Ancora una volta, FSUGitalia, in collaborazione con l’ITC “A. Capitini – Vittorio Emanuele II”, con il patrocinio della Regione Umbria, della Provincia di Perugia e del Comune di Perugia, ha il piacere di invitarvi, il 18 settembre 2010, al Software Freedom Day.
Software Freedom Day è un evento mondiale con circa 300 team partecipanti in tutti i continenti e 12 in Italia ( Brescia, Catanzaro, Cosenza, Enna, Feltre, Latina, Milano, Orvieto, Palermo, Quartu, Schio e ovviamente il tradizionale evento FSUGitalia a Perugia), pensato per promuovere il software libero in generale, con una certa attenzione per il mondo delle scuole e degli studenti. L’evento è organizzato a livello internazionale dalla Software Freedom International (Fondazione americana senza fini di lucro) in collaborazione con Google, Canonical, Red Hat e con il supporto di FSF ed FSFE.
Il luogo dell’appuntamento perugino, come ormai da tradizione, sarà il Centro Congressi “Aldo Capitini” di viale Centova 4. L’evento, da sempre legato al mondo scolastico ed accademico, si avvale dell’ottima e duratura collaborazione tra FSUGitalia e l’ITC Aldo Capitni – Vittorio Emanuele II; dopo il riuscito coinvolgimento degli studenti nell’edizione 2009, quest’anno si è riusciti ad aumentare il numero degli interventi eseguiti dagli studenti della scuola, che ancora di più, si pone come soggetto attivo nella diffusione del software libero e dei suoi valori.
L’evento partirà con la sessione mattutina alle ore 9:00 con gli interventi introduttivi (e delle autorità convenute) e seguirà con gli interventi tecnici/specialistici degli esperti e degli studenti fino alle ore 13. Nel pomeriggio presso il “Dipartimento di Matematica ed Informatica” dell’Università degli Studi di Perugia, vi sarà uno spazio dedicato agli aspetti più pratici del software libero, alle installazioni ed alla risoluzione dei problemi tecnici. Oltre al team di FSUGitalia, ospite d’eccezione di quest’anno, direttamente dalla community di Ubuntu-it, Paolo Sammicheli. Prevista inoltre la partecipazione del “GNU/Linux User Group Perugia” e del CCOS, in rappresentanza delle attività locali legate al FOSS. Come di consueto inoltre, sarà prevista la partecipazioni di rappresentati degli enti locali (presto ulteriori aggiornamenti).
Per maggiori informazioni potete consultare la pagina sfd10 del nostro wiki eventi, per i banner, volantini ed altro materiale, visitare la sezione “materiali“.
Inoltre, grazie ad una efficace collaborazione tra i membri delle comunità Debian ed Ubuntu, l’Università degli studi di Perugia (nella persona del prof. O. Gervasi) e FSUGItalia si è riusciti a portare nel medesimo giorno, presso il Dipartimento di Matematica ed Informatica dell’Università degli Studi di Perugia (via Vanvitelli 1, Perugia), la “DUCC-It ’10″ ( la conferenza delle comunità italiane Debian-it ed Ubuntu-it). L’evento, sarà dedicato principalmente agli appartenenti attivi delle varie comunità, focalizzandosi, come di consueto, sulle attività di sviluppo, mantenimento, traduzione e promozione. Questo però non preclude in alcun modo la gradita partecipazione di pubblico interessato ad entrare in questo mondo dalla “porta principale”. A questa giornata si aggiungono inoltre il briefing di venerdì ed il debriefing di domenica (presso l’Hacklab “Projectz on Island” di Via Magno Magnini). Durante i giorni del DUCC-It ’10 sarà presente anche il nuovo Debian Project Leader, Stefano Zacchiroli.
Per maggiori informazioni potete consultare la pagina duccit sul nostro wiki eventi. Disponibile qui anche il comunicato stampa ufficiale.
Quindi riflettori puntati sull’evento di Perugia, senza dimenticare gli eventi nelle altre città da seguire con attenzione.
Da 7 al 12 settembre, si rinnova a Firenze l’appuntamento per il 9° Incontro Nazionale di Emergency: incontri, mostre fotografiche, spettacoli e conferenze per raccontare Emergency.
Sei giorni per stare insieme – volontari, sostenitori, personale medico, amici e simpatizzanti -, per vedere, capire e confrontarsi.
Filosofi, giornalisti, intellettuali, scrittori, artisti e musicisti sono nuovamente chiamati a raccolta per discutere del lavoro di Emergency e soprattutto dei valori e dei principi che lo ispirano.
Si parlerà di guerra, ma anche di salute, uguaglianza, democrazia, informazione; Si parlerà non solo del “cosa”, ma anche e soprattutto del “come” e del “perché“.
Giovedì 9 settembre
Incontro pubblico h. 18.00
PALAZZO DEGLI AFFARI
PeaceReporter presenta: LA RETE È DEMOCRATICA?
intervengono
* ARTURO DI CORINTO, Giornalista
* STEFANO RODOTÀ, Giurista
* RICCARDO LUNA, Direttore di Wired
* Modera MASO NOTARIANNI
“Malgrado le pubbliche allegrezze, manifestate a Venezia l’anno 1474 per la liberazione di Scutari, la Repubblica non avea tratto a dir vero, un gran vantaggio da questa guerra. Nondimeno uno ve n’era d’importantissimo per l’opinione pubblica; quello di aver vinto un potente nemico col quale non eravi speranza di poter conciliare una pace solida ed onorifica.”
Sempre in un continuo crescendo nell’intera silloge “una luce balena” e il poeta diventa cantore della persistenza della nostalgia. Essa avvolge immagini, ricordi, paesaggi, oggetti e interiori-interni, nella colorazione sfuocata, inafferrabile e dolorosamente ricorrente dell’alba e del tramonto che trascolora la ricerca di un’appartenenza. Il perdersi in un deserto, lentamente si configura come ricerca umana di identità, vita e morte, spaesamento e “fuggenza” dal reale. La poesia di Jelloun si svela insieme al respiro del vento che soffia sui ricordi, insabbia il dolore per poi rimandare al cuore, specchi di sé che riflettono e sconquassano alberi e mare. “Nelle notti d’esilio/ dal paese amato soffia un vento così forte/ da far crollare gli alberi di nostalgia/ e depositare le sabbie del Sud sui tuoi occhi chiusi./”. “Quando lo specchio, stanco di riflettere,/ cesserà di restituire immagini,/ quando il tempo, liberato dalle nostre urgenze,/ fermerà il suo andare,/ quando il colore, tradendo i sensi,/ si mescolerà alla grisaglia dei nostri mattini/ solo il gabbiano andrà/ a posarsi ancora sulle creste di schiuma/”.
Il conosciuto impegno sociale dell’autore è imbevuto d’anima e, intrisa di lacrime di pietra, si coglie la lotta contro una società che fa di alcuni “una lista delle merci” e dei loro sogni “oggetti smarriti”; Ben Jelloun illumina di “parole nude” ogni verso dentro il quale incide fino a sanguinare un’identità che si srotola come radice aerea; offre appoggio ma non permanenza.
Il lavoro illumina almeno tre possibili spartiti in altrettante scenografie di vita; “ci alziamo nell’immensità del segreto”, la silloge si apre con la luce della parola sulla voce–silente del camposanto “dove i nostri antenati si ostinano a morire”, voce che suona il ritorno del tempo contro un apparente non-sense del vivere al quale la memoria restituisce storia, parola e “schiara” le tenebre che lo offuscano; il deserto, metafora di vita, solitudine, esilio e ricerca: “Il deserto è in primo luogo un’immagine, una dimora/ interiore. Vi si scende imboccando la scala/ del ricordo e la rampa della malattia./ e ancora il deserto è un segreto circondato da un segreto/ più grande nascosto nello spazio inarrivabile che/ nessun agrimensore potrà mai definire/ e un interno quasi onirico/”; infine una lirica che con cadenzata ritmicità sembra fungere da nenia cullata per un’infanzia smarrita nel seno di una madre il cui volto – recita il poeta – è “una terra molto irrigata”. In un interno si chiude il testo e racconta sogni e fantasie solitarie e “commosse” davanti a “doppi” muri. È Parigi forse, ma anche voce d’Oriente “una voce d’Oriente abita il silenzio”, che accarezza “il ricordo di vestigia commosse”. Non credo che i tre momenti, sostanziali nella silloge siano voluti, colgo piuttosto in essi l’andamento musicale della nostalgia che si rifugia infine nel sogno ad occhi aperti nella stanza che accoglie il poeta per aiutarlo forse a superare con il richiamo al fantastico e alla leggenda, il viaggio del nomade “anche a se stesso”. “il grande libro ha aperto le porte al mare e/ alle leggende di Tetouan/ bianca colomba con un occhio di vetro”; “un pesce d’argento/ ha mangiato la polvere/ poi si è sistemato su una mensola/ tra due manoscritti/”.
