La Warner “censura” il video di scherno dei pacifisti a Gaza

di Leonardo Maccari. 19 giugno 2010

Dal blog di Levine ho raccolto questo link in cui si racconta che la Warner a chiesto a youtube di eliminare i video di “We con the world”. E’ quel video realizzato come presa in giro dell’azione dei pacifisti che hanno provato ad arrivare a Gaza e si sono presi le pallottole dei soldati israeliani.

Io sono uno che può scherzare su tutto, qualche volta mi faccio anche un po’ impressione quindi non mi sento in diritto di censurare chi ha il buon gusto di fare ironia su nove pacifisti morti in mare e centinaia di migliaia di persone segregate dall’embargo a Gaza.

Evidentemente però non tutti la pensano come me, e si sa che quando si vuole togliere di mezzo qualcosa di imbarazzante da Internet il trucco sta nel trovare un motivo percui si violi il diritto d’autore. Su richiesta della Warner, detentore dei diritti di “We are the world”, Youtube ha prontamente rimosso la parodia dai suoi server. Ad occhio, senza essere esperto di diritto fare una parodia di una canzone non lede i diritti di nessuno, ma evidentemente il video era imbarazzante per qualcuno che ha chiesto a Warner di far valere un diritto inesistente. Chissà se Youtube, oltre ad una procedura per togliere i video ha anche una procedura per permettere ad una persona qualsiasi di pretendere di riavere il video online, visto che è stato violata l’eccezione al diritto di autore che gli permette di fare parodie.

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Mercati, numeri e bugie…

di Leonardo Maccari. 17 maggio 2010

Qualche tempo fa il congresso degli Stati Uniti ha chiesto ad un ufficio interno, il GAO, un parere sul vero impatto della pirateria sull’economia americana (scaricabile da questo link). Il GAO è un’istituzione indipendente che si definisce il congressional watchdog ovvero il cane da guardia del congresso che ha il compito di vigilare sul fatto che il congresso lavori nell’interesse dei cittadini americani. Prima di approvare il PRO-IP act il congresso ha quindi chiesto al GAO un’opinione per giudicare gli studi  a giustificazione delle azioni richieste dall’industria per rafforzare le tutele. Il GAO ha revisionato gli studi in materia, ha contattato chi li ha redatti, ha guardato la letteratura presente ed ha parlato con esperti del settore. Nell’abstract iniziale si legge:

Three widely cited U.S. government estimates of economic losses resulting from counterfeiting cannot be substantiated due to the absence of underlying studies. Generally, the illicit nature of counterfeiting and piracy makes estimating the economic impact of IP infringements extremely difficult, so  assumptions must be used to offset the lack of data. Efforts to estimate losses involve assumptions such as the rate at which consumers would substitute and studies quantifying or resulting estimates. Because of the significant differences in types of counterfeited and pirated goods and industries involved, no single method can be used to develop estimates. Each method has limitations, and most experts observed that it is difficult, if not impossible, to quantify the economy-wide government, and consumers.

Nel corpo del documento vengono presi in analisi alcuni studi prodotti negli ultimi anni da agenzie americane per stimare l’impatto della pirateria sull’economia. Le conclusioni sono sorprendenti: in primo luogo non esistono dati affidabili su cui fare alcuno studio, non esistendo dati è tremendamente importante la metodologia con cui si “proiettano” i pochi dati esistenti in alcuni settori su una scala più ampia. Qui l’attenzione si concentra sulla cosi’ detta substitution rate ovvero quel valore che determina il rapporto tra le copie pirata vendute (o scaricate) ed il mancato acquisto dell’originale. Lo studio dice che un rapporto uno ad uno è per la maggior parte dei casi sbagliato. Ha senso quando l’utente acquista un bene piratato pensando di acquistare uno originale, ma se il prezzo differisce nettamente e la qualità anche, allora la sua applicazione non è giustificata. Quindi, se si può immaginare che comprare un pacchetto di aspirine finte corrisponda ad un mancato acquisto, scaricare un brano da una rete p2p è cosa completamente diversa, che rende gli studi valutati (col senno di poi, anche a detta degli autori) inaffidabili.

