre la partecipazione del “GNU/Linux User Group Perugia” e del CCOS, in rappresentanza delle attività locali legate al FOSS. Come di consueto inoltre, sarà prevista la partecipazioni di rappresentati degli enti locali (presto ulteriori aggiornamenti).

Per maggiori informazioni potete consultare la pagina sfd10 del nostro wiki eventi, per i banner, volantini ed altro materiale, visitare la sezione “materiali“.

Inoltre, grazie ad una efficace collaborazione tra i membri delle comunità Debian ed Ubuntu,  l’Università degli studi di Perugia (nella persona del prof. O. Gervasi) e FSUGItalia si è riusciti a portare nel medesimo giorno, presso il Dipartimento di Matematica ed Informatica dell’Università degli Studi di Perugia (via Vanvitelli 1, Perugia), la “DUCC-It ’10″ ( la conferenza delle comunità italiane Debian-it ed Ubuntu-it). L’evento, sarà dedicato principalmente agli appartenenti attivi delle varie comunità, focalizzandosi, come di consueto, sulle attività di sviluppo, mantenimento, traduzione e promozione. Questo però non preclude in alcun modo la gradita partecipazione di pubblico interessato ad entrare in questo mondo dalla “porta principale”. A questa giornata si aggiungono inoltre il briefing di venerdì ed il debriefing di domenica (presso l’Hacklab “Projectz on Island” di Via Magno Magnini). Durante i giorni del DUCC-It ’10 sarà presente anche il nuovo Debian Project Leader, Stefano Zacchiroli.

Per maggiori informazioni potete consultare la pagina duccit sul nostro wiki eventi. Disponibile qui anche il comunicato stampa ufficiale.

Quindi riflettori puntati sull’evento di Perugia, senza dimenticare gli eventi nelle altre città da seguire con attenzione.

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La democrazia della rete alla festa nazionale di Emergency

di Arturo Di Corinto. 2 settembre 2010

bottoneincontronazionaleDa 7 al 12 settembre, si rinnova a Firenze l’appuntamento per il 9° Incontro Nazionale di Emergency: incontri, mostre fotografiche, spettacoli e conferenze per raccontare Emergency.

Sei giorni per stare insieme – volontari, sostenitori, personale medico, amici e simpatizzanti -, per vedere, capire e confrontarsi.
Filosofi, giornalisti, intellettuali, scrittori, artisti e musicisti sono nuovamente chiamati a raccolta per discutere del lavoro di Emergency e soprattutto dei valori e dei principi che lo ispirano.
Si parlerà di guerra, ma anche di salute, uguaglianza, democrazia, informazione; Si parlerà non solo del “cosa”, ma anche e soprattutto del “come” e del “perché“.

Giovedì 9 settembre
Incontro pubblico h. 18.00
PALAZZO DEGLI AFFARI
PeaceReporter presenta:
LA RETE È DEMOCRATICA?
intervengono

* ARTURO DI CORINTO, Giornalista
* STEFANO RODOTÀ, Giurista
* RICCARDO LUNA, Direttore di Wired
* Modera MASO NOTARIANNI

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La nostalgia di Tahar Ben Jelloun, metafora dell’umano errare ,“illumina un sogno di farfalle”