Tahar Ben Jelloun Doppio esilio
collezione “Selected poems”
Edizioni del Leone, Spinea (VE) 2009
pp. 104
€ 10,00
Un manuale operativo (scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale, vedi sotto) che guida passo a passo gli artisti nel mondo delle licenze Creative Commons, le più famose e diffuse licenze di libera distribuzione per opere creative.
Senza tralasciare utili chiarimenti di natura concettuale e terminologica, l’autore entra nei dettagli tecnici del funzionamento degli strumenti proposti dal progetto Creative Commons, così da renderli comprensibili anche per i totali neofiti.
Un’opera fondamentale per tutti coloro che sono interessati al mondo dell’opencontent e del copyleft.
La presentazione dell’autore
Simone Aliprandi
Lo spunto per questo libro specificamente dedicato al mondo Creative Commons è provenuto da questi ultimi anni di mia assidua partecipazione alle mailing list e ai dibattiti pubblici dedicati all’uso delle licenze, nei quali emergevano costantemente una serie di equivoci in cui gli utenti neofiti erano portati a cadere in modo abbastanza regolare.
Di concerto con gli enti promotori di questa iniziativa editoriale (che ringrazio per l’intraprendenza e la lungimiranza dimostrata), ho pensato dunque che un manuale operativo senza fronzoli e tecnicismi potesse finalmente risolvere la situazione. Ovviamente, a coloro che si sono già avvicinati a questi argomenti attraverso la lettura delle altre mie pubblicazioni (soprattutto Teoria e pratica del copyleft, che rimane il testo più approfondito e più tecnico della mia produzione), sembrerà di fare un passo indietro, ma sono sicuro che anche costoro avranno modo con queste pagine di rinfrescare alcuni argomenti e colmare dubbi sui punti più ostici, legati all’applicazione concreta.
Inoltre, la realizzazione di questo libro è stata l’occasione per tradurre finalmente in italiano interessanti testi divulgativi e materiali esplicativi finora disponibili solo in inglese sul sito di Creative Commons.
Spero quindi che questa mia nuova opera serva da ulteriore incentivo all’utilizzo e allo sviluppo di modelli innovativi di distribuzione dei beni creativi, quali sono le licenze Creative Commons e tutti gli altri strumenti ad esse affini.
“Donata era bella quanto misteriosa. La sua solitudine ne accentuava il fascino.” Donata è la protagonista del primo dei nove racconti, “La moglie del serpente”, che formano la raccolta. Nata già un po’ ritrosa, un tentativo di violenza subito da un compagno la segna ancora di più nel carattere. Dubiterà degli uomini. Non le andrà mai di parlare con altri della sua vita intima. “Essere aggredita, stuprata era un timore da cui non riusciva a liberarsi.”
La sua natura e la terribile esperienza accentueranno in lei alcune perversioni latenti. Facilitata in ciò dalla sua bellezza, si troverà a vivere esperienze di forte morbosità. Non si sottrarrà nemmeno al desiderio di uccidere. Un serpente boa acquistato in un negozio cinese, da cui si sente attratta, la renderà protagonista di una insolita storia d’amore.
La scrittura di Pardini è veloce, fatta di frasi stentoree. Il sesso vi compare come elemento dominante della vita, al quale nessuno può sottrarsi, e che riesce a far esplodere le più nascoste e inquiete verità su noi stessi.
Anche Eldo, il protagonista di “Banda randagia”, è un tipo introverso, come Donata. Appartato, silenzioso, non ama intrattenersi con i compagni. Troverà una pistola e sarà spinto dal desiderio di uccidere.
Pardini sta mettendoci in contatto con l’anima più tormentata e direi anche più animalesca dell’uomo. Sesso e aggressività lo contraddistinguono, e lo governano. Tanto più se vive asserragliato in una sua inquieta solitudine. Il ritrovamento di una pistola nella fabbrica dove lavora scatenerà in lui istinti omicidi: “Riprese sonno pensando alla pistola. Non l’avrebbe solo divertito, ma anche appagato di qualcosa che doveva ancora capire.”
A volte sono i piccoli avvenimenti che scatenano l’imprevedibile: “Ebbe una sensazione che lo turbava e lo esaltava; la medesima di quando sentiva suo padre e sua madre fare l’amore.”
Quella di Pardini è una scrittura meno dura, meno aspra, di quella che abbiamo conosciuto nel passato. Più letteraria, meno anarchica, senza quella ruvidezza terragna che incontriamo, ad esempio, nello stupendo racconto, “Broggi”, in “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”, uscito quasi contemporaneamente.
In quei racconti i veri protagonisti, dominatori perfino degli uomini, sono gli animali. Qui l’indagine di Pardini si concentra sull’uomo. E, per l’occasione, sembra aver scelto di adottare modi un po’ più dolci prima di immergersi nella sua anima.
I delitti compiuti da Eldo cadono sotto l’attenzione di un ispettore esperto, Gregorio Giurati, che si avvede che sono stati compiuti da uno stesso individuo. Comincia la caccia. Sarà un cane, Nerone, a metterlo sulle sue tracce. E una banda di cani randagi ad ucciderlo.
Pardini si è concesso con questo thriller una specie di pausa dai suoi temi e dalle sue ambientazioni preferiti, un tentativo, non nuovo peraltro, di percorrere una strada che lo incuriosisce. Lo vedremo anche in altre storie di questa raccolta. Probabilmente la sua esperienza di guardia giurata l’ha portato a vivere situazioni in cui dominano i risvolti psicologici di una natura umana malata e inquietante: “L’assassino era figlio della negatività che lì allignava.”
Un tale proposito di indagare l’anima umana appare ancora più evidente nel terzo racconto intitolato “Ferrovia parallela”. È un racconto tra onirismo e fantasy. Una strana locomotiva a carbone sta percorrendo una linea ferroviaria misteriosa, che attraversa stazioni presidiate, tunnel bui, lande desolate, foreste. Il protagonista, guardia giurata, deve sorvegliare due valigie dal contenuto sconosciuto. Lungo il percorso fa strani incontri. Molti sono soldati. Vede perfino dei mammut. Anche numerosi cadaveri. Grossi ratti. Si sente prigioniero di qualcuno, che non sa definire.
I racconti vedono spesso delle guardie giurate in azione. Questo, in modo speciale. Confessa: “ho creduto di capire chi sono: un fantasma che vive d’ombra, ospite privilegiato delle tenebre. Lo ammetto: mi sono innamorato della notte come la più proibita e lasciva delle amanti. In essa, a mio modo, trovo conforto e comprensione.”
Fa capolino anche l’invocazione a Cristo: “Un pensiero, allora, traversa la mente: che la mia faccia assomigli un poco a quella di Cristo sotto le scudisciate. Una preghiera inconscia. La stessa, m’avvedo, che non ho mai cessato di rivolgergli. Vorrei essere tutto Suo.”
È un viaggio che agisce dentro il protagonista, volto a cambiarlo. Addirittura a distruggerlo. Sarà possibile difendersi solo con un atto di violenza.
Egisto, il protagonista del racconto “Lo chiamavano orso”, è un bel ragazzo, che si accorge di essere attratto più dagli uomini che dalle donne. S’innamora di un coetaneo, Vittorio, ed inizia con lui un’avventura omosessuale. Si sente felice, realizzato.
È il racconto più denso di umori, dove l’odore del grosso cinghiale che lo zio Berto vuole abbattere si mescola con quello forte del sesso. La caccia al cinghiale fa rivivere altre pagine memorabili di Pardini. A mio avviso, il migliore della raccolta, riassuntivo dei principali temi cari all’autore.
Seguono altri racconti più brevi, ma tutti vicini per temperamento al racconto “Lo chiamavano orso”, ossia muniti di una solidità più consistente. “Lo chiamavano orso” segna dunque lo spartiacque tra due parti che sembrano avere ispirazione e consistenza differenti, delle quali la seconda appare la migliore. Una frase significativa del mondo caro ed evocato da Pardini, si trova nel racconto “Il coltellino”: “Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire.”
Per quanto ogni anno la bibliografia si arricchisca di numerosi titoli, l’evento Grande guerra resta ancora, e per taluni aspetti tematici ed interpretativi non secondari [1], un discorso ampiamente aperto.
Aperto in più direzioni. Una delle quali è certamente quella battuta dal gruppo di ricerca alla cui penna si deve l’interessante Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale (Clueb, Bologna 2010), pubblicazione già segnalata ai lettori di Paginatre.it nelle scorse settimane: http://www.paginatre.it/online/2010/08/05/2442/
Curato da Fabio Montella, Francesco Paolella e Felicita Ratti, il volume rivela il proprio carattere di novità in un panorama storiografico operoso non tanto o non solo nei temi studiati: la chirurgia e la psichiatria di guerra; l’impatto socio-culturale della spagnola; la quotidianità di alcune città emiliane nel vortice bellico. Né si ripromette di farlo nelle metodologie interpretative e nella documentazione esplorata – fondi ospedalieri, cartelle cliniche, carte degli uffici sanitari comunali: territori oramai consueti per gli storici sociali. Persegue, al contrario, la propria originalità nel disegno finale di un quadro complesso frutto dell’interconnessione organica dei temi trattati. Interconnessione che, per quanto riguarda il saggio comparativo di Felicita Ratti relativo alle vicende della pandemia influenzale nel Land Salisburgo e nella provincia di Modena, si avvale con acribia di quell’ottica internazionale così “spesso trascurata” nell’accademia italiana, come osserva l’autrice (p. 6).