Il GAO valuta in linea generale anche gli effetti della pirateria, e per la prima volta tra i possibili effetti ne sono enumerati anche alcuni potenzialmente positivi, sia per i consumatori che per i produttori:

For example, consumers may use pirated goods to “sample” music, movies, software, or electronic games before purchasing legitimate copies, which may lead to increased sales of legitimate goods. In addition, industries with products that are characterized by large “switching costs,” may also benefit from piracy due
to lock-in effects. Some authors have argued that companies that experience revenue losses in one line of business—such as movies—may also increase revenues in related or complementary businesses due to increased brand awareness. For instance, companies may experience increased revenues due to the sales of merchandise that are based on movie characters whose popularity is enhanced by sales of pirated movies

E’ un effetto che è impossibile da quantificare, ma che viene citato al pari di quelli negativi. Sarebbe stato meglio se il congresso avesse aspettato i risultati della ricerca, invece di approvare il PRO-IP act in anticipo…

L’altro studio che la settimana passata ha smosso diverse acque è quello di un’associazione di produttori di hardware/software che comprende le più grandi multinazionali del settore (e che potete scaricare qui) in cui si cerca di quantificare l’economia del fair use. Lo studio conclude che l’economia basata direttamente o indirettamente sul fair-use contribuiva nel 2007 per 4.7 milioni di miliardi (si, avete letto bene) all’economia americana, un sesto del PIL nazionale. Per arrivare a un numero cosi’ spropositato lo studio usa dei parametri molto laschi, che fanno si che nella categoria rientrino praticamente tutte le industrie hardware/sofwtare/multimedia, il che rende i numeri un po’ gonfiati. Ad esempio, dire che la “Motion picture and video Industries” basi la sua produzione sul fair use è sicuramente un’informazione parziale, considerando che sono i primi a voler restringere sempre di più tale diritto. Parziale non vuol dire sbagliata, perchè ci ricorda che anche le aziende più accanite sostenitrici del copyright perpetuo e assoluto non sopravviverebbero se lo ottennessero. In altre parole anche le aziende dell’entertainment se non potessero usare il fair use nei loro film, libri, dischi, software ecc.. non potrebbero citare, imitare, riportare notizie o fatti, neanche utilizzare un computer, visto che copiare temporaneamente in memoria una pagina web per mostrarla su un browser, è un’eccezione al diritto d’autore che rientra nel fair use.

Questo lascia capire quanto sia di retroguardia la battaglia che stanno conducendo ovvero quella di privatizzare tutto lo scibile umano lasciandosi però quelle scappatoie che gli permettono di evitare che anche la loro stessa attività venga strangolata da regole sempre più rigide.

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Robert W. Sweet ce lo ricorderemo, forse.

di Leonardo Maccari. 5 aprile 2010

E’ il nome del giudice federale che ha deciso che i brevetti su parti del genoma umano in possesso dall’azienda biotech Myriad non sono validi. Il caso nasce perche’ la Myriad è riuscita a isolare due geni del nostro DNA che sono responsabili per il cancro al seno. La Myriad produce un test che costa 3000$ per rivelare se ci sono mutazioni in quei geni che possono mettere una donna a rischio. Diverse persone e associazioni hanno portato i brevetti i tribunale, e sono riusciti a farli annullare.

La sentenza la potete trovare qui, al contrario di quanto si possa pensare, è abbastanza leggibile (almeno nelle sue conclusioni) e spiega come per la legge degli Stati Uniti un’invenzione è brevettabile se:

  • è di qualche utilità
  • è un processo, una macchina, una lavorazione, una composizione di oggetti o un altro tipo di miglioramento
  • è nuova

In ogni caso non sono brevttabili i prodotti della natura ovvero leggi naturarli, fenomeni naturali ed idee astratte.

Guarda un po’, il giudice ha stabilito che essere i primi a isolare un pezzo di DNA, non fa di questo una invenzione, anche se il processo è costoso.

E’ interessante vedere come il NYT affronta la questione, in particolare i commenti raccolti a caldo. Tutti gli intervistati che hanno legami con l’industria biotech invece di contribuire a decidere sul fatto che un gene sia o meno brevettabile la buttano su un altro argomento: la fine del mercato del biotech.