di Pagina Tre. 1 settembre 2010

Sempre in un continuo crescendo nell’intera silloge “una luce balena” e il poeta diventa cantore della persistenza della nostalgia. Essa avvolge immagini, ricordi, paesaggi, oggetti e interiori-interni, nella colorazione sfuocata, inafferrabile e dolorosamente ricorrente dell’alba e del tramonto che trascolora la ricerca di un’appartenenza. Il perdersi in un deserto, lentamente si configura come ricerca umana di identità, vita e morte, spaesamento e “fuggenza” dal reale. La poesia di Jelloun si svela insieme al respiro del vento che soffia sui ricordi, insabbia il dolore per poi rimandare al cuore, specchi di sé che riflettono e sconquassano alberi e mare. “Nelle notti d’esilio/ dal paese amato soffia un vento così forte/ da far crollare gli alberi di nostalgia/ e depositare le sabbie del Sud sui tuoi occhi chiusi./”. “Quando lo specchio, stanco di riflettere,/ cesserà di restituire immagini,/ quando il tempo, liberato dalle nostre urgenze,/ fermerà il suo andare,/ quando il colore, tradendo i sensi,/ si mescolerà alla grisaglia dei nostri mattini/ solo il gabbiano andrà/ a posarsi ancora sulle creste di schiuma/”.
Il conosciuto impegno sociale dell’autore è imbevuto d’anima e, intrisa di lacrime di pietra, si coglie la lotta contro una società che fa di alcuni “una lista delle merci” e dei loro sogni “oggetti smarriti”; Ben Jelloun illumina di “parole nude” ogni verso dentro il quale incide fino a sanguinare un’identità che si srotola come radice aerea; offre appoggio ma non permanenza.
Il lavoro illumina almeno tre possibili spartiti in altrettante scenografie di vita; “ci alziamo nell’immensità del segreto”, la silloge si apre con la luce della parola sulla voce–silente del camposanto “dove i nostri antenati si ostinano a morire”, voce che suona il ritorno del tempo contro un apparente non-sense del vivere al quale la memoria restituisce storia, parola e “schiara” le tenebre che lo offuscano; il deserto, metafora di vita, solitudine, esilio e ricerca: “Il deserto è in primo luogo un’immagine, una dimora/ interiore. Vi si scende imboccando la scala/ del ricordo e la rampa della malattia./ e ancora il deserto è un segreto circondato da un segreto/ più grande nascosto nello spazio inarrivabile che/ nessun agrimensore potrà mai definire/ e un interno quasi onirico/”; infine una lirica che con cadenzata ritmicità sembra fungere da nenia cullata per un’infanzia smarrita nel seno di una madre il cui volto – recita il poeta – è “una terra molto irrigata”. In un interno si chiude il testo e racconta sogni e fantasie solitarie e “commosse” davanti a “doppi” muri. È Parigi forse, ma anche voce d’Oriente “una voce d’Oriente abita il silenzio”, che accarezza “il ricordo di vestigia commosse”. Non credo che i tre momenti, sostanziali nella silloge siano voluti, colgo piuttosto in essi l’andamento musicale della nostalgia che si rifugia infine nel sogno ad occhi aperti nella stanza che accoglie il poeta per aiutarlo forse a superare con il richiamo al fantastico e alla leggenda, il viaggio del nomade “anche a se stesso”. “il grande libro ha aperto le porte al mare e/ alle leggende di Tetouan/ bianca colomba con un occhio di vetro”; “un pesce d’argento/ ha mangiato la polvere/ poi si è sistemato su una mensola/ tra due manoscritti/”.

Tahar Ben Jelloun
Doppio esilio
collezione “Selected poems”
Edizioni del Leone, Spinea (VE) 2009
pp. 104
€ 10,00

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“Origine delle feste veneziane. Volume quarto” di Giustina Renier Michiel.

di Pagina Tre. 1 settembre 2010

Giustina Renier Michiel

Pubblicato “Origine delle feste veneziane. Volume quarto” di Giustina Renier Michiel.

Dall’incipit del libro:

Malgrado le pubbliche allegrezze, manifestate a Venezia l’anno 1474 per la liberazione di Scutari, la Repubblica non avea tratto a dir vero, un gran vantaggio da questa guerra. Nondimeno uno ve n’era d’importantissimo per l’opinione pubblica; quello di aver vinto un potente nemico col quale non eravi speranza di poter conciliare una pace solida ed onorifica.

[Continua a leggere nella pagina Liber Liber dedicata a Giustina Renier Michiel...]

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“Creative Commons: manuale operativo”, di Simone Aliprandi

di Pagina Tre. 1 settembre 2010

Un manuale operativo (scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale, vedi sotto) che guida passo a passo gli artisti nel mondo delle licenze Creative Commons, le più famose e diffuse licenze di libera distribuzione per opere creative.

Senza tralasciare utili chiarimenti di natura concettuale e terminologica, l’autore entra nei dettagli tecnici del funzionamento degli strumenti proposti dal progetto Creative Commons, così da renderli comprensibili anche per i totali neofiti.

Un’opera fondamentale per tutti coloro che sono interessati al mondo dell’opencontent e del copyleft.

La presentazione dell’autore

Simone Aliprandi

Lo spunto per questo libro specificamente dedicato al mondo Creative Commons è provenuto da questi ultimi anni di mia assidua partecipazione alle mailing list e ai dibattiti pubblici dedicati all’uso delle licenze, nei quali emergevano costantemente una serie di equivoci in cui gli utenti neofiti erano portati a cadere in modo abbastanza regolare.

Di concerto con gli enti promotori di questa iniziativa editoriale (che ringrazio per l’intraprendenza e la lungimiranza dimostrata), ho pensato dunque che un manuale operativo senza fronzoli e tecnicismi potesse finalmente risolvere la situazione. Ovviamente, a coloro che si sono già avvicinati a questi argomenti attraverso la lettura delle altre mie pubblicazioni (soprattutto Teoria e pratica del copyleft, che rimane il testo più approfondito e più tecnico della mia produzione), sembrerà di fare un passo indietro, ma sono sicuro che anche costoro avranno modo con queste pagine di rinfrescare alcuni argomenti e colmare dubbi sui punti più ostici, legati all’applicazione concreta.

Inoltre, la realizzazione di questo libro è stata l’occasione per tradurre finalmente in italiano interessanti testi divulgativi e materiali esplicativi finora disponibili solo in inglese sul sito di Creative Commons.

Spero quindi che questa mia nuova opera serva da ulteriore incentivo all’utilizzo e allo sviluppo di modelli innovativi di distribuzione dei beni creativi, quali sono le licenze Creative Commons e tutti gli altri strumenti ad esse affini.