Non si tratta, beninteso, della giustapposizione a mosaico di alcuni saggi relativi ad un identificato territorio, dal cui semplice accostamento il lettore è invitato a trarre quanto potrebbe essere di sua campanilistica curiosità. Ma di un lavoro di ricerca sostenuto complessivamente da una comune ispirazione – l’attenzione per la hobsbawmiana e oggi poco alla moda storiograficamente parlando gente comune –, e dal desiderio di un confronto con le problematiche nuove suscitate dalla guerra, commisurate sullo sfondo di una circoscritta area evitando nel contempo la trappola delle chincaglierie del localistico.
Una regione ospedale – scrive nella premessa Felicita Ratti – vuole essere la storia “di un territorio che le esigenze belliche avevano trasformato in un attivo e popoloso centro di cura”, ma anche plasmato e modificato nei suoi caratteri facendolo assomigliare “ad una struttura complessa, fatta di regole, disciplina, controlli” (p. 7).
Lontana dal fronte, retrovia delle prime linee; eppure l’impatto dei combattimenti, come una sorta di onda sismica, è fin dai primi mesi avvertibile anche in Emilia Romagna. Un dato tra i tanti: dopo l’apertura delle ostilità, a Reggio Emilia il “flusso di feriti in arrivo fu sin da subito elevato: in poche settimane ne vennero segnalati oltre 600, tanto che gli ospedali militari appena aperti non erano in grado di provvedere adeguatamente alle cure mediche (…)” (p. 27).
Non è difficile immaginare quanti e quali tipi di questioni una situazione del genere creasse; ed il saggio di Michele Bellelli in apertura di volume: Dalla pace alla guerra. Strutture e personale sanitario a Reggio Emilia, ne offre una completa rassegna, pur trascurando – a mio avviso sorprendentemente – di guardare ai problemi e, soprattutto, alle soluzioni adottate, alla luce di una considerazione di classe.
Esame che, invece, ritroviamo nel testo di Fabio Montella Modena e i suoi ospedali nella Grande guerra, con il capitolo di Francesco Paolella sull’alienismo bellico – che vedremo in seguito – tra i più convincenti del volume.
Montella ricorda tra gli immediati effetti della guerra guerreggiata il repentino peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Immiserimento che generò “ampie sacche di indicibile miseria” (p. 46), obbligando le autorità, nello sforzo di farvi fronte, a promuovere una serie di iniziative in grado letteralmente di cambiare il volto sociale delle città, e le abitudini sia di chi era oggetto delle attenzioni pubbliche, sia di chi si faceva promotore delle stesse. “La guerra e le sue logiche – osserva Montella – erano ormai entrate con prepotenza nella vita di tutti” (p. 50); per “alcune municipalità il conflitto rappresentò un’occasione per mettere mano, pur nelle ristrettezze dell’economia di guerra ad opere pubbliche che i cittadini attendevano da tempo (…)” (p. 52).
La guerra come cesura storica si delinea chiaramente – anche se, sui limiti o, meglio, il profilo di tale cesura, la storiografia recente è finalmente giunta ad interrogarsi superando le semplificazioni del passato. E all’interno di tale cesura, una tappa fondamentale, a sua volta punto di snodo per la storia nazionale, è rappresentata dalle conseguenze della sconfitta di Caporetto, con il “massiccio e repentino spostamento di militari e civili”, all’origine di “una rinnovata pressione all’interno del Paese” (p. 60).
Immagini tangibili della situazione creatasi a seguito dello sfondamento austro-tedesco, i militari sbandati ed i profughi friulani e veneti [2], accolti in numero di più di 10.000 nella sola Modena, con le conseguenze – non ultimo di ordine pubblico e di ripetuto attrito con i bisognosi residenti in città – del caso.
“Chiusura di laboratori, disoccupazione, inflazione, speculazione e miseria” furono, infine, “le drammatiche eredità del conflitto” (p. 65). Eredità che possiamo ritrovare in molte delle città europee vicine o lontane dal fronte. Ma dalla guerra emergeva anche il nuovo attivismo degli enti pubblici nell’assistenza sociale, affatto sconosciuto nel passato in quelle forme e dimensioni. E, non ultimo, quel bagaglio di conoscenze teoriche e pratiche maturato dai medici mobilitati, successivamente messo a frutto dalla medicina civile come ampiamente illustrato ancora da Fabio Montella nel saggio Chirurgia e chirurghi nella Prima guerra mondiale.
Alla vigilia della guerra, la classe medica italiana – come per altro quella internazionale – “non appariva pienamente consapevole dei mutamenti che le armi e la tecnologia avrebbero comportato” (p. 122). Per questa ragione, posti a confronto con i concreti effetti della guerra – la materialità di corpi devastati, ferite profonde e poliformi, estese infezioni – i medici furono costretti celermente “a riconsiderare molte delle scelte e delle risposte terapeutiche [ed organizzative] diffuse fino ad allora” (p. 112). Naturalmente, del travaglio teorico-pratico in corso, se ne ebbe riflesso anche e soprattutto in Emilia Romagna, regione che già all’epoca (si pensi all’Istituto Rizzoli), vantava strutture e professionisti all’avanguardia, e che in virtù di ciò durante gli anni del conflitto doveva affermarsi “come centro vivo per il progresso della chirurgia nazionale” (p. 143).
Dei travagli e dei dibattiti dottrinali che interessarono la chirurgia non troviamo analogia in un’altra branca medica: la psichiatria, oggetto del puntuale intervento di Francesco Paolella.
Sulle ragioni di una tale timidezza (o passività) epistemologica – in larga parte incompresa da quegli storici che, sulle ali delle storiografie francesi ed inglesi hanno voluto anche rintracciare da noi segni di svolte concettuali mai avvenute – non è questo il luogo per interrogarsi. Né è possibile discorrere ora della caducità di un discorso psichiatrico alle prese con ingiurie ben altrimenti dotate di materialità rispetto alle ferite di competenza chirurgica. Quel che vale la pena sottolineare delle pagine di Paolella – dedicate, in rassegna, ad alcuni dei nomi più noti di psichiatri operanti in Emilia Romagna: Giacomo Pighini, Gaetano Boschi, Placido Consiglio, Arturo Donaggio – è, invece, la messa a punto ulteriore dell’immagine di una disciplina medica più attenta al suo ruolo custodialistico che non a quello terapeutico. Ruolo a cui non erano estranee né le urgenze efficientiste imposte dal conflitto, col trinomio identificazione-separazione ed espulsione del folle dai reparti mobilitati; né le matrici concettuali dell’antropologia criminale lombrosiana (p. 79), che, per parafrasare Kerényi, come la testa recisa di Orfeo continuava a cantare (orientando psichiatri, psicologi, antropologi, sociologi e demografi) nonostante il prematuro tramonto decretatone dai contemporanei neoidealisti e da alcuni commentatori odierni.
Sarebbe certamente eccessivo vedere la presenza e le pratiche psichiatriche esclusivamente alla lente delle loro conseguenze disciplinari-repressive [3]; non di meno, è da rimarcare che tali prassi andarono ulteriormente accentuandosi proprio a Reggio Emilia, con la costituzione del Centro militare di 1a raccolta per il discernimento, dopo Caporetto, dei soldati sbandati dagli scioperati militari, dai simulatori e dai veri e propri matti.
Giustamente Paolella evidenzia come una certa modalità di gestione dei “folli di guerra” abbia rappresentato per alcuni psichiatri – ed in particolare per i professionisti della sanità militare – un modello da implementare ben oltre i perimetri delle caserme. La militarizzazione della vita civile postbellica passò indubbiamente anche da questi interstizi culturali, solo a prima vista marginali. Dalla volontà, cioè, di alcuni medici-intellettuali carichi di know-how quanto di prestigio patriottico, di proporre la “giustizia scientifica” messa a punto nelle strutture neuropsichiatriche d’armata disponendo del diritto dei folli alle pensioni di guerra e del trattamento da riservare ai simulatori/disertori, come “modello di gestione valido non soltanto per l’esercito, ma per la società nel suo complesso, nella lotta contro i comportamenti antisociali e degenerati” (p. 108).
Evidente merito del saggio di Francesco Paolella è la misura, la capacità di dosare interpretativamente il fondo archivistico analizzato e le differenti situazioni della realtà emiliano-romagnola senza, muovendo da questi, e attraverso indebite estensioni, volerne fare lo specchio fedele delle realtà vissute dall’intera nazione e dai suoi militari, sani o insani che fossero. In altre parole, l’autore non cade nell’abbaglio in cui è scivolato chi, sulla base di poche cartelle cliniche oppure appartenenti ad un solo istituto manicomiale, e perifrasando le tesi di Eric J. Leed o di Paul Fussell [4], ha preteso fornire il resoconto dell’esperienza bellica tout court dei combattenti, con le connesse modificazioni del loro universo mentale-comportamentale.