“If a decision like this were upheld, it would have a pretty significant impact on the future of medicine” said Kenneth Chahine, a visiting law professor at the University of Utah who filed an amicus brief on the side of Myriad

Mr. Chahine, who once ran a biotechnology company, said the decision could also make it harder for young companies to raise money from investors. “The industry is going to have to get more creative about how to retain exclusivity and attract capital in the face of potentially weaker patent protection,” he said.

Edward Reines, a patent lawyer who represents biotechnology firms but was not involved in the case, said loss of patent protection could diminish the incentives for genetic research.

“The genetic tools to solve the major health problems of our time have not been found yet,” said Mr. Reines, who is with the Silicon Valley office of the firm Weil, Gotshal & Manges. “These are the discoveries we want to motivate by providing incentives to all the researchers out there.”

In altre parole, il messaggio è: attenzione a togliere protezione a queste “scoperte” altrimenti il privato smetterà di investire e la ricerca andrà più lenta. Stranamente, i dirigenti di Myriad, sono di parere diverso,

“regardless of the outcome of this particular lawsuit, it will not have a material adverse effect on the company,” or its future revenues, according to the Pharmacogenomics Reporter, “or on the future revenues of our products.”

Ma è chiaro che la loro posizione tende a cercare di tranquillizzare i loro investitori. Nessuno, nemmeno il giornalista del NYT si chiede se sia sensato brevettare un pezzo della sequenza di geni che rappresenta il nostro essere umani.

Vediamo cosa succederà in appello.

PS nella sentenza è citato uno studio che dice che nel 2008, di 3972 casi di infringement portati in tribunale, nel 40% dei casi il brevetto è stato annullato. Il che fa riflettere ancora una volta su quanto sia malato il sistema dei brevetti.

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Internet e politica

di Leonardo Maccari. 25 febbraio 2010

Come avrete visto, se avete avuto modo di leggere la campagna carocandidato.it dentro ad assoli non c’e’ stato sufficiente consenso per spostare i temi della campagna a qualcosa che fosse più ampio del solo software libero.  Al loro interno comunque una discussione c’e’ stata e le persone con cui ho parlato erano tutte d’accordo su cercare di introdurre temi più ampi.

Contemporaneamente in lista frontiere digitali c’e’ stata una accesa discussione quando SEL ha proposto ad Arturo Di Corinto di essere candidato alle elezioni regionali nel Lazio, conclusa con il rifiuto di Arturo, per vari motivi. Anche in questo caso è interessante la discussione che ne è nata.

SEL di Milano vorrebbe organizzare un’iniziativa sul software libero ed ha chiesto la nostra partecipazione per portare la nostra esperienza in comune, probabilmente si andrà a dopo le elezioni.

Infine, sulla lista discussioni di Assoli, si ragiona se sia positiva o meno l’iniziativa del deputato Girlanda (un’interrogazione parlamentare per chiarire se il SL porti vantaggi nella pubblica amministrazione).

La politica si sta intrecciando sempre di più con i temi di internet e del software libero. Penso che sia una cosa positiva, ma è anche urgente riuscire a trovare un punto di contatto, facendo uno sforzo in entrambe le direzioni per capire le posizioni dell’altro.

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Caro Candidato

di Leonardo Maccari. 14 febbraio 2010

Ho proposto in lista frontiere digitali di estendere la piattaforma dell’iniziativa Caro Candidato. L’iniziativa è promossa dall’associazione software libero e chiede ai candidati alle elezioni di prendere posizione nei confronti dell’adozione del software libero. E’ un’iniziativa che ha avuto un certo successo alle ultime elzioni, anche tra un certo numero di candiati di SEL che sono riuscito a convincere (senza molta fatica in vertià).

Ho proposto di non parlare solo di software ma di estenderla ad altri punti per cui i candidati alle prossime elezioni regionali si impegnano:

  • A promuovere l’utilizzo di licenze copyleft in tutte le produzioni culturali completamente o parzialmente finanziate dalla propria amministrazione.
  • Ad estendere la copertura degli accessi a banda larga alla totalità della popolazione entro la fine del suo mandato.
  • A procedere alla digitalizzazione e alla diffusione attraverso licenze copyleft delle banche dati, degli archivi multimediali, degli atti pubblici in possesso dell’amministrazione.
  • A promuovere la cultura intesa come bene comune attraverso iniziative, incontri, eventi che abbiano come tema il copyleft ed il libero accesso alla cultura.