Il sito ufficiale del libro: http://www.aliprandi.org/manuale-cc/

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Vincenzo Pardini: “Banda randagia”, Fandango, 2010

di Pagina Tre. 31 agosto 2010

Vincenzo Pardini

Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.

La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.

La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.

Anche Eldo, il protagonista di “Banda randagia”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere.

Pardini sta mettendoci in contatto con l’anima più tormentata e direi anche più animalesca dell’uomo. Sesso e aggressività lo contraddistinguono, e lo governano. Tanto più se vive asserragliato in una sua inquieta solitudine. Il ritrovamento di una pistola nella fabbrica dove lavora scatenerà in lui istinti omicidi: “Riprese sonno pensando alla pistola. Non l’avrebbe solo divertito, ma anche appagato di qualcosa che doveva ancora capire.

A volte sono i piccoli avvenimenti che scatenano l’imprevedibile: “Ebbe una sensazione che lo turbava e lo esaltava; la medesima di quando sentiva suo padre e sua madre fare l’amore.

Quella di Pardini è una scrittura meno dura, meno aspra, di quella che abbiamo conosciuto nel passato. Più letteraria, meno anarchica, senza quella ruvidezza terragna che incontriamo, ad esempio, nello stupendo racconto, “Broggi”, in “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”, uscito quasi contemporaneamente.

In quei racconti i veri protagonisti, dominatori perfino degli uomini, sono gli animali. Qui l’indagine di Pardini si concentra sull’uomo. E, per l’occasione, sembra aver scelto di adottare modi un po’ più dolci prima di immergersi nella sua anima.

I delitti compiuti da Eldo cadono sotto l’attenzione di un ispettore esperto, Gregorio Giurati, che si avvede che sono stati compiuti da uno stesso individuo. Comincia la caccia. Sarà un cane, Nerone, a metterlo sulle sue tracce. E una banda di cani randagi ad ucciderlo.

Pardini si è concesso con questo thriller una specie di pausa dai suoi temi e dalle sue ambientazioni preferiti, un tentativo, non nuovo peraltro, di percorrere una strada che lo incuriosisce. Lo vedremo anche in altre storie di questa raccolta. Probabilmente la sua esperienza di guardia giurata l’ha portato a vivere situazioni in cui dominano i risvolti psicologici di una natura umana malata e inquietante: “L’assassino era figlio della negatività che lì allignava.

Un tale proposito di indagare l’anima umana appare ancora più evidente nel terzo racconto intitolato “Ferrovia parallela”. È un racconto tra onirismo e fantasy. Una strana locomotiva a carbone sta percorrendo una linea ferroviaria misteriosa, che attraversa stazioni presidiate, tunnel bui, lande desolate, foreste. Il protagonista, guardia giurata, deve sorvegliare due valigie dal contenuto sconosciuto. Lungo il percorso fa strani incontri. Molti sono soldati. Vede perfino dei mammut. Anche numerosi cadaveri. Grossi ratti. Si sente prigioniero di qualcuno, che non sa definire.

I racconti vedono spesso delle guardie giurate in azione. Questo, in modo speciale. Confessa: “ho creduto di capire chi sono: un fantasma che vive d’ombra, ospite privilegiato delle tenebre. Lo ammetto: mi sono innamorato della notte come la più proibita e lasciva delle amanti. In essa, a mio modo, trovo conforto e comprensione.

Fa capolino anche l’invocazione a Cristo: “Un pensiero, allora, traversa la mente: che la mia faccia assomigli un poco a quella di Cristo sotto le scudisciate. Una preghiera inconscia. La stessa, m’avvedo, che non ho mai cessato di rivolgergli. Vorrei essere tutto Suo.

È un viaggio che agisce dentro il protagonista, volto a cambiarlo. Addirittura a distruggerlo. Sarà possibile difendersi solo con un atto di violenza.

Egisto, il protagonista del racconto “Lo chiamavano orso”, è un bel ragazzo, che si accorge di essere attratto più dagli uomini che dalle donne. S’innamora di un coetaneo, Vittorio, ed inizia con lui un’avventura omosessuale. Si sente felice, realizzato.

È il racconto più denso di umori, dove l’odore del grosso cinghiale che lo zio Berto vuole abbattere si mescola con quello forte del sesso. La caccia al cinghiale fa rivivere altre pagine memorabili di Pardini. A mio avviso, il migliore della raccolta, riassuntivo dei principali temi cari all’autore.

Seguono altri racconti più brevi, ma tutti vicini per temperamento al racconto “Lo chiamavano orso”, ossia muniti di una solidità più consistente. “Lo chiamavano orso” segna dunque lo spartiacque tra due parti che sembrano avere ispirazione e consistenza differenti, delle quali la seconda appare la migliore. Una frase significativa del mondo caro ed evocato da Pardini, si trova nel racconto “Il coltellino”: “Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire.

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