Rigoroso, stilato con mano didattica, ampio – probabilmente fin troppo rispetto all’economia testuale – il saggio di Felicita Ratti posto al centro del libro, e consacrato alla Storia sociale comparata della pandemia influenzale 1918-1919 nella provincia di Modena e nel Land Salisburgo.
Nucleo di una tesi di dottorato in corso di realizzazione, il saggio lascia qualche perplessità quando elenca le ragioni che hanno portato l’autrice a scegliere le località da comparare. Detto che ogni comparazione può presentarsi in sé discutibile (se non addirittura controversa!), sono gli stessi dati offerti dall’autrice, o anche una superficiale conoscenza della storia delle due realtà messe a confronto, a far dubitare della solidità dell’affermazione secondo la quale il Land Salisburgo e la provincia di Modena “dal punto di vista sociale offrono valori demografici decisamente comparabili” (p. 153).
Ciò premesso, il saggio di Felicita Ratti suscita attenzione per più motivi. Per il respiro decisamente internazionale della letteratura consultata. Per la profondità dell’analisi, intesa a “fornire un ritratto sociale dei due territori nei mesi cruciali sia della pandemia sia del termine del conflitto, evidenziando eventuali tensioni legate all’epidemia, oppure le mentalità popolari, mettendo in rilievo le influenze del conflitto sul funzionamento della sanità a livello locale (…)” (p. 151). Ancora, per l’abilità con la quale traspone la chiave analitica offerta dalle interazioni fra Stato e salute pubblica – sulla scorta dei suggerimenti di Andrew Price-Smith – in un contesto temporale come quello dei primi mesi del dopoguerra, dagli storici indagato con un’attenzione minore di quanto probabilmente meritasse.
L’epidemia influenzale è al centro anche del secondo intervento di Michele Bellelli: Aspetti e problemi dell’epidemia di spagnola a Reggio Emilia. Più stringato rispetto all’intervento della Ratti, presenta una cronaca delle vicende vissute dalla città dall’apparire al decrescere della minaccia morbosa. Di nuovo, a spiccare, è la dimensione dell’impegno profuso dalle autorità mediche e comunali, anche se antiche e pessime abitudini igieniche o cronici deficit organizzativi continuano a persistere. Per esempio, ricorda l’autore, a livello di assistenza farmaceutica, “la maggior parte della popolazione dell’hinterland cittadino (…) non poteva usufruire di una adeguata assistenza” (p. 234).
Chiudono il volume due saggi: I mutilati e gli invalidi tra cura, rieducazione e controllo di Fabio Montella; e La casa di rieducazione professionale per mutilati e storpi di guerra di Bologna, scritto a quattro mani da Mirtide Gavelli e Fiorenza Tarozzi.
Interessante soprattutto per le informazioni che riporta alla luce – del resto, uno studio sistematico del personale, dei pazienti e della vita di strutture del genere è lungi dall’esser promosso in Italia – il testo di Gravelli-Tarozzi ci rcorda come non fosse facile la sfida che attendeva mutilati e storpi nel dopoguerra. Se per i medici si trattava di far ridiventare i pazienti prima uomini, ed eventualmente poi lavoratori (p. 289), per le vittime a vita del conflitto il ricovero rappresentava spesso il primo passo di un lento e problematico reinserimento sociale. Un ritorno alla vita in condizioni fisiche e psicologiche ben diverse da quelle vissute al momento della partenza per il fronte, quando la guerra poteva apparire un’allettante avventura.
Tragiche ombre lasciate in eredità dai combattimenti, oggetto di cura e controllo pervasivo da parte delle autorità proprio quando i reduci in genere scoprono nel nascente associazionismo un strumento di salvaguardia dei propri diritti, mutilati e storpi rappresentano – come considera Fabio Montella – un aspetto nuovo e imprevisto della guerra, un problema costantemente in agenda ed in grado di indurre medici e autorità a “improvvisare, creare, attivare, coordinare” iniziative (p. 265), non sempre però con risultati degni di nota.
Ancora una volta, l’Emilia Romagna, nell’ortopedia, nella fisioterapia e nella radiologia – ausilii essenziali per la cura e la rieducazione dei pazienti – svolge un ruolo da battistrada, fungendo sia da modello organizzativo che da laboratorio per gli interventi in seguito posti in atto nell’intero territorio nazionale. Paradossalmente, allora, sarà soprattutto quella stessa tecnologia che “aveva portato al parossismo gli effetti delle devastazioni belliche” (p. 274), ad offrire a storpi e mutilati una qualche chance di rinascita, per mezzo dell’utilizzo di gambali, ortesi e protesi.
In conclusione, avrebbe forse giovato al volume un breve capitolo finale in grado di raccogliere i diversi approdi euristici in un resoconto scrupoloso ma agile. D’altro canto, Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale può essere certamente indicato ad altri gruppi di ricerca come prototipo da imitare nell’analisi di parallele realtà territoriali, più o meno prossime al fronte, e più o meno coinvolte dalle operazioni belliche.
Ad ennesima smentita delle elucubrazioni di qualche canuto cattedratico, più preoccupato di promuovere le proprie ricerche che di comprendere l’originalità dello sforzo di giovani ricercatori (ahi loro, per danno collaterale generazionale – diciamo così… – impossibilitati a raggiungere quelle medesime cattedre!), è indubitabile che un grosso lavoro resta ancora da fare se davvero si vuol provare ad aggiungere nuovi tasselli utili a comprendere a fondo le guerre degli italiani. In questo senso, col volume curato da Fabio Montella, Felicita Ratti e Francesco Paolella, è stato fatto sicuramente un pregevole passo in avanti.
Note:
[1] Si pensi al lavoro di M. Ermacora, Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Bologna : Il Mulino, 2005, al quale non è seguita una stagione di studi in materia.
[2] Vedi D. Ceschin, Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande guerra, Roma: Laterza, 2006.
[3] Vedi per es. C. Tumiati, Zaino di sanità, Udine: Gaspari, 2009 (ed. orig. 1947).
[4] P. Fussell, La Grande guerra e la memoria moderna, Bologna: Il Mulino, 1984; E.J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Bologna: Il Mulino, 1985.
di Graffio: pillole di informazione digitale. 25 agosto 2010
Durante l’hackmeeting di Roma del 2-3-4 Luglio 2010 presso il centro sociale “La Torre”, ho tenuto, insieme a Vito e Francesco, il seminario dal titolo “programmare è un po’ narrare”.
L’intento del seminario, che è il frutto di un lungo lavoro di ricerca di Stefano Penge dal titolo “Analisi linguistica degli artefatti digitali” è quello di verificare se il codice sorgente possa essere analizzato dal punto di vista stilistico, linguistico, sociologico.
La partecipazione è stata decisamente numerosa ed attiva e, tutto sommato, la maggior parte dei partecipanti sembravano concordare con un approccio di questo genere, che tra le altre cose, restituisce ai programmatori la loro dignità di creativi!
“Siamo alla fine del millennio scorso. Per caso, un esploratore si imbatte in un continente sconosciuto, di dimensioni vastissime. Strade, città e biblioteche, e nelle biblioteche milioni di testi, scritti non in una sola, ma in decine e decine di lingue diverse. Testi diversi di autori diversi, dedicati ai fini più differenti, cortissimi e enormi, scritti a più mani, criptati, fondamentali o inutili. Scritti per essere usati, per essere letti o per essere analizzati e insegnati. Da una prima analisi di questi milioni di testi, sembra di poter dire agli esploratori che ci sono stati periodi, scuole diverse, mode. Che aree diverse del continente hanno prodotto autori riconoscibili, che a loro volta hanno insegnato e influenzato altri autori. Di tutto questo, niente è mai stato raccontato, né qui da noi né altrove. Il continente di cui vogliamo parlare è quello dei codici sorgente dei programmi. Più di 50 anni di letteratura, più di 5000 lingue diverse. Un corpus di testi dalle dimensioni quantitative enormi: l’archivio su web più noto di software OpenSource, SourceForge.net, contiene quasi un milione di “libri” diversi relativi solo agli ultimi 5 anni. Eppure nessun’indagine, nemmeno di ricognizione, è stata condotta finora da un punto di vista linguistico, stilistico, retorico. Quello che stiamo cercando di fare è trovare un posto a questo continente all’interno della cartografia, accanto ai territori più noti in cui si sono incontrate (persone e) discipline tanto diverse come linguistica e informatica; poi cercheremo di capire il perché di questo lungo nascondimento, e proveremo a immaginare l’apocalissi, cioè di modi concreti di comunicare la nostra scoperta al mondo.”
Il seminario è la prosecuzione di quello che tenne Stefano Penge 10 anni fa durante l’hackmeeting di forte prenestino. Si chiamava “lo zen e l’arte della programmazione”
L’Internet Governance Forum e il Codice Azuni
Gestione della rete: quando tecnica e politica non s’incontrano.