Nella lista di FD è stato deciso di cercare di contattare assoli e vedere se si riesce ad estendere la loro iniziativa, piuttosto che farne una nuova. In questo momento ne stanno discutendo nella lista di Assoli, speriamo che gli piaccia la proposta!

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Il passato della musica registrata

di Leonardo Maccari. 4 febbraio 2010

Edison è stato il primo al mondo ad inventare uno strumento in grado di registrare e riprodurre suoni. La cosa singolare, come riporta un libretto che sto leggendo, è che essendo una persona molto pragmatica, Edison si impegnò subito a cercare dei modi per mettere a frutto la sua invenzione e tra questi non gli venne in mente di registrare della musica…

Per l’appunto la cosa è strana, si può pensare che all’epoca il fonografo fosse uno strumento così grezzo che non potesse competere con uno spettacolo dal vivo, ma Edison era sufficientemente pieno di sè e lungimirante da poter immaginare che in poco tempo quello strumento gracchiante avrebbe prodotto suoni più limpidi, quindi la spiegazione va cercata altrove.

Secondo l’autore del libro il punto è che in quel momento, la musica registrata semplicemente non aveva senso, non era concepita. Godere della musica significava partecipare ad un evento sociale, sia in un teatro che in casa propria (con un pianoforte). Non esisteva il concetto di musica in quanto registrazione da fruire separatemente dall’esecuzione, la musica era l’esecuzione.

Oggi, di questo contesto non è rimasto niente. Tanto che immaginare un mondo senza diritto d’autore, in cui le copie di musica registrata non producono valore ci sembra un’assurdità. In realtà, diminuire l’intensità della protezione del diritto d’autore significa riportare indietro il tempo ad un mondo in cui la registrazione ha, in se, meno valore e l’autore viene ricompensato per le cose che fa quando le fa, e non per tutta la vita dopo averle incise una volta. Forse quando immaginiamo un mondo con meno copyright dovremmo ricordarci che fino a non moltissimo tempo fa le cose erano già, nella sostanza, così.

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Un cartello sui prezzi della musica

di Leonardo Maccari. 19 gennaio 2010

In tanti post mi sono occupato di come si comportano le Major della musica nel loro mercato. Gli oligopoli che si creano in ciascun settore di loro competenza (musica, cinema ecc..) esistono di fatto, ma non avevo notizie su accuse di fare cartello.

E’ di questi giorni la notizia che negli Stati Uniti una corte d’appello ha deciso di procedere in giudizio per un processo che vede le Major della musica accusate di formare un cartello fissando i prezzi minimi per la musica digitale su tutte le piattaforme. In altre parole, si accordavano per non accettare meno di 70 centesimi di dollaro a brano su qualsiasi piattaforma di vendita di musica digitale. Questo in un regime di concorenza, non si può fare.

La cosa interessante è che perchè un caso del genere venga portato in giudizio generalmente c’e’ bisogno di qualche prova della collusione (un documento, una testimonianza…) in questo caso, in assenza di prove è stata portata la semplice osservazione che è una coincidenza troppo inverosimile che i prezzi fossero, nella pratica, sempre gli stessi. Il giudice ha ritenuto di poter continuare.

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Software libero e politica

di Leonardo Maccari. 3 dicembre 2009

Mentre qui a Firenze con Sinistra e Libertà stiamo lavorando sul software libero in comune, in Piemonte siamo già un pezzo avanti e sono particolarmente contento che siano degli altri compagni di Sinistra e Libertà a portare avanti queste iniziative. Parlo della legge regionale per il software libero, di cui ero sinceramente all’oscuro fino ad oggi, e del conseguente stanziamento di ben mezzo milione di euro per finanziare lo sviluppo di software a sorgente aperto.

E’ veramente la strada maestra per portare una pubblica amministrazione verso un’informatica più libera e più efficiente. In alcune realtà (vedi Bologna) i passi che sono stati compiuti sono tutti nell’ottica del risparmio, attraverso migrazioni graduali che permettono di effettuare investimenti successivi. In Piemonte hanno preso il toro per le corna ed hanno stanziato subito dei soldi che se verranno usati saggiamente permetteranno una migrazione più veloce.