Arturo Di Corinto
20/08/10
La Governance di Internet – cioè la gestione tecnica mondiale della rete delle reti, non il suo governo politico – è oggetto di dibattito pubblico dal 1995, ma solo nel 2003, in preparazione del World summit on information society (WSIS) è diventato un tema istituzionale in seno alla comunità delle nazioni, cioè all’Onu. Nel 2005 il Wsis che si è tenuto a Tunisi ha affrontato il tema della governance di Internet direttamente, a causa della richiesta da parte di alcuni grandi paesi di generalizzare le competenze della governance dell’indirizzamento dei nomi a dominio di Internet per sottrarle al monopolio di fatto dell’Icann americana controllata dalla FCC.
Data la delicatezza e la rilevanza geopolitica del tema – chi fornisce gli indirizzi decide se puoi arrivare a un sito web opure no – a Tunisi si optò per una soluzione diplomatica e si decise di discuterne in un ambito specifico, creando per l’uopo l’Internet Governance Forum, una sorta di “parlamento di Internet” dove gli Stati avrebbero potuto confrontarsi fra di loro e con università, imprese, esperti e associazioni non profit (gli stakeholders), per individuare e praticare le soluzioni migliori utili a garantire crescita e stabilità dell’internet.
Da allora si sono tenuti quattro IGF a livello mondiale: ad Atene, Rio de Janeiro, Sharm-El sheik, Hyderabad. Il prossimo si terrà a Vilnius in Lituania dal 14 al 17 settembre.
Per ben 5 anni i temi all’ordine del giorno degli IGF sono stati gli stessi: apertura, sicurezza, privacy, multilinguismo, multiculturalismo, sviluppo delle infrastrutture. A Vilnius il tema emergente sarà il cloud computing. In questi anni lo scenario è parzialmente cambiato anche grazie a una parziale e volontaria cessione di sovranità dell’Icann e ad innovazioni tecniche, l’uso di alfabeti non latini per l’indirizzamento web, la definizione del suffisso .xxx per i siti e i servizi erotici, e una migliore intesa fra gli Stati (leggi minori frizioni Cina-Stati Uniti) che minacciavano la frammentazione tecnica della rete mondiale nata in America.
Non solo, in questi anni si è assistito a una crescita di interesse verso il tema della governance da parte dell’opinione pubblica sollecitata dal mondo dell’associazionismo riunito nelle dynamic coalitions, che ha trovato una forte sponda nell’idea dell’Internet Bill of Rights – un insieme di principi generali come nella prima parte della Costituzione italiana, ma dedicati ad Internet, proposto proprio dal comitato governativo italiano capeggiato sin dal 2006 dal giurista Stefano Rodotà.
Questo insieme di principi altro non è che la trasformazione dell’appello lanciato a Tunisi dal senatore dei Verdi Fiorello Cortiana e firmato fra gli altri da Gilberto Gil, Lawrence Lessig e Richard Stallman, oltre che dal sindaco Walter Veltroni e dall’allora ministro berlusconiano Lucio Stanca. In sintesi l’appello “Tunisi mon amour”, riaffermava l’importanza del rispetto delle regole democratiche a sostegno dello sviluppo della rete: il suo carattere aperto, democratico e universale, calato in una serie di innovazioni tecnologiche e sociali che andavano dal software libero e open source, alle tecnologie per la privacy, dalla limitazione dei brevetti per la rete, al rispetto del fair use per i contenuti coperti da copyright, in grado di tenere conto dei comportamenti reali degli utenti in una prospettiva mltistakeholder.
Su questa base, si giungerà alla definizione del Bill of Right sostenuto dal governo italiano dell’epoca e nel 2007 all’IGF di Rio De Janeiro, il sottosegretario alle telecomunicazioni Luigi Vimercati riporterà a casa un importante accordo con il ministro brasiliano alla cultura Gilberto Gil per una Carta dei Diritti della Rete.
Dal 2008 in poi, almeno in Italia, l’interesse per la governance di internet è scemato fino alla proposta del Codice Azuni, un’idea che Rodotà offrì a Brunetta nell’occasione di una riunione dell’Igf Italia a Roma, con la motivazione che non si può lasciare che siano solo le multinazionali a stabilire le regole di Internet e con un’avvertenza “a dispetto di quello che disse Vinton Cerf a Rio De Janeiro, anche Internet, come il mare si può regolare”; “E’ accaduto con il Codice Auzni per il Mediterraneo”; “Il Codice Azuni aveva tuttavia un grande pregio, fissava le regole consuetudinarie dei suoi navigatori, senza leggi calate dall’alto, esattamente quello che possiamo augurarci per Internet”.
Codice Azuni
Nell’agosto del 2010 il ministro per l’Innovazione Renato Brunetta offre agli italiani la proposta di un Codice Azuni per la Rete. Lo fa attraverso un sito, www.azunicode.it, con l’obiettivo di scandagliare gli umori dei cittadini sul tema e raccogliere pareri e informazioni. La proposta si basa sul report di un gruppo di lavoro “che non rappresenta le posizioni del governo”, ma che riepilogando la storia dell’Igf ne riporta i temi trattati finora.
Una proposta meritoria quindi, visto che punta a coinvolgere i cittadini, ma insufficiente nel metodo e nel merito.
Le prime criticità della proposta stanno nella tempistica. La consultazione dura solo 30 giorni, è basata su una mailing list chiusa e moderata, si svolge nel periodo di agosto in cui due italiani su tre sono lontani da un computer.
La consultazione non ha un output definito. Si dice che la proposta serve a creare una tassonomia delle problematiche e delle best practices relative a Internet, ma non si capisce come verrà assemblata e utilizzata la parte offerta dai cittadini e se costituirà o meno la base della posizione italiana da portare in ambito internazionale e segnatamente a Vilnius in settembre.
La proposta sarebbe frutto di un tavolo di lavoro riunito dal novembre 2009, di cui nessuno ha mai saputo niente, costituito per la maggior parte da soggetti governativi, ben dieci, un solo parlamentare, della maggioranza, un solo imprenditore, tre professori universitari, non i più noti sul tema, un paio di esperti indipendenti e del Cnr. Con l’esclusione di tutti i soggetti che avevano nei 5 anni precedenti contribuito a definire la proposta italiana di una rete aperta presso le Nazioni Unite, e segnatamente marcata dall’assenza del portabandiera italiano, Stefano Rodotà e dai molti gruppi di interesse italiani Altroconsumo, Free Hadware Foundation, ISOC, Istituto per le Politiche dell’Innovazione, AIIP, Amnesty International, Wikimedia, Alcei ed altri. Più grave ancora la mancata e piena rappresentanza del Parlamento che attraverso le sue cariche più elevate (presidente Gianfranco Fini il 16 marzo 2010), si è ultimamente espressa a favore di una tutela piena del “diritto a Internet”.
La proposta inoltre, non tiene conto del lavoro importante avviato dalla costituzione dell’Igf Italia, il chapter italiano dell’Internet Governance Forum, nato su raccomandazione della Commissione Europea anche in altri paesi come Francia e Inghilterra. Qualsiasi proposta in assenza del contributo di questo organismo di coordinamento degli stakholder italiani, nato a Cagliari nell’ottobre 2008 che ha già tre incontri all’attivo (Cagliari, Roma, Pisa) e che si incontrerà di nuovo a Roma il 29 e 30 novembre 2010, appare una proposta monca, difettosa di esperienze, voci e pluralismo che ne dovrebbero costituire la missione istituzionale.
Sul merito, la proposta del Codice Azuni, nasce vecchia: i problemi e le criticità di Internet sono noti: assenza di infrastrutture, censura, privacy ridotta, costi elevati di connettivtà, digital divide. Inoltre azzera il lavoro fatto dagli italiani negli ultimi sei anni sotto governi diversi, ma perchè non riporta nessuno dei principi condivisi che sono ormai patrimonio dell’Igf e che sono precipitati nell’accordo Italia-Brasile: il rispetto della privacy e la protezione dei dati, la libertà d’espressione, l’accesso universale, la network neutrality, l’interoperabilità di dati e applicazioni, l’accesso globale a tutti i nodi della rete, l’uso di standard aperti e liberi, l’accesso pubblico alla conoscenza, il diritto a innovare e il rispetto dei princii del mercato, alla libera concorrenza online e i diritti dei consumatori in generale. Cioè tutte le cose che fanno di Internet la grande piattaforma di scambi e opinioni che è diventata negli anni.
———- Forwarded message ———-
From: *ascii* <ascii@ush.it >
Date: 2010/8/10
Subject: END SUMMER CAMP 2K10 – September 3rd-5th 2010 – FORTE BAZZERA
(VENICE)
To: admin@endsummercamp.org
END SUMMER CAMP 2K10 – September 3rd-5th 2010 – FORTE BAZZERA (VENICE)
,
ESC 2K10 __)\_ I, I wish you could swim
WE (\_.-’ a`-. Like the dolphins
ARE, HERE. (/~~““(/~^^` Like dolphins can swim
Tutti indaffarati, tutti presi.. Presi da cosa? Forse non ci rendiamo
nemmeno conto, di quello che che siamo, di cosa ci circonda, del tempo
che passa, del mondo che cambia. Siamo una volta sola.
In un mondo che puo’ fare a meno di tutti, fatto di sprechi, abbiamo
un’opportunita’ per fare qualcosa che non riguardi solo noi stessi, per
condividere il tempo e lo spazio assieme come forse non accade spesso in
un anno.
Dal 3 al 5 Settembre 2010, nel contesto del Forte Bazzera, ex polveriera
costruita a fine ‘800, a Venezia, Italia, siete chiamati a partecipare
alla sesta edizione dell’End Summer Camp, baluardo ed incontro della
comunita’ smanettona Italiana.
Avrai la possibilita’ di campeggiare in uno spazio incontaminato dalla
fuffa, rilassarti e farti cullare dall’atmosfera miscelando “fun” e
“tech”.
ESC e’ solo la scusa, il vero motivo sono le persone. Per questo il tuo
apporto non e’ indifferente. Per tre giorni possiamo essere una cosa
sola, se lo vorrai. E ritrovare te stesso. [continua...]
A fronte di una accesa discussione interna sulle nostre motivazioni, e sulla motivazioni che hanno portato alla nostra esistenza, si è deciso, o meglio dietro suggerimento di Frieda ho deciso, di chiedere direttamente ai nostri soci, e in generale a chi volesse rispondere, che ruolo si pretende abbia WMI.
Conosci WMI?
Wikimedia Italia è?
Dal questionario mi pare emergere chiaramente che Wikimedia Italia ha un problema di identità.
La maggior parte degli intervistati, pur sostenendo di conoscerci, infatti, ha un’idea non corretta del ruolo di WMI: una buona parte ci confonde con WMF o con i supposti manutentori di Wikipedia. Solo pochi sanno veramente chi siamo e cita correttamente il nostro scopo principe, la diffusione
della cultura libera – per quanto spesso pensino che ci limitiamo alla promozione dei progetti wiki, e anche tra queste persone non sempre il nostro ruolo è chiaro e conosciuto.
Sei iscritto ad un progetto wiki?
WMF è?
Da una parte ci comportiamo come WMF raccogliendo le donazione tramite il sitenotice, cosa che, per altro, alcuni
giudicano una prevaricazione, dall’altra non facciamo le cose che che si vorrebbe facesse la fondazione anche se non sempre fa, fra tutte la protezione dalle problematiche legali legate a Wikipedia, e il chiarimento delle stesse.
Le proposte di modifica alla nostra azione potrebbero essere divise in due categorie
le proposte non accoglibili perché non vogliamo o possiamo metterle in pratica, sulle quali bisognerebbe fare uno sforzo pubblicitario. Ovvero in primo luogo spiegare perché non possiamo e nemmeno vogliamo avere responsabilità dirette in Wikipedia e perché ci teniamo a sottolineare che siamo cosa diversa e distinta da wikipedia.
quelle potenzialmente accoglibili, o di cui già ci occupiamo e di cui magari non si sa nulla.
In conclusione a questo scritto, a cui seguirà una versione più approfondita che presenterò a settembre, elenco commentandole brevemente alcune tra le proposte che a mio parere ricadono nel secondo tipo.
Tenere rapporti con i media. Già ci muoviamo in questo ambito, potremmo ovviamente fare di più migliorando la nostra immagine.
Lobbying. Avere più visibilità, vedi sopra, ci consentirebbe di fare pressioni politiche.
Rapporti con la “società civile”. Ovvero allacciare rapporti con istituzioni culturali, autori, editori e così via. Già lo facciamo, o almeno ci proviamo, ma la cosa non è molto nota parrebbe.
Diffusione sul territorio. Avere una sede romana sembra andare in questa direzione.
Usare risorse per la liberazione dei contenuti (digitalizzazione). Della cosa si sta parlando proprio in questo periodo, appena ci sarà qualcosa di concreto sarà pubblicizzata.
Creazione DVD di wikipedia. Al tradizionale problema della ricerca dell’editore, si è aggiunto il fatto che l’utilizzo del logo, e quindi gli accordi economici associati, devono ora passare per la fondazione direttamente.
i soci romani hanno organizzato una WikiGita ad Anzio e al Museo dello Sbarco.
marzo
LaPizia, assistita da Marcok, Cotton e Jaakko tiene due lezioni di presentazione del progetto Wikipedia presso la Facoltà di economia dell’Università Ca’ Foscari su gentile invito del Prof. Micelli: resoconto della giornata.
Frieda tiene una lezione in Bocconi all’interno del corso Strategy and governance of cultural organizzations, sul modello di business di Wikipedia. Qui le slides.
Laurentius e IgnLig partecipano ad un incontro organizzato dal Firenze Linux User Group Qui le slides.
Assemblea ordinaria dei soci di Wikimedia Italia a Pistoia
26 marzo, Torino: presso l’Aula Magna e l’Aula Allara del Rettorato dell’Università si è tenuto il convegno internazionale Extracting Value From Public Sector Information: Legal Framework and Regional Policies, parte del lancio pubblico del progetto europeo EVPSI. .mau. ha partecipato alla sessione pomeridiana (Focus on Italy) con un intervento intitolato “Obstacles to Accessing and Re-using (Italian) Cultural PSI on Wikipedia”, in cui ha elencato i problemi che ostano al riutilizzo nei progetti Wikimedia delle informazioni prodotte dagli enti pubblici, dalle normative inutilmente restrittive sul diritto d’autore e sulla libertà di panorama alla difficoltà di accettare licenze libere. abstract e slide qui.
Marcok partecipa al convegno Didattica aperta – Libero accesso a software e saperi nella Scuola e nell’Università, presentando un poster.
maggio
CristianCantoro partecipa ad Internet Ergo Sum, approfondimenti qui 7 maggio 2010 e presenta Wikipedia in un istituto superiore a Leno in provincia di Brescia: si parla di Wikipedia e libertà in rete toccando argomenti che suscitano la curiosità e attraggono le simpatie della maggioranza degli studenti. Lo affianca Guido Nardo, già sviluppatore di Facebook e social network specialist, che presenta i social network e mette in evidenza i problemi legati all’uso di Facebook ed alla privacy in rete. Al pomeriggio laboratori tematici: quello su Wikipedia ha riscosso un buon successo di presenze tra gli studenti pur essendo completamente facoltativo: è stato strutturato come un “tutorial” per chi vuole iniziare a scrivere su Wikipedia.
Wikimedia Italia organizza il Festival delle Libertà Digitali (v. sotto)
Cotton presenta Wikipedia, WMI e i progetti della Wikimedia Foundation a Schio (VI) in un incontro organizzato da I Mercoledì della Piazza Telematica: Report della serata
IULM BarCamp – Il valore dell’intangibile – Fuffa that works.
CristianCantoro partecipa al primo IULM BarCamp, purtroppo per vari motivi organizzativi l’intervento non viene effettuato. In compenso siamo contattati per un’intervista che verrà trasmessa su Radio24 da parte dei ragazzi del Master in Comunicazione Radiofonica IULM.
Cotton e La Pizia partecipano con un piccolo stand di Wikimedia alla manifestazione No Skei Day di San Vito di Leguzzano (VI): Report dell’evento.
Speciale Festival delle Libertà Digitali
Dal 10 al 16 maggio 2010 l’associazione ha organizzato il secondo Festival delle Liberà Digitali (FDLD) a Milano dal titolo “Milano libera tutti”, gli eventi sono stati numerosi e hanno spaziato dai fumetti alla fotografia passando per l’OpenAccess e i giochi liberi.
Il festival è nato come contenitore per eventi diversi con uno scopo comune: avvicinare i cittadini e una città intera ai temi delle libertà digitali, delle licenze libere e della condivisione della conoscenza.
Sicuramente il festival è stata un’occasione di crescita per l’associazione che ha potuto saggiare le sue forze su un campo difficilissimo come quello milanese: i risultati, nonostante una partecipazione generale di pubblico abbastanza contenuta, sono stati utili per aumentare i nostri contatti con altre associazioni con le quali condividiamo scopi e filosofia.
Alcuni eventi inoltre hanno avuto un discreto successo e saranno riproposti in futuro.
Eventi
10 maggio
Condivisione, scienza, bene comune: un convegno dove esperti del mondo Open Access, del mondo accademico ed insegnanti si sono confrontati.
fotoMIgira: guardare Milano dietro una lente, dialogando insieme ad altri appassionati fotografi, per scoprire che anche le enciclopedie hanno un’anima fotografica.
13 maggio
Open Web – Una serata al collegio di Milano: Wikipedia, la libertà e la rete: quanto è libera la rete? Siamo diventati più responsabili nel nostro approccio alla rete dalla nascita del web 2.0 ad oggi? Wikimedia Italia e Google incontrano i ragazzi del Collegio di Milano.