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Luigi Bobbio, Giorgia Meloni

di Leonardo Maccari. 26 novembre 2009

Prima di questa settimana non avevo mai avuto motivo di occuparmi del nostro ministro Giorgia Meloni se non per il mini-polverone (neanche un polverone serio) dovuto al sito della ministronza.

Ultimamente però, dalla penna del suo capo di gabinetto Luigi Bobbio sono state prodotte le parole migliori che abbia mai sentito sul tema di Internet da un politico italiano. Non uno qualsiasi, uno che ha una responsabilità importante nell’esecutivo si è permesso di dire cose come questa:

La “Pirateria Digitale Multimediale” è una semplificazione giornalistica riduttiva dei veri termini del problema: la rete succede a tutti i media del ventesimo secolo, TV compresa. Fenomeni di illegalità sulla rete sono marginali rispetto alla portata storica del processo e vanno comunque affrontati con gli strumenti giuridici esistenti per tutti gli ambiti della vita civile, aggiornando il diritto d’autore, non certo avventurandosi in leggi speciali e pericolose acrobazie costituzionali: investiamo piuttosto sulla capacità tecnico-istituzionale di presidiare, con le tante leggi già esistenti, l’intero processo evolutivo verso la nuova società italiana di cui i giovani sono i principali innovatori e come tali sono da tutelare e incoraggiare.

E poi:

L’industria nazionale dei contenuti deve uscire dalla logica dello status quo, investire sui talenti di internet e smettere di pensare agli aiuti statali quando i modelli di business vecchi non funzionano più. [...]

È venuto il momento di tornare ad investire per i giovani, la RAI deve velocemente spostarsi su internet, investire prevalentemente sulle tecnologie IP, rendere fruibili sulla rete le sue teche, ad esempio con licenze del tipo “creative-commons”, alla stregua delle emittenti pubbliche europee più evolute come la BBC.

Si può continuare ancora:

Il vero rischio in Italia è l’effetto di marginalizzazione del sistema paese digitale. Già oggi gli investimenti esteri nell’internet italiana e nell’industria nazionale informatica e dei media digitali sono a zero. La giurisdizione italiana su internet è limitata, e non esiste server di stato che possa essere schierato alla frontiera. Qualsiasi tentativo repressivo basato su leggi speciali per internet sopprimerebbe definitivamente l’asfittica industria italiana in cui operano prevalentemente le giovani generazioni, esponendo definitivamente il paese alle vere leggi che funzionano su internet: quelle dei “big media” esteri che hanno l’innovazione, le risorse finanziarie, umane, tecnologiche e il supporto dei rispettivi sistemi-paese.

Tutto il documento si può scaricare da qui ed è condivisibile al 99%. Il ministro, stando ad un paio di articoli che si trovano in giro sembra aver sottoscritto tutto quello che ha detto il suo capo di gabinetto. Bisogna ammettere che per una persona che fa politica a sinistra è un po’ imbarazzante sentire un senatore del PDL che ci supera su questo piano. Non tanto perchè non ci siano stati in passato politici di sinistra che si siano espressi in questa direzione, ma perchè un capo di gabinetto è uno che ha i mezzi per incidere sulle scelte di un governo. Al suo ministero dovremo dare il merito di aver fatto dei passi concreti in questa direzione, se ce ne saranno.

In un sano spirito di competizione costruttiva, mi auguro che qualcuno lo superi da sinistra dicendo delle cose (e trasformandole in azioni) ancora più determinate! Come dicevo in questi giorni, a Firenze ci stiamo provando.

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Lerry Lessig – Remix

di Leonardo Maccari. 23 settembre 2009

Ho finto di leggere remix di Lawrence Lessig, il padre di Creative Commons. Lessig ci ha abituato attraverso i suoi libri ad analisi molto precise ed allo stesso tempo ad un modo di scrivere molto facile, con continui esempi e razionalizzazioni. Questo a detta sua è l’ultimo libro sul tema del copyright, oggi Lessig ha deciso di occuparsi a tempo pieno di altre faccende, ovvero di cambiare la politica nel suo paese. E’ buffo, alla fine ci si accorge che volenti o nolenti bisogna andare a parlare con la politica, in tutti i paesi…

Qualche commento più approfondito lo trovate, al solito, in questa pagina.

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