14 maggio
GGDMilano#12 – Ignite: How to: le GGD sono cene o incontri destinate a donne appassionate di tecnologia, Internet e nuovi media. La dodicesima cena milanese sarà un’Ignite in cui le speaker presenteranno il loro “How to“, ovvero come fare qualcosa di particolarmente “geek”.
15 maggio
GNUfun – Milano libera la musica: Sabato di musica libera in collaborazione con GNUFunk con: openday @ “Kubi studio” (Via Carlo Botta, 13) dalle 15:00 & concerto +dj-set con musica libera @ “Le trottoir alla Darsena” (Piazza XXIV Maggio, 1)
16 maggio
OpenGamingCamp – Milano libera i giochi: il lato ludico della libertà: un BarCamp, ovvero una non-conferenza dove chiunque può “salire in cattedra”, proporre un argomento e parlarne agli altri, accompagnato da tornei di giochi liberi.
Durante tutta la manifestazione WikiWall – una pagina di Wikipedia in Triennale: un’installazione in Triennale simile ad una pagina di Wikipedia: si può scrivere, modificare o attaccare foto: per raccontare che cos’è la libertà digitale.
Prossimi eventi
settembre: assemblea
Novità dai nostri gruppi
A Roma, una sede per Wikimedia Italia
Presto Wikimedia Italia potrà contare su una sede fisica. Gli uffici, sufficientemente spaziosi da ospitare alcuni laboratori e una decina di postazioni di lavoro, si trovano a Roma in via Grotta di Gregna 27 (ecco la mappa di Google). La sede è frutto di un accordo tra l’assessorato alla Cultura del Comune di Roma, le Biblioteche del Comune di Roma e l’associazione Liber Liber. Le attività in programma consistono nell’allestimento di tre laboratori: montaggio video, digitalizzazione/impaginazione di e-book e montaggio audio per la realizzazione di audiolibri. È anche prevista la partecipazione a bandi europei, ad esempio per promuovere il progetto Open Alexandria, e altri che potranno essere proposti dai volontari più attivi di Wikimedia Italia e di Liber Liber.
La sede sarà anche utilizzata per ospitare volontari del servizio civile e stagisti; per organizzare corsi ed eventi culturali di vario genere, anche in collaborazione con l’adiacente biblioteca Vaccheria Nardi, che dispone di ampie sale con postazioni multimediali, area convegni e, ovviamente, sale di lettura (la struttura nel suo complesso conta tre edifici).
Ancora incerta la data di inaugurazione. Restano infatti da definire alcuni dettagli (ritiro dei certificati di conformità degli impianti, collaudo ascensori, ecc.), e siamo alla ricerca di sponsor per l’allestimento dei laboratori. L’auspicio è di riuscire ad inaugurare entro questo mese di agosto, anche se magari per allora saranno disponibili solo alcune postazioni di lavoro e non ancora i laboratori. Chi fosse interessato a collaborare, è invitato a contattare Marco Calvo.
Lo staff di Wiki@Home cerca volenterosi e giovani di tutte le età per sbobinatura interviste, trascrizioni, correzione refusi, realizzazione di nuove interviste e di materiale di presentazione del progetto. Per ulteriori informazioni potete contattare il referente del progetto CristianCantoro all’indirizzo: kikkocristiangmail.com.
Wikiquote: Superate le 10 000 voci con Fazio degli Uberti, ma it.wikiquote non è piú la seconda versione linguistica per numero di voci, essendo stato superato (per la prima volta da novembre 2007) dalla versione in polacco, grazie a un’accelerazione della creazione di nuove voci a partire da fine 2009 (cause in corso di approfondimento).
Wikiversità: Eletto un nuovo amministratore, WHacko: gli amministratori sono ora 3.
Wikizionario: Eletto un nuovo amministratore, Limonadis: agli amministratori sono ora 9. Per la prima volta da molto tempo a questa parte, il Wikizionario ha superato Wikiquote nel numero di utenti registrati (rispettivamente 14 300 e 14 200 al 14 luglio) diventando primo fra i progetti fratelli, ma non per numero di utenti attivi nell’ultimo mese (rispettivamente 60 e 160 circa), dato in cui Wikiquote supera di gran lunga tutti gli altri progetti fratelli.
Aprile: grossa polemica sull’introduzione in Facebook delle “pagine sociali” con testo della relativa voce di Wikipedia se esistente (e collegamento alla pagina di modifica). Alcuni utenti hanno espresso la preoccupazione che l’invito «Conquista nuovi sostenitori della tua causa o del tuo ideale creando una Pagina sociale» sia interpretato come relativo al contributo a Wikipedia (contro il punto di vista neutrale), e in generale che da Facebook arrivino solo utenti non adatti a Wikipedia. Due amministratori si sono dimessi.
Maggio: scoppia un’ulteriore polemica (o per meglio dire dilaga una ForestFire) sui gruppi di Facebook che parlano male di Wikipedia e invitano gli utenti a modificarla in un certo modo, e in generale sul presunto aumento di gruppi organizzati di utenti dediti ad alterare il consenso per promuovere il proprio punto di vista nell’enciclopedia. Viene introdotta una nuova procedura per valutare e bloccare collettivamente tali gruppi di utenti (definiti “utenze programmatiche” cioè irrecuperabilmente alteratrici del consenso e quindi da bloccare); colla nuova procedura vengono bloccate per sbaglio alcune utenze, immediatamente sbloccate da un altro amministratore; un amministratore non viene riconfermato e abbandona il progetto; altri quattro amministratori si dimettono; la comunità elabora un saggio su come trattare le cosiddette utenze monoscopo, riorientando la questione.
Maggio-giugno: sono stati eletti 5 nuovi amministratori.
Giugno: è stato attivato anche in it.wiki il gruppo rollbacker, assegnato a discrezione dei burocrati con una richiesta non pubblicizzata e assolutamente senza votazione. Nel primo mese sono stati abilitati 12 utenti.
Direttivo
Il mese di giugno ha visto avvicendarsi nel ruolo di consigliere Nicola Izzo e Cristian Consonni.
La striscia del mese
Redazione:
Frieda Brioschi;
Marco Chemello;
Nemo (incaricato della sezione “notizie dai nostri progetti”)
Aubrey (incaricato della sezione “notizie da Biblioteca” e GLAM)
Cristian Cantoro (incaricato della sezione “notizie da W@H”)
per contattare la redazione scrivere a: redazionewikimedia.it oppure ai singoli redattori:
Frieda Brioschi – ubifriedagmail.com
CristianCantoro – kikkocristiangmail.com
Attenzione, questo bollettino è da considerarsi un prodotto destinato esclusivamente all’informazione aziendale sia ad uso interno sia presso il pubblico e pertanto, in ossequio al dettame del’art 1 comma 2 Legge 7 marzo 2001 n. 62, non è da considerarsi un prodotto editoriale
Un ringraziamento al nostro amico e brillante filmaker Gianmarco Bonavolontà, che ha prodotto un bel video di documentazione dell’Istallaizone “Atlante di Roma”.
Girato il 10 giugno nei locali della Pelanda, nel video Salvatore Iaconesi descrive la struttura dell’Atlante, le infovisualizzazioni e l’interazione attraverso i dispositivi touch.
Il rapido sviluppo che i nuovi media e l’era del web 2.0 stanno portando nel mondo della comunicazione e dell’interazione, lascia intravedere possibilità del tutto nuove, in grado di modificare notevolmente ragioni e soluzioni per la trasformazione della città contemporanea. Sempre più spesso gli strumenti di rappresentazione e progettazione della città risultano insufficienti e non adeguati rispetto ai temi della complessità e della velocità caratteristici della dimensione Globale.
L’atlante di Roma, ispirato all’idea di un “atlante delle visioni”, intende spostare il punto di vista dato dalla percezione concettuale del mondo (approccio sistemico e cognitivo proprio del moderno), verso una percezione emozionale che nasce dell’uomo come individuo il quale, grazie alla propria esperienza, offre una visione come orientamento della complessità. Una mappatura liquida che raccolga la storia dell’uomo e il suo modo di viverla istante per istante. L’Atlante si esprime attraverso una piattaforma web aprendosi pubblicamente a individui, gruppi ed enti che esprimono un punto di vista sulla città.
L’installazione è stata realizzata per la prima edizione della festa dell’Architettura, nel nuove spazio espositive “La Pelanda – MACRO Testaccio, l’11 e 12 giugno 2010.
L’installazione
L’opera è costituita da una proiezione di c.ca 35 m x 4m composta da 8 serve in rete, che in real time processano le interazioni provenienti dall’atlante. Mentre quattro postazioni multi-touch consentono al pubblico di navigare l’interfaccia in modo giocoso e coinvolgente, quattro infovisualizzazioni generative ciclano sulla superfice bianca del muro, descrivendo una pluralità di punti di vista sulla città di Roma sul tema: “L’immaginazione degli architetti e la città reale”.
In “Linearity” le visioni prendono le sembianze di meccanismi che traggono il proprio principio di vita dall’interazione tra soggetto e tematiche. Le sfere rappresentano le visioni e, procedendo, sono costantemente alimentate dai temi cui sono collegate.
linearity
“Neo Map” esplora il territorio non attraverso le sue caratteristiche geofisiche o toponomastiche, ma descrivendolo attraverso le progettualità, le azioni, la vita che vi esistono. Nella visualizzazione i cerchi rappresentano le visioni, dislocate secondo le reciproche posizioni geografiche e connesse per tematiche, descrivendo così un nuovo sguardo sul territorio.
NeoMap
“Bridges” saggia il dominio delle interconnessioni. Le visioni orbitano attorno alle tematiche di riferimento, in una processione ciclica. Dinamicamente, visioni e tematiche mostrano ponti e collegamenti, a seconda dei temi e delle interazioni che le accomunano.
bridges
“TimeScape” trasforma lo scorrere del tempo in un paesaggio. Le visioni sono rappresentate secondo la loro dimensione temporale, occupando uno spazio proporzionale alla loro durata e successione. Viene mostrata e resa interagibile la geografia definita posizionando visioni e tematiche lungo gli assi del tempo e della correlazione
timescape
Un nuovo Atlante che riprogetta l’idea tradizionale di mappa come matrice cartesiana ancorata alla dimensione fisica del territorio sulla base del più contemporaneo concetto di “scape”. Un territorio fatto di relazioni, emergente e distribuito che disegna una geografia liquida, emozionale, continuamente ridefinita dai soggetti che vi paertecipano.
A project by: FakePress (www.fakepress.it)
Realizzazione: Art is Open Source (www.artisopensource.net)
Interaction design, experience design, information aesthetics, sound & environment design: Salvatore Iaconesi
Information architecture e network politics: Oriana Persico
A cura di: Paolo Valente
Con la collaborazione di: Alessandro Tartaglia
Special Thanks
Un ringraziamento speciale a tutti coloro che hanno consentito di realizzare la prima implementazione della’Atlante alla Festa dell’Architettura, e in particolare a:
il Corso “Sperimentazioni di Tecnologie e Comunicazioni Multimediali” della Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni – La Sapienza”, Dipartimento di Disegno Industriale
e
il Corso di “Economia delle Aziende non profit” della Facoltà di Economia – “Tor Vergata”
sono lieti di invitarvi alla lecture:
Squatting Supermarkets/iSee
I fondamenti artistici, l’eco-sostenibilità, il mercato: dallo Shoptivism all’Active Consumer
Chi: Oriana Persico e Cary Hendrickson (AOS/FakePress), Dario Carrera e Iva Fadini (The Hub Roma/Facoltà di Economia Tor Vergata), Ilaria Bassi, Vanessa D’Acquisto, Piergiorgio Malfa, Vittoria Mauro (gruppo di ricerca del Corso di Economia delle Aziende non profit – Tor Vergata), Salvatore Iaconesi (docente ospitante) Cosa: lecture/workshop Dove: Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni, Via E. Gianturco 2 (Roma) – aula G 11 Quando: il 4 maggio 2010 – dalle 9h alle 12h
Versione radicale di marketplace e punto d’acquisto in realtà aumentata, Squatting Supermarkets narra l’evoluzione del quotidiano entrando nel cuore vivo e pulsante del consumo: lo shopping. Guardare i prodotti sugli scaffali, scegliere, pagare, indebitarsi, farsi convincere e sedurre, relazionarsi con loghi, messaggi, altre persone. Comprare è un’esperienza che riempe le nostre giornate, costruita attraverso immagini, suggestioni e strategie talmente complesse che sfuggono sistematicamente alla percezione dell’utente finale. Le tecnologie, usate per creare nuovi spazi di azione/comunicazione e sovrapporli alla realtà ordinaria aumentandola, consentono inedite possibilità di fruizione e interazione: ubique, accessibili, ma soprattutto emergenti e polifoniche, emozionali e relazionali. Squatting Supermarkets racconta proprio questa possibilità: uno spazio in realtà aumentata tecnologicamente sovrapposto alla realtà ordinaria, un marketplace interstiziale che vive in squat sulle infrastrutture fisiche e immateriali esistenti (loghi e luoghi del consumo).
Presentato per la prima volta al Piemonte Share Festival 2009, Squatting Supermarkets ha due anime: un’istallazione site specific e una tecnologia innovativa, iSee. L’installazione riproduce un supermercato interattivo in realtà aumentata in cui la vasta rete di connessioni che definisce la storia del prodotto si esplicita e diventa accessibile, estendendo in senso ecosistemico, narrativo e poetico le tecniche di tracciamento e manipolazione dei dati che le corporation sfruttano per fini esclusivamente commerciali e/o politici: incrociare dati provenienti da codici a barre, RFID, carte di credito, transazioni finanziarie. Avvicinarsi a un prodotto diventa un’esperienza immersiva nella sua storia, con la possibilità di scriverne una parte: muovendo le mani, disegnando gesti, esponendo il proprio punto di vista e le proprie emozioni. Il prodotto si anima, diventando uno spazio di espressione, una rete di relazioni, un dominio di possibilità e opportunità, dove le storie che nasconde (quelle di chi lo produce e di chi lo consuma) entrano improvvisamente in scena (story telling distribuito). La porta di accesso a queste storie sono proprio i loghi (shopping based narratives). Cuore tecnologico dell’istallazione, iSee è una applicazione mobile in realtà aumentata basata sul riconoscimento delle immagini. Inquadrando il prodotto, l’applicazione lancia il sistema di image processing che riconosce il logo, consentendo all’utente di accedere a una strato aggiuntivo di informazioni, provenienti da una pluralità di fonti. Microcosmi narrativi (aperti, emergenti, multiautore) collegati a social network tematici p2p si sovrappongono ai prodotti con un gesto, semplice e potenzialmente accessibile a una massa critica di persone. Il logo diventa un wiki, un’infrastruttura di comunicazione aperta, un social network distribuito, un ecosistema p2p. Il progetto si fonda sull’analisi del contesto economico/tecnologico contemporaneo. Da un lato, il tema dell’ambiente e l’eco-sostenibilità sono globalmente riconosciuti tra i principali driver nelle scelte d’acquisto di una larga parte di consumatori. Dall’altro, le statistiche dimostrano che un numero sempre maggiore di individui si informa sui Social Media prima di acquistare beni e servizi, e che gli utilizzatori di mobile device di ultima generazione – soprattutto in Italia – sono in continuo aumento. Mentre le aziende si confrontano con un sistema di comunicazione e relazione globale interconnesso, emergente, polifonico, in cui l’acquisizione e il mantenimento della “good reputation” passa attraverso dinamiche sociali e culturali complesse e sempre meno prevedibili. L’azienda non è più il centro unico della comunicazione e della formazione della sua corporate identity.
Il 4 maggio dalle 9 alle 12am, il laboratorio di Interaction Design di FakePress analizzerà le possibilità di espressione e interazione dello shopping based narrative proposto in veste artistica/performativa da Squatting Supermarkets e nella versione tecnologica/infrastrutturale da iSee. Oriana Persico affronterà le tematiche legate all’installazione, introducendo lo statement artistico; Cary Hendrickson si focalizzerà sui temi dell’eco-sostenibilità, della social responsability e sulla di governance di tali processi. Infine il gruppo di ricerca del Corso di Economia Non Profit di Tor Vergata coordinato da Dario Carrera e Ivan Fadini esporrà i primi risultati della ricerca “Active Consumer: dai Movimenti allo Shopping Based Publishing”: quanto sono sensibili i consumatori ai temi ambientali e di consumo critico? Quanto alle opinioni generate sui social media e alla brand reputation creata attraverso gli UGC? Qual’è la diffusione degli smartphone? E ancora, quanti consumatori sarebbero disposti a utilizzare l’applicazione? E chi la finanzierebbe? Qual’è il modello di business alla base di una tecnologia come iSee?
Le premesse artistiche e teoriche, l’analisi sull’eco-sostenibilità e gli scenari di mercato serviranno agli studenti del corso di Architettura per realizzare una serie di project work focalizzati sullo sviluppo dell’interfaccia di iSee e sulla creazione di un installazione site specific di Squatting Supermarkets da collocare all’interno di un punto vendita, con il risultato di mettere in contatto competenze e punti di vista diversi e, soprattutto, di creare percorsi multidisciplinari e inter-universitari tra studenti e facoltà diverse finalizzati alla realizzazione di un progetto comune.
I project work e la ricerca “Active Consumer: dai Movimenti allo Shopping Based Publishing” verranno presentati nel corso dell’Open day di fine anno.
L’ingresso alla lecture è gratuito e aperto a tutti.
Approfondimenti
Squatting Supermarket/iSee è una coproduzione FakePress/Art is Open Source. Progetto speciale del Piemonte Share Festival ‘09, vincitore del premio per la Tecnologia a Impatto “0” dell’Environnement Park di Torino, Squatting Supermarket/iSee fa attualemnte parte del progetto SMIR con la direzione artistica di The Sharing: http://www.fakepress.it/FP/?p=523 http://www.fakepress.it/FP/?p=47 http://www.toshare.it/ http://www.smirproject.eu/ (sito disponibile dalla prossima settimana)